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I ponzesi visti da… (7) Giuseppe Tricoli

di Giuseppe Mazzella

 

Giuseppe Tricoli (Lipari 1810 – Ponza 1871), deve avere avuto un carattere difficile. Dalle poche notizie che ci sono pervenute, sappiamo che era sempre in guerra con qualcuno. Animoso, politicamente impegnato assieme ad un piccolo gruppo di fedelissimi, surriscaldò il clima dell’isola, che lo vide anche sindaco.
Di lui ci restano alcuni libelli, nei quali si scaglia contro avversari politici e contro alcune famiglie, né risparmia dalle sue critiche feroci lo stesso clero. In sessant’anni di vita alternò periodi di turbolenti attività a lunghi periodi di esilio lontano da Ponza, perché indesiderato. Fu però proprio la lontananza da Ponza a permettergli di approfondire la storia della nostra isola, frequentando proficuamente le biblioteche, tanto fa permettergli di scrivere un’opera importante, la “Monografia per le isole del Gruppo Ponziano”, (Napoli, 1855, ma stampato nel 1859).
Uno studio notevole, che va dall’antichità fino alla metà dell’Ottocento, e alla sfortunata spedizione di Carlo Pisacane del giugno 1857. Un libro notevole per ricchezza di informazioni, molte delle quali di prima mano, a circa un secolo dalla colonizzazione.
Nel leggere e rileggere nel corso degli anni questo volume capitale per la storia di Ponza, mi sono sempre chiesto come Tricoli abbia potuto realizzare questo studio così complesso e quasi completo in un tempo in cui non esistevano fotocopie, internet, e i moderni mezzi tecnologici di comunicazione. Potrebbe esserci una  possibile spiegazione – ovviamente solo un’ipotesi – ed è che lo studioso abbia potuto accedere ad una biblioteca appartenuta ai monaci benedettini di Zannone e di Santa Maria e che verosimilmente era custodita nei locali del vecchio Comune, ora palazzo Clorinda, in piazza Gaetano Vitiello. Biblioteca andata poi bruciata assieme a tutti gli incartamenti e gli archivi comunali  all’epoca dello sbarco di Pisacane e alla liberazione dei galeotti incarcerati nella vicina Torre.

Secondo voci orali da me raccolte qualcosa di questa biblioteca deve essersi salvato assieme alle carte del Tricoli fino al bombardamento di Formia dove era la casa dei suoi eredi.

I brani che proponiamo sono tratti dalla sua “ Monografia” e riguardano l’aspetto fisico e caratteriale dei ponzesi di metà ottocento. Un’analisi puntigliosa, forse a volte sottilmente malevola, sempre perspicace, che risente di quella sua tensione verso gli isolani che sarà una caratteristica del suo stile di vita. Ne esce fuori un ritratto a volte crudo di una popolazione laboriosa e intenta alla battaglia quotidiana per la vita.

“…Fisiologia

Qualità fisiche – I ponzesi sono ben conformati, di regolare statura, facendo eccezione le famiglie dei Migliaccio e Conte che si elevano fino a piedi sei e mezzo, e di quelle dei Vitiello e D’Arco che sono estremamente basse; tutti però dritti, con buona dentatura, capegli opportuni, occhi per lo più neri o cerulei, carnagione naturale o tendente al bruno, portamento franco, dialetto chiaro, pronunzia libera, e senza difficoltà esprimono il pensiero, e sebbene non abbiano il costume della riverenza, non mancano però di cortesia coi forestieri. Non pertanto Trivisano à voluto chiamarli i nasuti, sostenendo: Che i ponzesi coi  loro grossi nasi facevano breccia ad un coliseo, e con una nasata potevano sbalzarvi a mare.

Anno avversità alla vendetta, al sangue e respingono ogni dilinquenza, per cui rarissime le criminali, e quelle stesse inferiori, che si riducono sempre a lievi offese, vengono immediatamente rimesse senza rancori, restando sodisfatti in abbassare il male umore colla maldicenza.

Uomini. Sono di svegliato e desto ingegno, di buona memoria e sebbene illetterati, con esattezza regolano le loro faccende, coltivati dall’istruzioni riescono in tutto. Fanno premura di applicarsi, ma per lo difetto d’istituzioni frequentano le scuole primarie da 300 ragazzi di ambidue i sessi, sorvegliati da un ispettore circondariale.

Amor proprio. Tengono opinione di loro e dell’Isola, e vanno sino all’ostinazione a negare ogni paragone anche col bello del continente, e quindi si fanno benvero contenti del godimento degli scarsi mezzi, e frugalità di vivere nei propri costumi, e col vano nome di coloni-farnesiani gavazzano. Epperò in ogni novità ancorchè tenda al loro utile ne succede, senza jattanza, una specie di demonomachia in repulsare, nella gelosia di non averla da altri, mentre tampoco la procurano da loro stessi, assimilandosi in tal guisa a quelli che avvezzi a vivere al crepuscolo bestemmiano la luce come scompigliatrice.

Carattere. E’ instabile, sono diffidenti ed invidiosi, e fra le altre ancora tumultuose passioni anno quella della detrazione. A volerli poi particolarizzare per le contrade abitazioni può ritenersi, che quelli del Porto sono scaltri, e versipelli: gli Scottiani leggieri e testardi; gli Sanmaritani astuti, e caparbi con fame vanto in pruova di spirito; infine i Fornesi che ritengono bastarda semplicità e  talune pronunzie con enfasi torrese.

Donne. Le isolane poi non sono positivamente belle, ma la loro proporzionata statura, coi mediocri contorni, la fresca carnagione se non bianco almeno brunetta, i lor puliti denti, gli oscuri capelli cincinnati in trecce accavalciate e dal pettine assestati, gli occhi espressivi, la vivacità con affettare civiltà senza fatica, l’ornarse semplice, l’essere prestantissime alle cose domestiche, l’uso di spesso dare le mura, e lavare gl’intersuoli delle loro abitazioni siano case o grotte, come ingegnose nel tessere ed in molti lavori donneschi, son cose tutte queste che vanno a sangue benanche ai forestieri e ne attirono perciò la loro simpatia: ecco il perchè in Ponza riesce difficile conservare it celibato.

Fecondità. Vanno affezionate ai mariti ed alle famiglie, e feconde col dare molti parti regolari, e fra questi vari composti, nonché del triplice di Vittoria D’Arco nel 1843 susseguito da due binati e perirono, e quello di Chiara Feola nel 15 giugno 1857 i cui tre bambini sono tutt’ora viventi, ed indi abortivasi di geminato. Il re volle vederli e nel compiacimento dava generoso compenso pel viaggio al loro genitore  Giosuè Conte, mentre ai bimbi medesimi col rescritto del 25 seguente luglio assegnava il diario vitalizio per cadauno di grana tre a carico del ministero dei Lavori…”.

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