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È in edicola il numero di InNatura di marzo 2021

a cura della Redazione

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Come al solito riferiamo dell’uscita del periodico trimestrale dedicato alla Natura che seguiamo fin dalla sua prima uscita – questo è il n° 1 dell’anno VII.

Oltre alla copertina e al Sommario, riportiamo “in chiaro” l’editoriale di pag. 3 con un esemplare apologo-storia vera (a firma del condirettore), che ci riporta direttamente alle scempiaggini umane di cui abbiamo appena scritto nell’articolo sui daini (leggi qui).

La lezione del passero
di Enrico Ceci

C’è un modo di dire abbastanza diffuso, “mangiare come un uccellino”, per indicare chi si sazia con poco.
In realtà gli uccelli, a causa della digestione immediata e del movimento continuo, hanno un robusto appetito. La cosa non era sfuggita ai pianificatori della lotta contro i “quattro parassiti” lanciata nella Cina del Grande Balzo in avanti (1958-1962) che, oltre a topi, mosche e zanzare includeva per l’appunto i passeri.
L’obiettivo specifico della campagna Uccidi i passeri, era l’aumento della produzione agricola. I passeri infatti avevano il grande torto di mangiare i cereali privando la popolazione, specie quella rurale, dei frutti del proprio lavoro.
La causa, proteggere il cibo coltivato con fatica, sembrava più che giusta e anche per questo la risposta del popolo alle sollecitazioni delle autorità fu corale. Un intero Paese si mobilitò nella lotta per la liberazione dall’affamato passerotto.
Il piano non prevedeva di sparare a tutti i passeri. Troppo costoso e troppo pericoloso. Si potevano certo distruggere i nidi e le uova ma non sarebbe stato sufficiente. Ecco allora intervenire la “conoscenza” scientifica: i passeri non sono in grado di volare per più di due ore e mezza. Se lo fanno, stremati, cadono a terra stecchiti.

Dall’alba del 18 aprile 1958 al tramonto del 21 aprile, tutta la Cina si impegnò per impedire l’atterraggio dei passeri. Ovunque il gran fragore provocato da pentole, piatti, tamburi e quanto altro facesse rumore spaventò gli uccelli e li costrinse a volare fino allo sfinimento. Dopo 72 ore di fracasso i passeri erano scomparsi dalla Cina. L’era dell’abbondanza però non era affatto iniziata. Anzi. Ben presto tutti si accorsero che gli uccelli, oltre ai semi, mangiavano una gran quantità di insetti. Questi, specie le cavallette, liberati dai predatori iniziarono a sciamare e a devastare i raccolti. Anziché aumentare, la produzione agricola diminuì sensibilmente e sulla Cina si abbatté una grande carestia.

Il presidente Mao ordinò la fine della campagna contro i passeri, sostituendoli nel gruppo dei parassiti con le cimici.
L’alto funzionario che aveva ordinato lo sterminio fu licenziato dal suo incarico e furono reimportati nel Paese centinaia di migliaia di passeri. Nonostante l’orribile strage e la carestia che ne seguì, quindi, si riuscì ad affrontare lo squilibrio ecologico provocato dall’uccisione di 10 milioni di passeri.
Il fatto che si trattasse di una campagna mirata contro il passero, cioè che l’attività umana fosse intervenuta su uno specifico “tassello” di un quadro complesso, ha permesso di individuare prontamente la causa dello sconvolgimento ambientale e di misurarne le conseguenze. 

Ecco, quello che è accaduto al Passer montanus è quello che sta accadendo ad interi habitat.
Un uccellino ci dice che non si può più ignorarlo.

L’editoriale di pag. 3 (cliccare per ingrandire)

 

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