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Aldo Moro, Gheddafi e Arafat (3)

di Fabio Lambertucci

 

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Arafat, Gheddafi e il sequestro Moro.

Del “Lodo Moro”, di cui abbiamo trattato nella seconda parte dell’articolo, si tornò a parlare pubblicamente nell’aula di Montecitorio il 28 gennaio 1977. I deputati Luigi Preti (Psdi, 1914-2009) e Raffaele Costa (Pli, 1936) chiesero al Governo lumi sulla sua esistenza. Rispose per il Governo il sottosegretario di Stato per la Grazia e la Giustizia, il democristiano, allievo ed assistente di Moro all’Università di Bari, Renato Dell’Andro (Bari 1922- ivi 1990):

Nessun fondamento può essere attribuito alle notizie, diffuse da una parte della stampa, e richiamate dall’onorevole interpellante, nonché dall’onorevole Costa con l’interrogazione vertente sullo stesso tema… Non esiste – posso assicurare all’onorevole interpellante – né può esistere alcun trattato od intesa di sorta (peraltro ancor meno configurabile) con un movimento politico che non reclama esso stesso la qualifica di Stato o di Governo, che comporti l’impegno da parte italiana a rilasciare gli autori di atti terroristici compiuti nel nostro Paese – in particolare contro rappresentanze di Stato estere – alla cui tutela viceversa, come è suo fondamentale dovere, il Governo ha provveduto e intende provvedere per l’avvenire con la massima decisione, del resto in ottemperanza anche agli obblighi sanciti dal diritto internazionale”.

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro venne sequestrato dalla Brigate Rosse. I 5 uomini della scorta trucidati in via Fani a Roma.

Dalla prigionia Moro scrisse proprio a Renato Dell’Andro, che in Parlamento aveva negato l’esistenza del Lodo Moro, una lettera il 23 aprile 1978 che venne recapitata il 29 aprile e pubblicata, solo dopo la sua morte, sul “Corriere della Sera” del 13 settembre 1978, per convincere i suoi amici a far aprire una trattativa che portasse ad uno scambio di prigionieri, evocando il patto con i palestinesi:

Tu forse già conosci direttamente le vicende dei palestinesi all’epoca più oscura della guerra (Moro si riferisce alla guerra arabo-israeliana del Kippur dell’ottobre 1973, ndA). Lo Stato italiano, in vari modi, dispose la liberazione di detenuti, allo scopo di stornare grave danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo Stato di necessità. Vorrei che il colonnello Giovannone fosse su piazza”.

Nel 2009 il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga (1928-2010) rispondendo alle domande di Marco Demarco nel libro di memorie La versione di K. Sessant’anni di controstoria (RaiEri- Rizzoli, pp. 125-126) confermò:
Nella seconda lettera dal carcere, Moro fa un implicito accenno a quel patto: “Rivolgetevi ai palestinesi, perché solo i palestinesi possono trattare con le Br” scrive. E poi aggiunge: “Ricordatevi come abbiamo fatto con loro”.

