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L’amore di un francese per l’Italia

di Patrizia Maccotta

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La mia anima doppia, francese lato mente e italiana lato cuore, esulta quando incontra un Francese che ama l’Italia. Se per di più il francese è uno scrittore celebre, che esprime nelle sue opere questo amore, allora anche l’esultanza è duplice!
P. M.

Il romanzo di Stendhal. San Francesco a Ripa. Pubblicato postumo (in Francia nel 1854)

L’amore di un francese per l’Italia. Cronaca romana del XVIII secolo, “San Francesco a Ripa”

Henri Beyle, vero nome di Stendhal, amava il nostro paese (Milano soprattutto) a tal punto da ambientare due delle sue opere, La Certosa di Parma (1839) e Cronache Italiane (1865), sul nostro suolo e da scrivere due libri di viaggio intitolati Roma, Napoli e Firenze (prima edizione 1817 – seconda edizione 1826) e Promenades dans Rome (1829). A tal punto da volere, addirittura, come epitaffio, le seguenti parole:
“Henri Beyle, milanese. Visse, scrisse, amò. Quest’anima adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare”.

D’altronde Stendhal conosceva bene la realtà italiana. Non era stato solo un viaggiatore. Era vissuto a lungo nel nostro paese, in diverse città. Si trovava in Italia già nel 1800, ad Ivrea, quando aveva solo 17 anni. Dal 1801 al 1802 si spostò, come aiuto di campo di un generale, nell’Italia del nord. Nel 1811 visse nella sua adorata Milano e, alternando soggiorni in Francia ed in altri paesi europei, anche a Roma e a Firenze. Inutile precisare che si innamorò più volte. Nel 1830 fu nominato console a Trieste che lasciò nel 1831, per essere nominato, il 17 aprile, console a Civitavecchia. In quella città si annoiava a morte, come egli stesso scrisse chiedendosi – Dovrò vivere e morire su questa sponda solitaria?.
La vicinanza del porto a Roma gli permise, tuttavia, di distrarsi nella città del papa e di frequentarne l’aristocrazia, soprattutto la famiglia Caetani. Gli permise pure di trovare il tempo per visitare l’Abruzzo, la Toscana e Napoli. È nell’archivio Caetani che trovò il materiale che gli fu utile per scrivere dei racconti ambientati in Italia che furono in seguito assemblati in una raccolta.
Lo scrittore rimase a Civitavecchia fino al 1841, con un’interruzione di tre anni a Parigi. A Parigi tornò per morirvi nel 1842, lontano dalla sua tanto amata Italia dove, in fin dei conti, aveva scelto di vivere la maggior parte della sua vita.

Ma quali aspetti della nostra nazione avevano fatto nascere un amore così intenso nello scrittore francese, un amore capace di fargli scrivere, in una sua autobiografia, a proposito di Milano: – Questa città divenne per me il luogo più bello della terra. Non sento per niente il fascino della mia patria (Vie de Henry Brulard; 1835).
Pensato e scritto da un abitante del paese “sciovinista” per eccellenza..!

Da sempre l’autore aveva votato un culto all’energia vitale che si esprimeva, secondo lui (alternando sentimenti positivi a sentimenti negativi, ma sempre forti) con la libertà e la passione da una parte e l’odio e la vendetta dall’altra. Questa energia si espletava al meglio in Italia e in un momento preciso, il Rinascimento. È una visione romantica, forse anche un po’ ingenua e stereotipata, dell’Italia vista come un paese popolato da anime forti e più sognato che reale.

Nelle sue Promenades dans Rome Stendhal ci spiega bene il suo pensiero e spiegandolo ci fa pure sorridere!
“Se avete viaggiato, seguite in buona fede queste ipotesi: prendete a caso cento francesi ben vestiti che passano sul Pont-Royal, cento inglesi che passano sul ponte di Londra e cento romani che passano per il Corso, scegliete in ciascuno di questi gruppi cinque uomini, i più pronti e i più coraggiosi. Cercate di avere ricordi esatti, scommetto che i cinque romani avranno la meglio sui francesi e sugli inglesi, dovunque li mettiate, in un’isola deserta, come Robinson Crusoe, o alla corte di Luigi XIV, con l’incarico di seguire un intrigo o nel bel mezzo di una seduta della Camera dei Comuni. Il francese, ma quello del 1780, e non il triste ragionatore del 1829, trionferà soltanto in un salotto in cui lo scopo principale è quello di passare piacevolmente la serata”.

Si era mai sentito uno scrittore parlare così dei suoi connazionali? Sentito definire il francese “(…) un eroe molto meno energico, meno straordinario del romano e che si stanca più presto di fronte alle difficoltà” e affermare che “la pianta uomo è più robusta e più grande a Roma che in qualsiasi parte del mondo”?

Chiesa di S. Francesco a Ripa. Incisione fine XVIII sec.

