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Romolo Gessi, il Garibaldi d’Africa (2)

di Fabio Lambertucci

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Nel dicembre 1874 Gordon lo richiamò per rimandarlo a Khartum come suo uomo di fiducia: si era accorto che la futura capitale del Sudan era il principale luogo d’incontro dei mercanti di schiavi. Gessi rimase, da solo, a rappresentare Gordon fino all’ottobre del 1875. Il 7 marzo dell’anno dopo salpò con due barche di ferro, un battello e 42 uomini: Gordon gli aveva ordinato di circumnavigare il lago Alberto.
A Gordon interessava più governare che esplorare ma il problema di dove fossero le sorgenti del Nilo era al centro della discussione scientifica di quello scorcio dell’Ottocento [vedi il film
“Le montagne della Luna”, USA 1990, di Bob Rafelson con, nel ruolo degli esploratori Richard Francis Burton (1821-1890) e John Hanning Speke (1827-1864), Patrick Bergin e Iain Glen].

Con Gessi si imbarcò Carlo Piaggia (1827-1882), un viaggiatore lucchese, in Africa da molti anni, che per primo aveva circumnavigato il lago Tana. Speke  aveva navigato il lago Tanganika e battezzato il Vittoria, il capitano scozzese James August Grant (1827-1864) aveva chiamato Nilo Somerset o Vittoria il largo fiume che andava al lago Nzigé, chiamato Alberto dall’esploratore Samuel White Baker (1821-1893).
Il Nilo Bianco usciva dal lago Alberto?
Problemi che oggi fanno sorridere ma allora venivano considerati molto importanti.
Il 10 aprile Gessi prese possesso del lago Alberto per conto dell’Egitto. Fu il primo europeo che avvistò e descrisse in tempi moderni (1875) il Ruwenzori (5). Riuscì in nove giorni a navigare tutto il lago, lungo 141 miglia e largo da 50 a 60 e a rilevarne i contorni. Vide a sud monti maestosi coperti di neve. Era il massiccio del Ruwenzori dai cui ghiacciai scendevano le acque ai laghi e dai laghi al Nilo.

Il massiccio del Ruwenzori è un gruppo montuoso dell’Africa centrale, posizionato al confine tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo

Le sorgenti del Nilo e le sue due branche, il Nilo bianco e il Nilo Azzurro. La loro ricerca  e definizione impegnò più di una generazione di esploratori dell’Africa e costò sacrifici inenarrabili e molte vite umane. Una banale immagine schematica come questa qui sopra (da Wikipedia) avrebbe dato la gloria se fosse stata disponibile a metà Ottocento

Dopo questa impresa, nel dicembre 1876 Gessi andò con Gordon al Cairo.
L’inglese venne ricevuto dal Khedivé e insignito di un’onorificenza. Gessi fu lasciato sulla porta, gli misero in mano 100 misere sterline e lo ringraziarono. Quando alle sue rimostranze Gordon gli rispose: “Che peccato che non siate un inglese!”, l’italiano si offese, si strappò gradi e mostrine, diede le dimissioni e partì per l’Italia.

Immagini dello schiavismo nell’Africa di metà Ottocento

All’inizio del 1877, nell’Italia a lui quasi sconosciuta, l’accoglienza fu inaspettatamente trionfale. Gessi fu invitato a tenere conferenze, i giornali lo intervistarono e la Società geografica italiana lo chiamò per organizzare una spedizione. Era il momento in cui nei salotti di Roma e Milano cominciavano a sedimentarsi orgogli nazionalistici e aneliti colonialisti: l’Italia doveva muoversi.

Così, incoraggiato, Gessi organizzò una spedizione per studiare il corso del Sobat.
Fu però bloccato al Cairo da sabotaggi vari. Ne organizzò un’altra per raggiungere gli esploratori Antonio Cecchi (1849-1896) e Giovanni Chiarini (1849-1879), della spedizione del marchese Orazio Antinori (1811-1882), dei quali non si avevano notizie da tempo.

I viaggi di Romolo Gessi in Sudan (1874-1876)
Insieme a Pellegrino Matteucci (1850-1881), antropologo romagnolo, Gessi si imbarcò alla volta del Sudan il 20 settembre 1877 e da Khartum mosse verso sud, il mattino del 19 gennaio 1878, poche ore prima che nel capoluogo sudanese giungesse Gordon. I due si rividero al Cairo in primavera , quando Gessi ritornò da Fadassi, dove la sua spedizione si era trovata nell’impossibilità di proseguire la marcia a causa delle grandi piogge.

