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I ponzesi visti da… (8) Pasquale Mattej

di Giuseppe Mazzella

 

Pasquale Mattej (Formia 1813- Napoli 1879), studioso e pittore formiano, giunse a Ponza, in uno dei suoi tanti viaggi nel contado laziale e campano, nella primavera del 1847. Seguace della scuola pittorica di “Posillipo”, era stato allievo di Pitloo ed aveva cominciato a collaborare al periodico illustrato “Poliorama Pittoresco”, su quale stampò in alcune puntate il viaggio all’arcipelago ponziano, prima di raccoglierlo in volume.

Mattej, appartenente ad una famiglia nobile, aveva approfondito da autodidatta la storia e l’archeologia, dedicandosi a salvare con disegni e studi i resti ancora imponenti dell’antica civiltà romana, annotando scrupolosamente ogni dettaglio e trascrivendo antiche incisioni che risultarono utili anche allo studioso tedesco Theodor Mommsen, di passaggio per Formia.

Il pittore restò abbagliato dalla bellezza delle nostre isole e anche dalla primitiva rusticità dei suoi abitanti, impegnati in una dura lotta per la sopravvivenza. Nonostante i Borbone avessero corredato Ponza di un porto importante e di funzionali strutture pubbliche, la massa degli isolani sopravviveva ancora con l’agricoltura e la pesca. Proprio all’attività di mare si riferisce l’episodio che proponiamo, tratto dal suo bellissimo studio, i cui disegni originali sono conservati assieme a tutte le sue carte presso la Biblioteca Vallicelliana in Roma.

Con una piccola barca a remi, condotta da quattro giovanotti, lo studioso si avvia verso Palmarola per poterla visitare. All’altezza della Punta della Guardia i quattro, ad un’intesa, si mettono a remigare violentemente, nonostante le sue lamentele. Solo in un secondo tempo si accorge che stanno inseguendo un’altra piccola barca condotta da donne nerborute. Donne pescatrici? Non voglio rovinarvi la sorpresa. Un piccolo episodio, che si svolge in un mare deserto, nel quale lo scrittore riesce a sintetizzare un piccolo spaccato di vita isolana che rimane viva a ben oltre centosettanta anni di distanza.

***

“…Non appena avevam noi valicata la Punta della Guardia, che un energico cicaleccio, che teneva dell’alterco, si animò tra i quattro giovani navigatori della barca che mi conduceva a Palmarola (l’antica Palmaria, isola a 5 miglia all’ovest di Ponza). Tenendo orecchio a’ parlari di quelli, mi accorsi che si erano tra loro come accordati in una risoluzione unanime, per la quale dovevano sospingere al largo e fuori direzione il navicello. Avvedutomi di questo gioco, non tardai a gridar loro che andassero adagio, mentre più garbavami andarne costeggiando il littorale occidentale. Fu un bel dire, che quei demoni imbizzarriti, anziché piegarsi alle mie rimostranze, tolsero a sghignazzare; e come non fosse stato quello il fatto loro, a dar più vigorosamente ne’ remi.
– Ohè, ragazzacci! (irritato e in procinto di perdere la pazienza, gridai:). E sì che corriamo al pallio?…Eh! Mi capite o no che io vo’ andar piano e come meglio mi talenta? Orsù drizzate la prua, allentate il vogare e tiriam dritto!

Eppure coloro senza punto ristare dalla rapida corsa non saprei quali più frivole scuse. La gherminella aveva tutto l’aspetto misterioso di un delitto che si voleva compiere. E comunque il mio garzoncello mi facesse accorto del segreto del loro intendimento, cautamente palesandomelo all’orecchio; a me premeva, qualunque fosse stato il consiglio di que’ giovinastri, di mandarlo a nuoto. Si trattava (come per celia) di dar la caccia ad una barca che ci traversava da prua, la quale veniva remigata da quattro donne. Oh! Questa sì che è nuova di conio, pensava tra me; sta a vedere che ritorniamo all’epoca dei de’ Piratri di Barberia! E non ci volle poco per fare che que’ maledetti smettessero dal mal talento d’incalzar quello strano equipaggio, di veder le marinaie come si sarebbero cavate d’impaccio nella manovra.

