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I ponzesi visti da… (4). Vittorio Casali

di Giuseppe Mazzella

 

Vittorio Casali (Roma 1941), ha esercitato per ventisei anni la professione di radiologo all’ospedale San Giovanni di Roma. Medico cattolico aderente all’A.M.I.C. e docente in corsi di educazione sanitaria per volontari patrocinati dal Ministero della Sanità, si dedica con grande passione alla creazione letteraria, ottenendo numerosi riconoscimenti con i volumi “Una vita meravigliosa”(2003) e “Vivere per amare”(2006). Le pagine che proponiamo sono tratte da “La nostra gioventù” (Bastogi, 2008).

Casali è uno scrittore che trae ispirazione dalla sua esperienza esistenziale e dalle memorie familiari da cui deriva i messaggi morali che arricchiscono la sua prosa. Valori che, lamenta, oggi sembrano essere perduti.

Casali arriva a Ponza in una classica gita “fuori porta”, provenendo da Anzio. E’ studente universitario in medicina e vi approda in una radiosa giornata di maggio. Siamo a metà degli anni sessanta. Il turismo è ancora improvvisazione e spontaneità. I contatti tra ospiti e isolani sono timidi e impacciati. Poche note, ma che illuminano ulteriormente il mutamento che gli isolani avranno e subiranno negli anni a venire. Casali è giovane, è attratto dalla bellezza dei paesaggi, ma tra le righe si intravede in filigrana l’attenzione alle persone e ai ritmi  della nostra isola che affascinavano i pochi visitatori di quegli anni irripetibili.

Il brano è tratto dal capitolo “Positano e Ponza”.

…Una volta Susan e Jean mi invitarono a fare una gita con certi loro amici a Ponza per due giorni.

Eravamo al solito, una decina di giovani, di ventiquattro, venticinque anni, alcuni li avevo già incontrati a casa loro, che avevano il desiderio di organizzarsi e di rendersi almeno per alcune ore indipendenti dallo studio, di sentirsi liberi, senza troppi pensieri.

Fatti i biglietti di andata e ritorno dell’aliscafo, ci imbarcammo ad Anzio e, poco tempo dopo, quasi senza rendercene conto, siamo arrivati a Ponza. Ricordo che era un sereno pomeriggio di metà maggio ed i raggi del sole regalavano ancora una piacevole sensazione di calore. Dall’entusiasmo ci sembrava di approdare chissà dove, in quale lontano porto del mondo. Che magnifica sensazione di meraviglia si prova quando si arriva in quello storico porto a forma di emiciclo, con le case color pastello, voluto da Ferdinando IV Borbone e costruito, su una preesistente struttura romana, da Francesco Carpi!

Scesi a riva, una volta lasciato il traghetto, ci dirigemmo verso l’albergo che loro avevano prenotato. Non era che una semplice pensione poco distante dal porto, tuttavia a noi andava benissimo. Prese le camere, dopo una decina di minuti ci siamo ritrovati nella vicina piazzetta dove, comodamente seduti, abbiamo preso un ottimo gelato.

Erano circa le sei ed il sole pian piano si stava avvicinando sempre più al mare rendendolo di un bel colore rosso con infinite sfumature. Anche le pittoresche case, affacciate sul porto, addossate le une accanto alle altre, andavano colorandosi sempre più di un colore rosa. Una gradevole quiete, turbata soltanto dal rumore del mare e dal verso dei gabbiani, rendeva la serata un po’ magica. Un vero paradiso che noi ammiravamo in silenzio.

Dopo quella stupenda immagine ed un giro per alcuni negozi, abbiamo prenotato un tavolo per la cena. Verso le otto e trenta, vestiti sportivi, ma eleganti, dopo aver preso un aperitivo in un caratteristico bar sotto un porticato, siamo giunti in perfetto orario al ristorante.