Perdonata la presunta offesa, Gordon gli propose di esplorare la zona del fiume Sobat e di annetterla al Sudan. Esplorare quel territorio era, come abbiamo visto, un vecchio sogno di Gessi ma l’italiano non accettò quella proposta e rifiutò anche di comandare una spedizione militare per reprimere una rivolta nel Darfur.
Gordon gli fece allora un’ultima proposta. Andare con lui a combattere la tratta degli schiavi che Ismail pascià aveva messo fuori legge. In altre parole andare a reprimere la rivolta di Suleiman Ziber, il figlio del più potente mercante negriero dell’Africa, lo sceicco Al-Zubayr Rahma Mansur (1831-1913), prigioniero al Cairo, divampata nel Kordofan e nel Darfur. Gessi accettò.

Gordon e Gessi, paladini del contrasto allo schiavismo in Africa

In Sudan, grande come un terzo dell’Europa, non c’erano che Gordon e lui in grado di opporsi alla tratta degli schiavi, alla corruzione dei burocrati e dei militaristi, al cinismo degli inglesi e all’ipocrisia dei missionari anglicani. Anche se i due erano profondamente diversi.

Di Gordon è stato scritto di tutto: persino che fosse gay ed alcolizzato. Certamente era un aristocratico, pieno di contraddizioni, cinico e generoso allo stesso tempo, coraggioso ma talvolta abulico, soldato dalla testa ai piedi ma nemico della vita di guarnigione e dei regolamenti, cristiano fervente ma ammiratore dell’islamismo. Scrisse uno dei suoi ufficiali egiziani: “Legge la Bibbia per ore, seduto nella tenda. Poi esce fuori e ordina seccamente di impiccare questo, quello e quell’altro!”.

Gessi, invece, era ateo, borghese e per molti aspetti l’esatto contrario dell’inglese.
Essi, però, avevano in comune il senso del dovere, dell’onore e un grande spirito umanitario.

Così, il 15 luglio 1878, Gessi partì per la regione del Bahr al-Ghazal con 40 soldati e due cannoni, sul vapore Boorden. A Fascioda, a Lado, nelle fattorie fortificate (zeribe) e nei villaggi, raccolse qualche migliaio di indigeni, tra cui anche delle donne. Più che un esercito, la sua sembrava un’armata Brancaleone.
A Rumbeck, Gessi entrò in azione: fucilò negrieri, funzionari governativi corrotti, ufficiali traditori, spie e ladri. Poi incendiò dovunque zeribe , liberando e portando al seguito migliaia di neri. Nel dicembre 1878 entrò nella zona ribelle e si attestò nel villaggio di Dem Suleiman. Lo fortificò, scavò trincee ed eresse palizzate con feritoie, terrapieni e fortini. Mise i cannoni in postazione e attese le orde di Suleiman Zebir che attaccò il 27 dicembre, con quattro assalti portati da 11.000 uomini. In tre ore e mezzo di fuoco Gessi e i suoi grazie ai provvidenziali cannoni uccisero ben 1.087 nemici (fra cui 104 arabi) e ne ferirono altre migliaia. In più fecero un ingente bottino di armi, munizioni e viveri, perdendo solo 27 dei loro.
Alla fine, Suleiman si ritirò.

I viaggi di Romolo Gessi in Sudan tra il 1874 e il 1876

Nei suoi appunti Gessi annotò che i guerrieri Azande, suoi alleati e quasi tutti antropofagi (chiamati dagli europei per disprezzo “Niam-Niam“), fecero banchetto dei vinti: tagliarono, arrostirono e divorarono mani e piedi dei nemici. Gessi scrisse che fece il possibile per opporsi, inutilmente.

A Dem Gessi rimase assediato per oltre due mesi e respinse in media due assalti di Suleiman Zebir al giorno, prodigandosi fino allo stremo per i suoi uomini: curava persino i feriti con temperino, ago e rasoio.
Ben presto mancarono i viveri e così l’antropofagismo divenne l’unico modo per sopravvivere. Montagne di cadaveri circondavano il villaggio, attirando leoni, avvoltoi e iene. Mentre il vaiolo e la dissenteria continuavano a mietere vittime (Gessi nelle memorie glissa: non rivela se anche lui mangiò la carne dei cadaveri).

