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d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

Il toro, Europa, Io e… io

di Patrizia Maccotta

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I miti fanno nascere potenti suggestioni. Per possedere Europa, fanciulla fenicia, Zeus si trasformò in un toro bianco. Lei vide lo splendido animale, un giorno mentre raccoglieva dei fiori in riva al mare (mi ricordo di certi gigli bianchi sulle piccole dune di un’isola del Dodecaneso). Lo volle subito cavalcare e il re degli dei, con questo inganno, la rapì e la portò a Creta dove, trasformato questa volta in aquila (ma quante complicazioni per fare l’amore!), la violentò. Dalla loro unione nacque il re Minosse e la civiltà minoica.

Pietro Paoletti. Il ratto di Europa. Olio su muro. Villa Torlonia

Inverso fu invece il viaggio per Io, figlia del re di Argo. Sedotta da Zeus, subì lei questa volta una trasformazione – diventò, visto il suo sesso, una giovenca, sempre di colore bianco – per sfuggire alla gelosia di Giunone. Ma a nulla valse lo stratagemma perché Giunone inviò un tafano a tormentarla. Fu così costretta a girovagare senza sosta fino a raggiungere l’Africa approdando in Egitto dove fu finalmente liberata dal suo supplizio.

Giove e io – Correggio (1530 ca) – Kunsthistorisches Museum Wien.
Zeus indicato come nube, il dio greco del cielo fa l’amore con una donna mortale chiamata Io

Ritornano nei due miti il legame tra l’Europa e l’Africa, che dovremmo più spesso ricordare, e il colore bianco degli animali, simbolo di purezza e di luce, ma anche dell’inizio di una nuova fase della vita. Bianco per matrimonio e nascita in Occidente; bianco per la morte in Oriente.

La giovenca bianca, all’alba, nel mio terreno

Bianchi sono pure i bovini che scendono la notte dalle pendici dei monti del Parco Regionale dei Lucretili per entrare nel mio terreno situato in contrada San Michele, preceduti da arcaici e strazianti muggiti. Ma la storia è lunga e la vorrei raccontare.

Tutto ebbe inizio nel 2011, un’estate particolarmente calda, con i campi secchi e le cicale che non la smettevano di cantare. È un errore pensare che la campagna è un posto silenzioso. Ad ogni mio risveglio, verso la seconda metà di agosto, trovavo numerosi rami di ulivi spezzati, alcuni tronchi sradicati, e tante piante di rosmarino, salvia, lavanda, mirto, fillirea calpestate, piegate, strapazzate. Immensamente sorpresa, costatavo ogni volta i nuovi ed inspiegabili danni e non mi davo pace. Se avessi ispezionato con più cura il grande terreno – ma il calore mi rendeva pigra -, avrei trovato degli indizi e non avrei pensato, impaurita, ad un insano primitivo che veniva ogni notte, senza ragione alcuna, a distruggere quello che, con tanta pazienza, avevo piantato e curato.

Per fortuna, la notte del 20 agosto – non posso certo scordarmi la data della nascita di Gabriele – si aprì la cortina che nascondeva il mistero. Eravamo tornati, sul tardi, dall’Umbria dove eravamo andati a conoscere il bambino.
Era stata una delle giornate più calde dell’estate. Stanchissima, mi recai subito nella mia stanza, lasciando con Silvio la nostra amica Claudine (che purtroppo morì solo tre anni dopo). Mi stesi sul letto e subito mi addormentai. Fui svegliata durante la notte da un grido in francese: – “Patricia! Viens vite! Un monstre!”.
– Un mostro? – Silvio dormiva profondamente.
– Sarà il mio solito amico, il cinghiale, che avrà impaurito la nostra ospite! – pensai, dirigendomi tranquilla ed assonnata verso la finestra dove Claudine era affacciata.