C’erano diverse persone festose sedute ai tavoli che si affacciavano sul porto, dove da lontano si vedevano brillare tante piccole luci accese che, guardandole insieme, ricordavano quelle di un presepe. Una volta seduti, servirono buonissimi antipasti di mare con un ottimo vino bianco. Quindi ordinammo un primo ed un secondo sempre a base di pesce. Tra una portata e l’altra una ragazza di Milano, di nome Letizia, si mise a raccontare delle simpaticissime barzellette, una più divertente dell’altra e, con il suo accento milanese, le rendeva ancora più caratteristiche. Insieme ai gustosi dolci fatti in casa, portarono una bottiglia di vin santo che, dopo il vino bianco già bevuto, ci rese un po’ brilli e maggiormente disinvolti e spensierati.
Abbiamo trascorso una meravigliosa serata, in un ottimo ristorante, con buoni amici, che cosa chiedere di più? Usciti dal locale, intorno alle undici e trenta, ci siamo incamminati, alquanto “allegri”, lungo una strada che conduceva fino alle vicinanze della spiaggia di Chiaia di Luna e, per raggiungerla, abbiamo dovuto attraversare un tunnel scavato al tempo dei Romani lungo 168 metri. Era stupenda quella spiaggia, in parte sassosa e in parte sabbiosa, con la falesia più caratteristica dell’isola che raggiunge circa cento metri di altezza. La luna dall’alto ci regalava un po’ di luce. Credo che siamo rimasti almeno un’ora in quel posto incantato.

Appagati da tanta bellezza siamo tornati verso la nostra pensione. Si era fatta quasi l’una e nessuno aveva sonno o si sentiva spossato. Letizia allora riprese a raccontare, una dietro l’altra, nuove divertenti barzellette. Dopo tante risate, un suo cugino, Simone, cominciò a suonare la chitarra che aveva portato con sé. La mitezza del clima rendeva ancora più piacevole la serata. Per non disturbare, ci eravamo seduti sui gradini di una piccola chiesetta poco distante dalla pensione. Non so quante canzoni abbiamo cantato, sforzandoci di ricordare tutte le parole, finché Susan disse che erano circa le quattro e che forse era giunto il momento di andare a dormire.

Al mattino ci siamo ritrovati nella piazzetta verso le dieci. Fatta una buona ed abbondante colazione, decidemmo di affrettare il passo e di affittare un gozzo per effettuare un giro, di alcune ore, intorno all’isola.

C’era sulla banchina un’imbarcazione con a bordo un marinaio, che sembrava un vero capitano di lungo corso, con una folta barba ed un berretto in testa. Gli chiedemmo se fosse disposto a farci fare il periplo dell’isola e a che prezzo. Rispose: “Centomila lire”. Sembrò una cifra ragionevole, avremmo pagato solo diecimila lire a persona e quindi accettammo. AI momento di tirare fuori i soldi per radunarli, ci fu la bella sorpresa che nessuno aveva sufficiente denaro con sé. Rimanemmo un po’ sorpresi e cominciammo a sorridere nell’esserci accorti che eravamo nuovamente a corto di soldi e che, insieme, riuscivamo a raggiungere a malapena la cifra di cinquantamila.

Forse, come al solito, non ne avevamo portati abbastanza ma la cena della sera precedente, sebbene fosse stata ottima, era costata cinquantamila lire a persona e poiché noi ragazzi avevamo pagato anche per le ragazze questi erano pressoché finiti.

Come potevamo fare se avevamo soltanto quelli con noi? Non c’erano ancora le carte di credito a quel tempo! Certamente quel grosso marinaio non ci avrebbe accompagnati con la metà della cifra pattuita. Mentre eravamo lì che frugavamo nelle tasche, per vedere se avessimo trovato altri soldi, si avvicinò una coppia di Bresciani che ci chiese se stessimo prendendo quella barca e se fossero potuti venire con noi. Avevamo risolto i nostri problemi?