Tra il 13 e il 14 gennaio 1879, uno scontro di due ore si concluse con un’ecatombe: Suleiman perse 2.000 uomini, Gessi 300. Suleiman tornò all’attacco il 2 e il 20 febbraio e, questa volta, anche lui con i cannoni. Gessi aveva ricevuto rinforzi e, circa un mese dopo, prese l’iniziativa.
Dopo aver ricevuto armi e munizioni da Lado, all’alba del 17 marzo attaccò di sorpresa, dimostrandosi oltre un valido difensore, anche un abile tattico. La battaglia campale finì alle 23, con la totale disfatta di Suleiman, che si salvò fuggendo a cavallo con un gruppo di fidi arabi e di negrieri. Gessi non lo inseguì: voleva prenderlo insieme al resto delle sue bande che Suleiman aveva dislocato altrove, e con tutti i capi della tratta degli schiavi.

Questa volta Gordon, anch’egli impegnato a combattere i negrieri, inviò a Gessi 2.000 sterline di premio, la nomina a miralai (generale, in turco) e una lettera in cui gli diceva: “Bene, caro Gessi, voi siete, come ho scritto al vostro re, l’unico uomo che potesse compiere tale impresa, e spero che rimarrete sino a completarla”.
Così Gessi fece.

Il 30 maggio 1878 raggiunse e sbaragliò le restanti forze di Suleiman, che però, ancora una volta, riuscì a sfuggire alla cattura. Lo braccò fino al confine con il Darfur. Ovunque passasse, continuava la sua campagna di bonifica militare: arrestò, fucilò, incendiò zeribe, sequestrò avorio, oro, munizioni e cibo. Liberò schiavi e li organizzò in un battaglione, addestrandoli di persona.
Il 25 giugno Gordon, accompagnato dal cartografo italiano Giacomo Messedaglia (1846-1893), lo raggiunse per conferirgli la nomina a governatore del Bahr al-Ghazal, il rango di pascià, i gradi di generale e le decorazioni di prima classe egiziane. L’italiano portava in volto i segni di quella estenuante campagna. Gordon propose all’amico di andarsene via insieme dal Sudan e dall’Egitto, a cercare altri luoghi dove la loro opera fosse meglio apprezzata.

La situazione ormai era molto cambiata. Il Khedivè Ismail non contava più niente perché gli inglesi lo tenevano in pugno e i funzionari arabi e turchi lo manovravano come volevano. La tratta non sarebbe mai stata vinta perché tutti erano coinvolti in quello sporco traffico, perfino alcuni collaboratori di Gordon e Gessi.
L’italiano ancora una volta ubbidì al suo senso del dovere: la lotta alla tratta doveva essere condotta fino in fondo. Prese in forza Messedaglia e scatenò l’attacco finale agli schiavisti. Li colse di sorpresa, secondo la sua solita tattica, nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1878. Circondò il villaggio in cui si trovavano Suleiman e il suo Stato maggiore e gli diede cinque minuti per arrendersi. Molti negrieri scapparono, Suleiman e altri dieci capi della tratta si arresero.
Gessi, su ordine di Gordon, li fece fucilare tutti. Dell’esecuzione di Suleiman vi è un accenno nel citato film Khartoum, nel colloquio tra Gordon e il padre, lo sceicco Mansur, a cui chiede appoggio per la difesa della città.

Gessi fa fucilare il capo negriero Suleiman a Bahr al-Ghazal il 16 luglio 1878

Nauseato dagli orrori di quella guerra, Gessi si buttò anima e corpo a fare opera di pace, a governare il suo immenso territorio ma sempre con mano ferma. Tracciò strade, cercò di migliorare la coltivazione del dura e del cotone.
Per un po’ l’ordine e la giustizia regnarono nel Bahr al-Ghazal e le popolazioni nere, liberate dai razziatori arabi, rispettarono riconoscenti il pascià italiano mentre i giornali di mezza Europa parlavano della sua campagna antischiavistica e dei suoi successi in Africa.
La calma non durò a lungo. Un po’ alla volta i funzionari corrotti e i negrieri arabi ripresero il sopravvento nella capitale e nel Paese. Al Cairo nel 1879 Mohamed Tewfik (1852-1892), un musulmano integralista ostile a Gordon e agli europei aveva preso il posto di Ismail. L’Egitto era sull’orlo del tracollo finanziario e percorso da movimenti xenofobi.
C’erano ormai le premesse per quella rivolta popolare che di lì a poco sarebbe scoppiata sotto la guida del Madhi, un astuto beduino e falso profeta dell’islamismo (6) che con i suoi dervisci il 25 gennaio 1885 riuscirà ad uccidere Gordon.