Mi sporsi insieme a lei; la notte era chiara, la luna quasi piena, e si vedeva bene anche se avevamo spento ogni luce.
Si profilava, proprio sotto a noi, una sagoma scura, enorme, molto alta. Non era certo quella del cinghiale, che scendeva per cercare tuberi e umidità dopo che avevo annaffiato le rose, innocuo e quasi domestico ormai.
Allungai di più il collo e – o orrore! – due grandi corna si alzavano verso di me. La bestia era immobile. Zeus in persona, sotto le sembianze di un toro, nero questa volta, era venuto in Sabina per trovarmi! Lo spettacolo mi impauriva e nello stesso tempo mi affascinava.
Indifferente alle nostre consultazioni bisbigliate, il toro continuava a restare immobile, fissando il vuoto.
Ma i miti vanno affrontati dagli eroi! Chiamai Silvio che uscì svelto con un bastone e, incurante del re dell’Olimpo, si mise a gridare facendo fuggire l’animale che si diresse verso il fontanile per poi scomparire, nero nel nero della notte, dietro alle querce, verso le siepi che chiudono, senza veramente chiuderlo del tutto – se così posso dire – il terreno.
Le leggi dei parchi regionali e nazionali impediscono che si facciano recinzioni che non consentano il passaggio della fauna locale.

Fontanile: il paese sullo sfondo

Il toro fuggì dunque, ma ritornò, solo alcune volte a dire il vero, per aprire la strada ad un numero cospicuo di mucche (loro bianche come richiede il mito) che cominciarono ad entrare e a circolare regolarmente di notte per pascolare.

Cercai di consolarmi della rovinosa sconfitta di quei giorni: tutte quelle piante distrutte, eccetto le rose protette dalle loro spine! Cercai di evitare, ovvero di raccogliere, gli escrementi che avrebbero dovuto farmi capire (erano loro gli indizi che non avevo cercato) chi erano gli autori di una tale distruzione.
Cercai di trovare conforto nelle tradizioni (in India i bovini sono animali sacri), nelle arti, nel passato.

Il toro della grotta di Altamira in Spagna: pitture parietali del Paleolitico superiore

Come non pensare alle rappresentazioni nel paleolitico superiore di animali simili al toro, nelle grotte di Altamira in Spagna? Alle stupende teste di toro in gesso regalate dagli scavi dell’antica città Çatal Hüyük  (7000 a.C.), nell’odierna Anatolia? Al culto del toro celeste da parte dei Sumeri, del toro Apis nei primi periodi dinastici dell’antico Egitto, del toro Marduk dei babilonesi? E, un po’ più vicino nel tempo, al culto del toro nella civiltà minoica che generò la leggenda del Minotauro?
Ma io non avevo certo l’età per volteggiare come le fanciulle di Knossos afferrando il mio toro notturno dalle corna!

Cercai allora consolazione nelle arti di un passato molto recente rivolgendomi all’attrazione che certi artisti come Picasso e Cocteau avevano provato per la potenza dei tori, alla loro passione per la tauromachia. E così, tra i rami delle querce, in una girandola di erotismo e di crudeltà, sfilarono le illustrazioni che Picasso (1881 – 1973) fece, nel 1957, ad uno strano libro scritto nel XVIII secolo dal torero José Delgado; le sue litografie e il suo “combattimento di tori “, esposto nel museo Thyssen di Madrid. Certo, il suo toro, anch’esso nero, era meno realista, più geometrico, rispetto al toro che scendeva a trovarmi, come era pure un’interpretazione molto personale il suo toro dipinto su un vaso e, soprattutto, la testa ricavata nel 1942, con tanto di corna, dal sellino e dal manubrio di una bicicletta!

Pablo Picasso. Guernica (1937). Particolare con toro, cavallo e figure umane

Non volli ricordare, tuttavia, il toro che appare durante la distruzione della città basca di Guernica, legato al ricordo di una violenza solo umana. Preferii soffermarmi sulla rappresentazione del mito del Minotauro (…dai miti in fondo non si sfugge!), simbolo della sua stessa sessualità e della sua potenza creatrice, nel quadro che dipinse nel 1936 intitolato Dora e il Minotauro.