Li informammo della richiesta del marinaio e di quello che noi avevamo ancora in tasca dopo una dispendiosa cena; loro fecero un sorriso di simpatia e di meraviglia, stupendosi di vedere dei ragazzi per bene e distinti che, in quel momento, si trovavano in quella particolare situazione.

Intuirono che eravamo giovani che pensavano a tutto fuorché al denaro e dissero che avrebbero messo loro il rimanente. Tuttavia non ci sembrava giusto che partecipassero alla gita pagando la metà stabilita. Allora Letizia chiese al marinaio se fossero sufficienti sessantamila lire per l’affitto della barca dicendogli, semmai, di non fare il giro completo dell’isola.

Lui, che divertito aveva assistito ai nostri discorsi, disse che ci avrebbe volentieri ospitato sulla sua barca. Finalmente eccoci a bordo pronti a salpare. Facemmo subito amicizia con la simpatica coppia e, dopo le presentazioni, dissero di essersi sposati da pochi giorni e che stavano facendo il loro viaggio di nozze.

La sposa, avendo tante volte sentito parlare delle bellezze naturali di Ponza, dopo aver visitato Capri e Ischia, aveva deciso di conoscere anche questa stupenda isola con quelle coste alte e frastagliate, quasi ovunque ripidissime, a picco sul mare.

Trascorsa circa una mezz’ora dalla partenza, alcuni cominciarono a tuffarsi e poco dopo tutti noi li seguimmo. Quanti tuffi abbiamo fatto, uno, un altro, e un altro ancora nelle varie insenature dove la barca, di volta in volta, si fermava!

Intorno a mezzogiorno il marinaio, dal suo “posto di comando” situato in una piccola cabina, tirò fuori un’enorme “focaccia”, ovvero una mezza “pagnotta” ripiena di tante buone cose e cominciò ad addentarla.

Dopo il primo morso ci guardò e ci chiese: “Perché non mangiate anche voi?”. Cosa potevamo mangiare? Non avevamo nulla con noi se non della frutta. Allora cominciammo, per non deluderlo, a dividerci alcune arance che una ragazza aveva preso la sera al ristorante. Lui riprese a mangiare, sebbene con meno voracità, guardando noi che “masticavamo” educatamente degli spicchi contati di arancia. Il suo sguardo era alquanto meravigliato e perplesso e si capiva che quel giorno quella pagnottella non se l’era potuta gustare come avrebbe voluto poiché aveva davanti a lui tanti occhi “famelici”, si fa per dire, che lo guardavano fisso.

Dopo l’abbondante pasto, riprendemmo a tuffarci finché non tornammo da dove eravamo partiti. Quando siamo scesi ci siamo salutati con simpatia, ma il suo sguardo continuava ad essere pieno di interrogativi, quasi incredulo nel vedere dei giovani che parlavano bene, educati e divertenti che non avevano stranamente denaro con loro.

Per quanti giorni ancora si sarà posto quella domanda?
Anche la simpatica coppia di sposi salutò con la promessa di venirci a trovare a Roma.

Tornati alla pensione, fatta una doccia in fretta e prese le nostre cose, la pensione l’avevamo già pagata per fortuna, lasciammo l’isola ringraziandola per le piacevoli ore che vi avevamo trascorso, per la sua bellezza, per i tanti tuffi, anche se non avevamo fatto una gran bella figura con quel marinaio.

Una volta ad Anzio, un’amica di Susan trovò nella borsa, che evidentemente non aveva portato con sé nella gita in barca, più di trentamila lire e allora, essendo nuovamente “ricchi”, decise di offrire una buona pizza al porto.

Eravamo tornati nel “continente”, nella “civiltà” e nello stesso tempo era terminata quella breve vacanza che ci aveva regalato ore di felicità e di spensieratezza.

A Roma tutti noi avevamo il necessario e forse anche più di questo. Appena sbarcati ad Anzio il gioco era terminato, tuttavia, come ho detto, quell’episodio non è stato un caso unico perché, sempre nello stesso modo divertente, si è ripetuto più volte negli anni della nostra vigorosa gioventù.

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