La storia di questo tentativo segreto ce la racconta uno dei suoi protagonisti: il rappresentante dell’OLP in Italia Nemer Hammad (1941-2016) nel suo libro di memorie del 2002, scritto dal noto giornalista e politico Alberto La Volpe (1933-2017), Diario segreto di Nemer Hammad ambasciatore di Arafat in Italia. Con prefazione di Francesco Cossiga (Editori Riuniti, p. 66):
Il Governo italiano mi chiese se Arafat era disponibile a un appello alle Br per la liberazione di Aldo Moro. Cosa che Arafat fece immediatamente (con un testo preparato da me). I Servizi segreti mi chiesero se l’Olp poteva in qualche modo trovare un aggancio con le Br. Con l’allora capo dei Servizi generale Giuseppe Santovito (1918-1984, capo del SISMI dal gennaio 1978 al 1981, iscritto alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, scoperta nel 1981, ndA) andai a Beirut, con un aereo speciale. Un’operazione assolutamente top secret. A Beirut incontrai Arafat e Abu Iyad (detto anche Salah Khalaf, 1933-1991, numero due dell’Olp e fondatore di Settembre Nero). Arafat sapeva benissimo quanto Moro avesse fatto per noi. E per tanto dichiarò tutta la disponibilità sua e di tutta l’Olp per esplorare qualsiasi possibilità che portasse a una soluzione positiva. “Tuttavia” – disse Arafat- dobbiamo ribadire che noi non abbiamo mai avuto rapporti con le Br o altri gruppi simili. Faremo comunque di tutto per salvare la vita di Aldo Moro”. Arafat ci disse che avremmo dovuto parlare subito con il capo dei nostri Servizi (che aveva avuto l’esperienza di Settembre Nero!). Così con il generale Santovito incontrammo Abu Iyad, che si dichiarò pronto a esplorare appunto tutte le vie. Si impegnò a rintracciare alcuni gruppi che avevano avuto rapporti con le Br, attraverso anche Wadie Haddad (1927- 28 marzo 1978, medico e capo operazioni estere del Fronte popolare per la liberazione della Palestina del dottor George Habbash. Il racconto della sua morte proprio in quel marzo ’78 a Berlino Est sarà raccontata più avanti, ndA). E davanti a noi chiamò un suo collaboratore esperto nel ramo. Questi gli disse: “Qualche traccia la possiamo trovare a Berlino…”. Al che Abu Iyad gli ordinò: “Ok. Parti subito per Berlino”. Io e Santovito tornammo a Roma in attesa degli sviluppi. Il collaboratore di Abu Iyad dopo Berlino venne a Roma per riferire a me e al generale Santovito. Purtroppo, ci disse il nostro agente, quelli che sono riuscito a contattare a Berlino o hanno negato di avere avuto rapporti con le Br o addirittura si sono rifiutati di incontrarlo. Secondo il suo parere i contatti con le Br non bisognava cercarli negli ambienti internazionali ma in Italia. Cossiga, dopo il ritrovamento del corpo di Moro, affermò alla Camera con grande coraggio e onestà che l’Olp non c’entrava con le Br”. 