Divagavo… divagavo… Mi volta, poi, verso un altro artista, certamente meno conosciuto, scrittore poliedrico, drammaturgo, disegnatore, cineasta, che introdusse la mitologia nella letteratura francese adattandola al presente ed aprendo la strada ad un filone seguito da Sartre, Anouilh et Giraudoux: Jean Cocteau (1889-1963). Ma più che i suoi successi, come “La machine infernale”, lavoro teatrale che mette in scena il mito di Edipo, più che i suoi film (“La Belle et la Bête” con Jean Marais, “Le sang d’un poète” e “Orphée”), più che la sua collaborazione, con Picasso, alla creazione di un balletto, Parade, musicato da Erik Satie, furono i suoi numerosi schizzi e disegni aventi come soggetto dei tori che volteggiarono, come foglie, davanti ai miei occhi.

Jean Cocteau. Taureau. 1963

Jean Cocteau. Toréador rêvant du taureau

Ma ben presto fui costretta a lasciare mito e arte per tornare nella realtà. Il toro che distruggeva il mio terreno sabino non aveva nulla di divino. Era in fondo un fuorilegge: non rispettava, in alcun modo, il regolamento del pascolo brado. Il comma 7 dell’articolo 66 della Legge sul pascolo brado recita, infatti che “L’esercizio del pascolo è consentito solo ad animali di aziende di allevamento registrate ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica, 30 aprile 1996, n.317, e successive modifiche e interpretazioni”. Si precisa anche che “Nessuno può condurre animali a pascolare in fondo altrui, in qualsiasi periodo dell’anno, senza essere muniti di autorizzazione del proprietario del fondo”.
In qualsiasi periodo dell’anno!? Figuriamoci in agosto e con quaranta gradi. E poi, io, di certo, non avevo dato alcuna autorizzazione!

Così iniziai, dal mese di settembre 2011, una battaglia che non è ancora giunta a conclusione. Inviai lettere e denunce, da sola perché non riuscii a coinvolgere altre persone per fare un’azione comune… – Per atavica rassegnazione? Per mancanza di fiducia nelle istituzioni? Per pigrizia? Per paura dei misteriosi, ignoti ma potenti proprietari degli animali che non volevano sottostare alle leggi del pascolo brado? -, alla ASL di Tivoli (i bovini non portavano alle orecchie i cartellini del controllo sanitario), all’Ente Parco dei Lucretili (dove vige una rigorosa distinzione tra animali selvaggi (il mio cinghiale, per esempio) che erano di loro competenza e animali inselvatichiti ( il toro ed i bovini in questione ) che invece non di loro competenza; ai Carabinieri e al Comune di Palombara Sabina che nel tempo è stato costretto a convocare riunioni per risolvere – purtroppo nulla è stato ancora risolto! – un problema che non riguarda solo me, ma tutti i proprietari dei terreni che si trovano nel parco. Ho ricevuto risposte solo dall’Ente Parco, risposte che non mi sono state di nessun aiuto concreto. È venuta, ultimamente, la polizia locale per fare un sopralluogo al terreno. Una visita senza vantaggi, per ora.

Mi rimane, per curare e fare rinascere – ormai senza speranza – le mie piante e per riparare le recinzioni di filo spinato divelto e di pali abbattuti, un periodo di tregua, da metà giugno a metà agosto, quando i bovini stanno , tranquilli, sulle montagne. Due mesi in un anno.

Il resto del tempo, raccolgo i rami spezzati e gli escrementi intorno alle case. Non metto a dimora alcuna pianta se non le rose spinose e gli oleandri velenosi che, almeno quelli!, gli animali evitano. E comincio a pensare che Zeus si è innamorato della Sabina e di una vecchia signora di più di settanta anni.

Il 2021, l’anno del Bufalo nella tradizione cinese, celebrato da un francobollo delle Poste francesi

Il paese, in lontananza, tra le fioriture primaverili

Immagine di copertina. Foto del toro (reale) nei pressi del mio casale
Ringraziamenti. Grazie alla mia amica Nicole Allegra per  suoi suggerimenti riguardo alle opere di Picasso e di Cocteau.

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