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Il coro

di Pasquale Scarpati

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In mezzo ad una campagna sorgeva una chiesa. Era bellissima a detta di molti. In realtà di essa non si conosceva nulla, neppure il suo stile: romanico o gotico o romanico – gotico oppure barocco. Non si sapeva, inoltre, se il suo interno fosse spoglio con dei finestroni posti in alto o se avesse le pareti tappezzate di affreschi, le finestre istoriate e statue contorte nell’estasi. Si vociferava soltanto che era stata una chiesa bellissima così che ognuno se la poteva figurare a suo piacimento.
Consacrata da un Papa, era divenuta meta di re e imperatori. Preti e monaci facevano a gara per ottenere la sua cura. I cardinali, poi, facevano a gara per averne la titolarità. 

Ma nel tempo in cui viviamo, di essa erano rimasti solo pochi ruderi. Si mormorava che le cause erano molteplici. La prima era che i pellegrini preferivano altre strade per recarsi in pellegrinaggio verso luoghi di culto famosi. La seconda era che un gruppo di facinorosi, avendo fatto irruzione in essa, aveva depredato tutto anche la più piccola suppellettile. La terza causa era stato un vasto incendio che non solo aveva distrutto ogni cosa ma aveva anche fatto crollare le pareti. Non si seppe mai chi l’avesse appiccato: alcuni mormoravano che fosse stata gente del luogo; altri dicevano gente venuta da fuori invidiosi di cotanta bellezza. Costoro, mescolati ai residenti, andavano in giro con fiaccole accese ed attrezzi atti alla demolizione. Addirittura uno giurava di aver visto aggirarsi nel contado un… ariete.

Rimasta senza cura, immediatamente la gramigna e le altre erbe infestanti presero il sopravvento. Avvolsero le antiche pietre mentre qualche pianta, birichina, sotto sotto, di nascosto, sgretolò anche le fondamenta. Insomma rassomigliava all’ultimo relitto di una vecchia barca tirata in secco: il fondo che sembra una lisca di pesce scuro e marcio.
Orribile ma soprattutto incredibile e pazzesco come si possa fare a pezzi una bellezza che può tornare anche utile!

Forse perché nato e cresciuto in un ambiente silente, a me non dispiace andare a visitare questi luoghi. Con la fantasia torno indietro nel tempo e rivedo, a modo mio, oggetti e persone. È la mia libertà: nessuno me la può impedire né tanto meno può inserirsi nel profondo. Solo io e sono io.
Rimasi talmente entusiasta di quel luogo in apparenza povero ed insignificante che decisi di approfondire la sua conoscenza. Mi recai, perciò, nella casa comunale del comune dove sorgeva la basilica e per vie traverse riuscii ad ottenere velocemente il permesso di spulciare negli archivi polverosi. Il funzionario, gentilissimo, mi guardò meravigliato.
Fece girare la grossa chiave in un vecchio catenaccio che collegava le due parti di una vecchia catena e aprì la porta con una certa forza. Questa cigolò: si lamentò forse perché disturbata dopo un tempo immemorabile. Polvere dappertutto. Tant’è che dovetti mettere la mascherina, anche senza pandemia.
Su un vecchio librone c’era scritto: “Hoc templum dicatum” ma non si capiva bene il nome perché era tutto sbiadito. Con un certo batticuore presi quel librone. Delicatamente lo poggiai su un tavolo anch’esso polveroso.

Cominciai piano a sfogliarlo. Fogli ingialliti in cui erano scritte le date degli eventi: nascite, morti, matrimoni ed altro. Nulla di che. Arrivato all’ultima pagina, un po’ deluso lo stavo richiudendo, quando dal rovescio di quest’ultima si staccò un foglio. Era rimasto appiccicato per tutto quel tempo. Pensavo che fosse un’altra solita pagina di cronologia ed invece era uno scritto che mi pare opportuno riscrivere.
Parlava di un… coro.