Giulio Andreotti e Francesco Cossiga

Sorte volle che proprio in quel marzo del 1978 morisse in un ospedale di Berlino Est Wadie Haddad, la mente terroristica del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (da cui era stato espulso nel 1973, aveva fondato il proprio Fronte popolare per la liberazione della Palestina-Operazioni Esterne e aveva reclutato il venezuelano “Carlos”).
Nella miniserie tv in tre episodi “Edgar Ramirez Carlos. Il terrorista che ha fatto tremare il mondo” (2010) di Olivier Assayas, la morte di Haddad è imputata ad un cancro.  Diversa è la versione raccontata nel saggio: “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano” (Feltrinelli, 2012, pp. 253-254) dei giornalisti e scrittori israeliani Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal, grandi esperti di spionaggio:
“Tutto ebbe inizio con una scatola di cioccolatini. Il dottor Wadie Haddad, capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina-Operazioni Esterne, era uno dei più insidiosi avversari di Israele. La più famigerata delle sue imprese era stata il dirottamento di un volo Air France diretto da Tel Aviv a Parigi il 27 giugno 1976. Un commando composto da terroristi arabi, tedeschi e sudamericani aveva costretto il pilota ad atterrare a Entebbe, la capitale dell’Uganda, e in cambio della vita dei passeggeri ebrei e israeliani aveva preteso la liberazione di alcuni dei terroristi più pericolosi del mondo. Una squadra d’assalto israeliana arrivò a Entebbe dopo un viaggio di migliaia di chilometri, uccise i terroristi e liberò gli ostaggi. Fu un’operazione eroica. Haddad capì che la sua vita era in pericolo e trasferì il quartier generale a Baghdad, dove si sentiva al sicuro. Dalla sua base irachena continuò indisturbato a sferrare attacchi contro Israele. Il Mossad era deciso a eliminare un superterrorista di quel calibro, ma come fare? Venne lanciata un’operazione capillare allo scopo di raccogliere tutte le informazioni possibili sul conto di Haddad, soprattutto per quanto riguardava i suoi punti deboli e i suoi vizi. A circa un anno dall’operazione di salvataggio di Entebbe gli agenti del Mossad scoprirono che Haddad adorava il cioccolato, soprattutto le varietà più fini di cioccolato belga. La fonte era delle più credibili: l’informazione veniva da un palestinese che si era infiltrato nel Fronte popolare. Il ramsad (direttore) generale Yitzhak Hofi (1927-2014) comunicò la notizia al nuovo primo ministro israeliano Menachem Begin (1913-1992), che immediatamente autorizzò l’operazione. Alcuni agenti del Mossad riuscirono ad attirare dalla propria parte uno dei più fidi assistenti di Haddad, in missione in Europa: al suo ritorno l’uomo recò in omaggio al suo capo una scatola di invitanti cioccolatini Godiva. Gli esperti del Mossad avevano iniettato un veleno micidiale nel ripieno di crema: erano certi che Haddad, che andava pazzo per quella marca, li avrebbe divorati da solo, senza offrirne neanche uno ad amici e collaboratori. La previsione si rivelò esatta. L’agente consegnò a Haddad la scatola di cioccolatini avvolta in carta da regalo, e Haddad, appena rimasto solo, se li mangiò tutti. Nel giro di alcune settimane, da grassoccio che era, Haddad iniziò a perdere appetito e dimagrire. Gli esami del sangue rivelarono un grave deficit immunitario. Nessuno a Baghdad capì che cosa stesse succedendo al leader del Fronte popolare. La salute di Haddad andava peggiorando. L’uomo, fattosi debole e scheletrito, non si alzava più dal letto. Quando la situazione iniziò a precipitare venne trasferito con la massima urgenza in una clinica della Germania dell’Est. Come la maggior parte dei paesi del blocco sovietico, la Germania socialista finanziava e addestrava i terroristi palestinesi, che riforniva di armi e proteggeva in caso di necessità. Neppure i rinomati medici tedeschi, però, poterono salvare Haddad, che morì il 28 marzo 1978 per “cause ignote”. Il quarantottenne leader terrorista lasciò in eredità alla sorella i milioni di dollari che aveva personalmente accumulato nei suoi anni da leader della guerra patriottica palestinese. Secondo la diagnosi dei medici tedeschi, Haddad era stato ucciso da una malattia incurabile che paralizzava il sistema immunitario. Nessuno sospettò che ci fosse di mezzo il Mossad. Solo a distanza di molti anni gli storici israeliani sono stati autorizzati a rivelare che la morte prematura di Haddad era opera del Mossad. Alla morte di Haddad la temibile organizzazione da lui presieduta si sfasciò. Gli attacchi contro Israele cessarono quasi del tutto: Israele aveva chiuso una volta per tutte i conti con uno dei suoi nemici più agguerriti”.

Wadie Haddad

Intanto in Libano il colonnello Stefano Giovannone si dava da fare sfruttando i suoi contatti personali con gli altri esponenti del Fronte popolare. Nel settimo capitolo della Relazione finale dell’ultima Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro intitolato “Il sequestro Moro, le Brigate Rosse, i palestinesi” del 2017 si legge che la sua ricerca di contatti “fece registrare momenti di significativo ottimismo circa la possibilità di una interlocuzione e di una positiva conclusione della vicenda verso la fine di aprile del 1978, salvo concludersi poi bruscamente. Il fallimento dell’iniziativa è verosimilmente legato sia all’enormità dei prezzi politici che una simile iniziativa comportava, sia anche alla necessità di non rendere pubblico uno degli elementi centrali di quella parte della politica estera italiana che non era soggetta al sindacato dell’opinione pubblica e dei partner internazionali del Paese”.

