De Luca Francesco (Franco)

Don Raimondo Salvaggio, la sua lezione

di Francesco De Luca

 

Ho dato qualche giorno fa la notizia del  suo decesso (leggi qui) ed ho evidenziato come la mole dei ricordi a lui connessi sia enorme. Voglio portarne a conoscenza altri e da essi trarne lezione.

Era siciliano. Trapiantato ad Aprilia, era molto legato ai famigliari. A Ponza li ha portati tutti per farceli conoscere, e fra essi Agostino, il fratello minore, si fidanzò con una ragazza isolana e la sposò. Rinsaldando i legami con l’isola. Di cui l’attraeva la devozione all’Immacolata e la passione espressa dalla comunità. Imparò le nostre canzoni e contribuì ad innovare la tradizione. Questa vuole che il mattino dell’8 dicembre si vada per le strade a cantare le lodi alla Madonna.
Ma volete mettere se ad accompagnare il canto c’è una fisarmonica? E’ tutta un’altra musica! E infatti fu tutta un’altra musica quando si presentò al mattino con la fisarmonica. Tutto il cammino, dal Porto a Santa Maria e ritorno, a suonare senza pausa. Con Aniello a pressarlo con: chesta è santa sta iurnata, con Enzo a proporre: è l’ora che pia, con Vittorio con il tota pulchra… poverino… un supplizio. Ma lui acconsentiva perché tutti noi gli stavamo dietro ad amplificare le sue note, a infiorettarle di controcanto.

Esperienze indimenticabili… per noi, ma opportune per una tradizione paesana che stava allo stremo. Con don Raimondo riprese vigore e trovò adesioni entusiastiche anche presso gli uomini di Le Forna.

Esperienze indimenticabili… anche per lui. Più di una volta eravamo affranti perché il tempo era impietoso e la venuta a Ponza era in dubbio. E invece veniva, anche col mare brutto veniva, lui che era facile al vomito. Lo abbiamo visto talora comparire l’otto mattina, dopo una traversata infernale e ripartire il pomeriggio della stessa giornata con la prospettiva di una traversata altrettanto dolorosa.

Veniva per deferenza verso la Madonna, certamente, ma io aggiungo che veniva per stare anche con noi. Perché? Perché insieme manifestavamo una comunanza. Ricordo le volte che si univa a chi, da me invitato a presenziare a Terracina a quel raduno cui detti nome: in attesa dell’Immacolata. Una serata presso la mia Scuola, di poesia, di canto, di convivialità per chi, non potendo andare a Ponza per ragioni professionali, pativa in continente la lontananza dalle pratiche dell’8 dicembre. Venivano da Roma (i Migliaccio), da Latina (i Guarino), da Nettuno (gli Esposito), da Formia (i De Luca, gli Spignesi), da Gaeta (gli Schiano), e anche da Ponza (gli Ambrosino). Don Raimondo è stato sempre con noi. Perché? Perché insieme manifestavamo una comunanza .

E’ un tratto caratteriale dell’isolano possedere scarsa propensione alla comunanza. Ma è per questa ragione che, ove sia qualcosa o qualcuno che ci accomuni, noi isolani ne siamo attratti in modo viscerale.

Don Raimondo con l’entusiasmo profuso a piene mani per esserci vicino, quando gliene abbiamo offerto l’occasione, ci ha insegnato che lo stare insieme intorno ad un ideale da esaltare, ci accomuna. In questo mi pare di individuare il suo insegnamento.

Stigmatizzo questo tratto così da introiettare il suo ricordo. Gli aneddoti ci serviranno per rallegrarci, ma se esprimiamo comportamenti che avvicinano i nostri animi, quando li esprimiamo,  seguiamo l’insegnamento di don Raimondo, e lui, per questo e in questo, non sarà morto.

Madre dolcissima…
Quel cuor sì tenero
Che il Ciel ti die’
Deh l’apri al misero
Che crede in Te.

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