La morte del generale Gordon (dipinto del 1893)

Il nostro Gessi pascià, inchiodato in un letto a Dem Suleiman dal “morbo di Guinea” (la dracunculiasi, causata dal verme di Guinea, genera anche artrite debilitante), che gli ha paralizzato una gamba, prostrato dalle notizie ricevute dalla sua casa di Trieste, dove dei sette figli ne erano rimasti vivi solo due, preoccupato da gravi accuse che provenivano dal Cairo, da cui non arrivavano né soldi né mezzi, si decise a partire per chiarire la situazione.

Il 5 agosto 1880, dopo lunghe marce, si imbarcò a Meshra el-Rek sul vapore Sophi, discese il fiume Bahr al-Ghazal e quindi il Nilo fino a Khartum. Vi giunse il 25 gennaio 1881, quasi in fin di vita. Sei mesi di viaggio in condizioni impossibili, di terribili sforzi per aprirsi un varco tra le isole di papiro galleggianti che ostruivano ogni ramo del Bahr al-Ghazal, l’avevano stremato. Quasi tutti i soldati sudanesi che lo accompagnavano, gli schiavi liberati, le donne e i bambini erano morti di fame e malattie. Il 31 dicembre aveva annotato sul suo diario: “Appena qualcuno muore, è divorato durante la notte dai superstiti. Alle donne tagliano i seni, che si mangiano crudi. Un soldato ha mangiato il proprio figlio”.

A Khartum, Gessi venne curato dal vescovo San Daniele Comboni (1831-1881) e dalle suore missionarie. Leggermente migliorato, si fece trasportare attraverso il deserto fino al porto di Suakin e di qui via mare fino a Suez.
La traversata del deserto e il viaggio in mare lo finirono.
Ridotto a uno scheletro, spirò all’ospedale francese di Suez il 30 marzo 1880. Aveva 50 anni.
Il giorno prima, gli aveva fatto visita il Khedivé in persona, accompagnato dal francese Ferdinand de Lesseps (1805-1894), il costruttore del canale di Suez.
La notizia della sua morte commosse tutto il mondo civile. Perché tutti sapevano che Romolo Gessi pascià, alter ego del leggendario Gordon, aveva liberato 100.000 schiavi. Da solo, contro tutti, in cambio di niente.

Silvio Zavatti. Romolo Gessi – Il Garibaldi dell’Africa. Editore P. Valbonesi; 1937

 

Fonti
(1) – Giuliano Dal Fre’, Charles George Gordon. Dalla Scozia a Khartoum, in Focus Storia n° 120 – Ottobre 2016, Mondadori Scienza, Milano, pp. 102-106.
(2) – Mario Lombardo, Gordon di Khartoum. L’ultimo eroe vittoriano, in Storia Illustrata n° 254 – Gennaio 1979, A. Mondadori editore, Milano, pp. 106-113.
(3) – Niall Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano, 2007, pp. 222-224.
(4) – Romolo Gessi, (a cura di N. Milazzo), Sette anni nel Sudan egiziano. Memorie (1930), Riediz. Greco e Greco, Milano, 2018.
(5) – Il primo europeo che avvistò e descrisse in tempi moderni (1875) il Ruwenzori fu l’esploratore italiano Romolo Gessi nella spedizione al Lago Alberto condotta con Carlo Piaggia; mentre il primo a visitare la zona fu Henry Morton Stanley durante una spedizione scarsamente attrezzata del 1889; la prima ascensione del gruppo fu eseguita dalla spedizione scientifica italiana del Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, nel 1906 (https://it.wikipedia.org/wiki/Ruwenzori ).
(6) – Marco Lucchetti, L’esercito del Mahdi, in Focus Storia Wars n° 5 – Gennaio 2012, Gruner+Jahr/Mondadori, Milano, riquadri “Gordon Pascià” p. 48 e “Un italiano in Africa” p. 51.

 

[Romolo Gessi, il Garibaldi d’Africa (2) – Fine]

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