Ad Arafat quindi non rimase altro che lanciare un nuovo appello pubblico alle Br per la liberazione di Moro il 5 maggio 1978 e Gheddafi il 7 maggio convocò l’ambasciatore italiano. L’incontro venne trasmesso dalla televisione libica e Gheddafi, rivolgendosi direttamente alla telecamera, dichiarò la propria disponibilità ad ogni intervento utile per salvare la vita dell’ostaggio.

Il 9 maggio 1978 il cadavere di Moro venne fatto ritrovare in via Caetani a Roma.

Le ambiguità del presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

Nel saggio del 2013 Il potere fragile. I Consigli dei ministri durante il sequestro Moro (Fandango Libri, p. 126) dei giornalisti e politici David Sassòli e Francesco Saverio Garofani è stato documentato che il presidente del Consiglio Giulio Andreotti (1919-2013), come viene riportato nel verbale della seduta serale del Consiglio dei ministri di venerdì 17 maggio 1978 finalmente depositato dopo 35 anni all’Archivio Centrale dello Stato di Roma, affermò alla fine del suo intervento: “Abbiamo fatto e incoraggiato molto di più di quello che è apparso per liberare Moro (attività Gheddafi-Arafat)”. Andreotti, inoltre, nel suo libro Visti da vicino (Rizzoli, 1982) nel capitolo “Aldo Moro: una vita stroncata” ribadì il suo convincimento:
Che lo Stato non potesse arrendersi alle pretese del cosiddetto (e malamente detto) scambio di prigionieri è fuor di dubbio. E la nostra coscienza era a posto, in quanto la linea della doverosa fermezza valeva e vale per ognuno di noi politici. Come pure è più che documentato che ogni sforzo possibile è stato tentato, direttamente o indirettamente, dal governo. Semmai – e non è una ipotesi – si è fatto più di quel che si conosce”.  Per poi contraddirsi sul tema della linea della fermezza nel suo saggio del 1991 Governare con la crisi. Dal 1944 a oggi (Rizzoli, p. 259):
Per conto di Paolo VI, Monsignor Macchi cercò un contatto, pronto a pagare anche una fortissima somma per il riscatto. Avevo dato il mio assenso, anche se con questo denaro probabilmente avrebbero finanziato tante altre tragiche avventure”.

Bibliografia utilizzata:

  1. DAVID SASSOLI – FRANCESCO SAVERIO GAROFANI, Il potere fragile. I Consigli dei ministri durante il sequestro Moro, Fandango Libri, Roma, 2013, Documenti 52, Cap. 9 “Tacere per sopravvivere?”, p. 126.
  2. GABRIELE PARADISI – ROSARIO PRIORE, La strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre 1973, Imprimatur, Reggio Emilia, 2015.
  3. MINO VIGNOLO, Gheddafi. Islam, petrolio e utopia, Rizzoli, Milano, 1981.
  4. ARTURO VARVELLI, L’Italia e l’ascesa di Gheddafi. La cacciata degli italiani, le armi e il petrolio (1969-1974), Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2009.
  5. ALBERTO LA VOLPE, Diario segreto di Nemer Hammad ambasciatore di Arafat in Italia, Editori Riuniti, Roma, 2002.
  6. FRANCESCO COSSIGA con MARCO DEMARCO, La versione di K. Sessant’anni di controstoria, Rai Eri- Rizzoli, Roma-Milano, 2009.
  7. GIULIO ANDREOTTI, Visti da vicino. Il meglio delle tre serie, SuperBur, Rizzoli, Milano, 1986.
  8. GIULIO ANDREOTTI, Governare con la crisi. Dal 1944 a oggiRizzoli, Milano, 1991.
  9. RELAZIONE FINALE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL RAPIMENTO E LA MORTE DI ALDO MORO, XVII Legislatura, Doc. XXIII, n. 29, Relatore on. Giuseppe Fioroni, approvata dalla Commissione il 6 dicembre 2017 e dalla Camera dei deputati il 14 dicembre 2017, Cap. 7 “Il sequestro Moro, le Brigate Rosse, i palestinesi”, par. 7.3 Conclusione, p. 168.

 

                                                                          [Aldo Moro, Gheddafi e Arafat (3) – fine]

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