Un giorno un sacerdote di cui non si capiva bene il nome aveva deciso di formare un coro. Era scritto in una specie di volgare: “Simile ecclesia vetusta sed illustre per beltade (bellezza) non habet corum quia (perché)…”.
Arrivato a questo punto mi son detto: “Chi vuoi che capisca un simile scarabocchio? Ora lo traduco in italiano corrente”.
Dunque: non aveva coro perché sorgeva, solitaria, in mezzo ad una campagna. “Io – scrive il pievano – volendo elevare col canto le lodi al Signore, ho chiamato alcuni contadini del contado ed anche le contadine (etsi) anche se un poco sconveniente” – a causa del tempo in cui scrive, penso.
Continua: “Li ho messi insieme anche se molti di loro avrebbero preferito continuare a sentire il belato delle pecore ed il muggito delle mucche, strappando ciuffi d’erba e rincorrendo cicale che, quando il Sole tormenta (così dice), continuamente friniscono sui rami degli alberi. Altri avrebbero preferito sentire il tintinnio del piccone che batte sulla pietra mentre sprigiona scintille d’oro o il rumore della zappa che scava buche profonde”.
Messi insieme: c’era chi aveva una voce sottile, chi una voce grossa, chi profonda, chi acuta. Ahimè le stonature! Che cacofonia!
Il Signore nel sentirli si sarebbe otturato le orecchie oppure avrebbe ordinato agli angeli di dare più fiato alle trombe!
“Meglio gli alti squilli che quel fracasso che giunge dal basso!” Avrebbe detto a S. Pietro.

Tum… per insegnare a cantare ho chiamato un tizio che si professava maestro di bel canto. Macché! Quello non ci sapeva fare. Voleva che tutti cantassero insieme senza accordi e senza fare prima le prove. Dopo un po’, esasperato e vedendo che i cantori mugugnavano e, temendo, che ritornassero là da dove erano venuti, l’ho cacciato via in malo modo. Ne ho chiamato, allora, un altro.
Sennonché costui era peggiore del primo. Mischiava i coristi. Metteva, ad esempio, i “tromboni “davanti. Quelli cioè che avevano (però letteralmente stava scritto: fazebant) la voce grossa mentre quelli che avevano la voce argentina li poneva dietro o addirittura non li faceva mai cantare. Diceva che… non servivano a niente! Così i bassi ed i baritoni prendevano il sopravvento sugli altri. Dov’erano i tenori ed i soprano? Alla fine ho cacciato anche quello.

Quando oramai avevo perso ogni speranza si è presentato, sua sponte, uno che diceva di avere diretto un coro nientemeno che presso una corte imperiale. Finalmente tutti sistemati a dovere. Admiratus sed etiam stupid(t?)us – qui non si leggeva bene se con la d o con la t -, ho notato che non solo li aveva sistemati tutti al posto giusto ma soprattutto aveva insegnato loro ad ascoltare gli altri. Di non cantare, cioè, per conto proprio ma, mentre guardavano il maestro del coro, di tendere l’orecchio per andare tutt’insieme affinché la voce fosse un tutt’uno anche se con diverse sfumature e tonalità.
Solo così il Signore poteva provare “diletto” e volgere il Suo sguardo benigno verso di noi.

Era divenuto, pertanto, un magnifico coro e la gente che veniva ad ascoltare le funzioni religiose, rimaneva entusiasta e talmente estasiata da non voler più andar via, dimenticando persino di recarsi a casa per il pranzo o la cena. Perché – sosteneva il rappresentante del clero -, quando si canta tutt’insieme, all’unisono, si ottengono buoni risultati; quando, invece, ognuno canta per fatti suoi non si ottiene nulla se non una gran confusione.

In calce, su questo pezzo di carta c’erano scritte altre cose ma erano così sbiadite che non si riuscivano a leggere. Forse, penso, erano elencati i nomi dei cantori, del maestro del coro ed anche del sacerdote.
Se qualcuno, per caso, si trova a passare da quelle parti potrebbe andare a leggere e cercare di decifrare oppure, meglio ancora, trovare anche una polverosa mappa della chiesa per poterla ricostruire.
Ho chiuso diligentemente quel librone e l’ho rimesso al suo posto. Mi sono accorto che là dove lo avevo poggiato, la polvere era sparita: aveva lasciato la sua impronta!
Ricerca di… Pasquale

Immagine di copertina. Abbazia di San Galgano – Chiusdino (Siena)

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