Non andò guari che fummo ad un trar di mano dalla barca perseguitata. Era una meraviglia a vedere la destrezza singolare con la quale le quattro viraghe maneggiavano il remo. E per vero quella ciurma femminile accortasi del pericolo, si era conservata, non senza gravi sforzi, per lunga pezza a distanza dagli avversari: ma prolungandosi la lotta, aveva dovuto cedere finalmente alla gagliardia de’ miei ramiganti maschili. Allora vedemmo quelle donne indispettite, e senza pur muover parola, alzar d’improvviso i remi sulla murata, e sostare, mostrando così che le si tenevano sopraffatte più che vinte in quella specie di tenzone provocata, alla quale non eran precedute le debite e invenzione delle regate. E i miei marinai, che peggio non avrebber fatto gli energumeni, a scoppiare in alte grida di derisione, in fischi, con sovrappiù lo sberleffo di parole ingiuriose!

Dal vile procedimento, e per nulla generoso, di costoro al maggior segno incollerito, mi slanciai in mezzo ad essi, e sì acremente presi a rampognarli, che arrossirono dell’ottenuto vantaggio da essi reputato vittoria. Ordinai che di tanto si fosse avvicinata la nostra all’altra barca, per quanto fossemi stato agevole il parlamentare co’ vinti, che pur si tenevano dignitosamente fermi. Ed io assumendo l’officio di capitano della spedizione, mi affrettai a spacciare il mio interrogatorio.
Siete voi Ponzesi, buone donne?
– Sì.
– E qual’imprudenza ed inconvenienza è la vostra di assoggettarvi ad un mestiere faticoso, o almeno tanto disadatto al vostro sesso?
Pur testè avete veduto se sappiam battere il remo…

– A quel che sembra voi intendete ad un mesteriere?
– Non siamo che rivendugliole ed incettatrici di pesce, che andiamo a mercanteggiare a bordo delle tartanelle. Ritornando a Ponza ci sarà dato di offrirvi un saggio del nostro mestiere.
– Ma da brave veramente! Viva la marineria femminile! Riconosciamo del bel sesso anche questa nuova pruova di valore tritonico. Amici ed ammiratori noi vi stendiamo la destra. Ed: a voi giovanotti, recate del vino, colmate i vostri nappi, e si offrano a queste Galatee… Ai vostri prosperi negozi di pesce! …Ma prima che ci separiamo, mi permetterete brave donne, che da ora io mi costituisca compratore accaparrato del vostro pesce. Eccovi pochi carlini in conto, ed a ben rivedervi domani in Ponza.
– Vi prendiamo in parola. A domani.

Maravigliando ancora dopo quest’incontro singolare, tenni d’occhio e per lunga pezza quella barca straordinaria. Rabboniti i miei giovani marinai mi facevan avvertire che non era quella l’unica barca in Ponza remigata da ardimentose donne, né straordinaria esser per quelle la pratica di mercanteggiare e spacciar in piazza il pesce; comenché ausate siano di gran lunga al mestiere, e se vi si spingevano da tener concorrenza co’ marinai pur essi rivenduglioli. E però avveniva che gli uomini, quando ad essi se ne presentava  il destro , non lasciavano di umiliar le loro antagoniste sopraffacendole in ogni guisa, siccome stava per avvenire, se io non fossi giunto a distogliere il progetto…”.

”…Mi sento trar pel vestito; mi rivolgo per conoscere l’indiscreto, e mi trovo da faccia a faccia con le quattro donne remigatrici del mattino.
– La buona sera, Signore. E che!…non ricordate delle pescatrici alle quali stamane per la via di Palmarola faceste richiesta della loro mercanzia? Ebbene, ci siamo; vedete che pesci vi abbiamo serbati! E sì che sarebbe un peccato di venderli in piazza domani , tagliuzzati ad once! Via su resti tutto per voi, e che vi faccia il buon pro’ ed il grande onore nella gozzoviglia che farete domani alle Forne; quale più opportuna circostanza…
–  Sì per bacco che avete ragione, le mie buone donne: ma vo’ dirvi in confidenza che voi fiutate un poco ne’ fatti altrui: la gozzoviglia… come sapete voi?
– Oh! Non l’abbiate a male: qui ognuno sa dell’altro. Tutti gli abitanti di Ponza non formano che una sola famiglia…

E sì dicendo, avevan già recato innanzi bronghi, ragoste e scorfani mostruosi come giammai mi ero imbattuto fin’allora a vederne, tuttochè abituato a spiagge abbondanti di pescagione…”.

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