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Un’analisi politica dell’ex direttore di Repubblica

Segnalato dalla Redazione

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La lucida analisi dei problemi della Lega e del suo leader al tempo della pandemia.

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I naufraghi d’Italia a cui parla Salvini
di Ezio Mauro – Da la Repubblica del 29 marzo 2021

Camminando sulla superficie politica sottile che ci separa dal precipizio del contagio, nessuno ha interesse a rompere il ghiaccio con uno scontro polemico, e anche i contrasti che nascono all’interno della maggioranza di governo hanno un effetto limitato, e per ora vengono tenuti sotto controllo: com’è naturale che sia con un esecutivo appena nato, che ha alle spalle una crisi aperta senza soluzioni, e davanti una situazione di emergenza permanente. E tuttavia lo scambio di battute tra Draghi e Salvini sulla necessità di aprire o chiudere l’Italia in questa fase, merita di essere preso in considerazione non per le conseguenze politiche (che non ci saranno), ma per le culture politiche opposte che vengono alla luce.
La prima evidenza riguarda il ruolo disagiato in cui Salvini è costretto a muoversi.

Con un piede dentro un governo di responsabilità nazionale e l’altro dentro l’antipolitica populista, irresponsabile per definizione e per demagogia. In questo spazio ambiguo il leader della Lega tenta di recitare l’unica parte che gli consente un protagonismo autonomo, quella del suggeritore-correttore delle iniziative del governo.
Prova cioè, viste le divisioni che indeboliscono i Cinquestelle ancora senza guida, ad accreditarsi come l’azionista di maggioranza, ispiratore delle mosse di Draghi e suo esaminatore quotidiano, con diritto di ultima parola.
È una funzione auto-attribuita, che non viene riconosciuta dalla società politica, anche perché Salvini non ha la golden share del governo e quindi può far valere il suo peso solo per quota, senza essere indispensabile.
Ma soprattutto è una funzione che segnala una debolezza politica spacciata per forza, in quanto Salvini parla da “fuori”, mentre Draghi governa e Giorgetti si trova ogni volta costretto a mediare tra i diktat del leader e la realpolitik di palazzo Chigi.
Questa intermediazione già di per sé devitalizza il populismo, che dal governo o dall’opposizione necessita di immediatezza e immedesimazione tra il verbo politico e il corpo del Capo che lo incarna, e non prevede surroghe o supplenze.

Ma è sul merito che nascono i veri problemi. Essendosi via via spogliato delle identità preesistenti (in realtà temporanee e contingenti) della secessione, dell’autonomismo e persino dell’anti-europeismo, nella fase in cui Bruxelles promette i 750 miliardi del fondo per finanziare la ripresa, il segretario leghista è alla ricerca di una nuova espressione politica per la nuova fase. Come se l’urto epocale della pandemia fosse in grado non solo di sconvolgere l’equilibrio sociale, ma addirittura di generare una moderna classe, figlia del caos di quest’anno eccezionale. È un’interpretazione aggiornata della coltivazione della paura, dell’isolamento, dell’esclusione, del misconoscimento, della rabbia e del risentimento in cui la Lega si è impegnata con spregiudicatezza e con successo dopo la grande recessione e la crisi economica più lunga del secolo. Oggi, davanti a una nuova crisi di portata universale, si cercano le nuove esclusioni, lo spossessamento, la precarietà, lo squilibrio, l’impotenza unita al sentimento di ingiustizia che nasce dalla pandemia, generando una nuova opposizione fatta di ribellismo, richiesta di tutela, protezione, ancora rabbia e risentimento.

Il tentativo ambizioso è quello di unire la disperazione del Sud con la ribellione del Nord, intestandosi la rappresentanza di questa nuova “classe” spodestata dalle sue imprese, dal suo commercio, dal suo futuro. Nella trasposizione populista, la colpa di questo blocco produttivo che sta soffocando il Paese non è del virus, che non viene mai nominato, ma delle misure di contrasto al contagio, che i leghisti chiamano “la linea del terrore”.

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Quindi, nel vocabolario di Salvini, la battaglia non è per il lavoro, ma “per la vita” addirittura, come se esistesse un partito o un blocco di forze contrario alla libertà vitale, anzi suggerendo che la minaccia all’autonoma interpretazione della “vita” viene proprio da quelle misure di precauzione adottate per proteggere le persone dal contagio, salvando concretamente e davvero vite umane.

Siamo alle soglie del negazionismo, con Salvini ben attento oggi a non cascarci dentro e però capace di evocare con la sua politica echi paralleli a quella predicazione estrema che denuncia la «tirannia sanitaria», la «distruzione della serenità», e contrappone ai «morti viventi, disposti a chiudersi in un bunker per evitare il virus», le «persone vive, pensanti e libere». È il concetto di libertà che subisce una metamorfosi: non sono libero perché esercito consapevolmente tutte le mie facoltà, tra cui la coscienza del dovere di proteggere me stesso e gli altri, ma mi sento libero soltanto se sono liberato dal rispetto di ogni regola, perché sciolto dal legame naturale con la società, e dunque da ogni vincolo nei confronti altrui.

Si capisce facilmente perché tutto questo cresca a destra. Si capisce meno come possa coesistere con un governo europeo, occidentale, moderno. Quando Salvini giudica «impensabile» chiudere l’Italia per l’intero mese di aprile, e Draghi gli risponde «se sia pensabile o impensabile dipende solo dai dati», si confrontano la demagogia travestita da buonsenso e la responsabilità rivestita da pedagogia della politica.
I dati sono l’unico ancoraggio scientifico nella lotta al virus, l’unico riferimento oggettivo, dunque l’unica garanzia per i cittadini che nel conflitto terribile tra il lavoro e la salute si seguirà un criterio trasparente e verificabile, che non privilegia interessi di parte o gruppi sociali a danno di altri. Ma come sappiamo, il populismo non si fa frenare dai dati, traduzione sintetica di una realtà che ha invece bisogno di ideologizzare continuamente, e diffida della scienza, inganno supremo delle élite che confiscano il sapere a sostegno esclusivo del loro potere.

Draghi ha spiegato che l’economia del Paese non riparte se si aprono bar e ristoranti e intanto si diffonde una terza ondata, ma solo se si prosegue fino in fondo la copertura vaccinale. Le fughe in avanti (come quelle della sindaca di Roma Raggi che chiede ristoranti aperti fino alle 22, o del governatore della Campania De Luca che ordina 4 milioni e mezzo di vaccini Sputnik due mesi prima del giudizio di compatibilità dell’Ema) sono pericolose nel momento in cui crescono i ricoveri nelle terapie intensive, già oggi pericolosamente vicini — con 3.679 pazienti — al livello di guardia.

È di questo che Salvini dovrebbe discutere se vuole farsi carico degli oneri di governo. Magari rivelando che cosa pensa della denuncia del Recovery Fund alla Corte Costituzionale tedesca da parte del fondatore del movimento di estrema destra Afd, agitando l’eterno fantasma tedesco della condivisione del debito, col rischio di bloccare la prima quota del finanziamento ai Paesi, col 13 per cento dei 750 miliardi che doveva arrivare entro l’estate.
E già che ci siamo, se non è troppo disturbo, il leader della Lega mentre critica il governo potrebbe dirci anche cosa pensa del famoso modello lombardo della sanità, ora che i cittadini lo hanno visto alla prova dei fatti.
Purtroppo.

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