C’è da chiedersi come mai il raffronto avvenga tra francesi e inglesi da una parte e romani, non italiani, dall’altra. Da chiedersi perché questi romani vengano collocati sul Corso di Roma e non su un ponte, come gli altri due popoli.
E ci sono pure da considerare le contraddizioni di Stendhal che aveva definito Milano “una donna che amava di una passione folle” mentre Roma era soltanto “una sposa” e che aveva scritto, nel 1817, che “A Roma tutto è decadenza, ricordo, morte. La vita attiva è a Londra e a Parigi. Nei giorni in cui mi sento di buon umore preferisco Roma; ma il soggiorno in questa città tende a fiaccare l’anima, a istupidirla. Mai uno sforzo, un segno di energia: nulla procede speditamente”.
Qui, saremmo forse tentati a dargli oggi e in alcuni casi, ragione! Come conciliare, tuttavia, giudizi così contrastanti, così alterni, visto che, successivamente, nel 1826, Stendhal riprende la sua teoria del “romano” superiore a tutti, ma – questa volta – ad una condizione: “Il romano sembra superiore a tutti gli altri popoli italiani. Dunque non solo superiore ai francesi e agli inglesi, ma anche agli italiani e se gli si dà come guida Napoleone per venti anni, i Romani diventeranno certamente il primo popolo d’Europa”.
Addirittura!

Lo scrittore illustrerà le sue riflessioni al meglio nelle sue Chroniques Italiennes, un insieme di racconti scritti tra il 1829 e il 1839 e raccolti sotto questo titolo nel 1865 dall’editore, Michel Levy, che li pubblicò ventitré anni dopo la morte del loro autore. Quasi tutte le novelle hanno come contesto storico il Rinascimento, epoca per eccellenza, secondo Stendhal, dell’energia positiva degli italiani.
“San Francesco a Ripa” invece, scritto nel 1831, dipana la sua trama nel XVIII secolo e precisamente, come viene annunciato nell’incipit, nel 1726.

Chiesa di San Francesco a Ripa, oggi. Sotto, particolare by Silvio Salvi

Il racconto illustra bene il carattere diretto e passionale dei romani, anzi di una romana, visto che la protagonista è una donna che viene contrapposta a un personaggio maschile, un francese che soggiorna a Roma. Siamo alla corte di un papa dove dominano l’intrigo e il nepotismo. Il nome del papa è Benedetto XIII, ovvero Pietro Francesco Orsini; egli regnerà dal 1724 al 1730.

Il papa ha due nipoti, due donne altrettanto belle, potenti e ammirate, dal carattere opposto: la contessa Orsini, brillante e leggera, e la principessa Campobasso, pia e malinconica. Anche se il loro autore afferma di avere letto dell’amore di una principessa italiana per un francese in un manoscritto, i personaggi sono di pura fantasia e servono a dare corpo alle teorie di Stendhal. La principessa ama in segreto e con trasporto il nipote dell’ambasciatore francese presso il papa, il duca di Saint – Aignan; il duca è stato realmente ambasciatore del re Luigi XV dal 1731 al 1741, ma è assolutamente estraneo agli eventi narrati .

La principessa Campobasso incarna la naturalezza e la passione che solo gli italiani, in questo caso i romani, sono capaci di provare; il nipote dell’ambasciatore francese, il cavaliere Sénecé, incarna invece i difetti che Stendhal attribuisce ai francesi suoi contemporanei, ai francesi che vivono non più nell’eroico periodo napoleonico, ma nel grigiore della Restaurazione. Infatti egli è allegro e coraggioso, ma anche molto frivolo, superficiale ed estremamente vanitoso. Tuttavia l’austera e religiosa principessa romana si lascia vincere dalla leggerezza del cavaliere ed il suo amore è assoluto. Si accorge presto, purtroppo, della fatuità del suo amante quando egli intraprende la conquista della sua bella cugina, la duchessa Orsini. La gelosia si insinua allora nella sua passione e la predispone alla vendetta. Trova conferma ad un ricevimento dato dalla sua rivale dove il cavaliere è presente. Decide allora di parlargli francamente avvertendolo della profondità dei propri sentimenti che diventerebbero, in caso di tradimento, pericolosi sia per lei, sia per lui. Sénecé non sa, perché non può, capire il suo avvertimento e le propone superficialmente un accomodamento – si dividerà tra lei e l’altra donna – che sarà la causa del suo destino.

Ed è a questo punto, alla fine del racconto, che appare la chiesa che dà il titolo alla “chronique”. La principessa inizia a tessere la sua vendetta. Il cavaliere si trova, due giorni dopo la festa, verso la mezzanotte di una giornata molto calda, sul Corso dove passeggia la società di tutta Roma, e con lui la città si rivela finalmente anche se poco, pochissimo. Si aprono piccole strade traverse alla via principale , piccoli vicoli bui dove egli, rimasto inspiegabilmente senza cocchiere e lacchè, è costretto a fuggire quando si scopre inseguito. All’improvviso una chiesa gli appare come un probabile rifugio: è san Francesco a Ripa, officiata dai domenicani.
E lì inizia uno strano gioco tra Stendhal e la chiesa che sceglie di inserire nel suo racconto. Lo scrittore sapeva perfettamente dove si trovava San Francesco a Ripa. Lo precisa lui stesso in una nota: “Eglise de Rome dans le Trastevere”. Perché dunque collocarla accanto al Corso? Perché farla officiare dai domenicani e non dai francescani come lo era effettivamente?
Non ci sono risposte. Si può solo avanzare l’ipotesi che la chiesa, per la quale Stendhal aveva in un primo tempo scelto un nome di santa inesistente, Santa Maria romana, era solo un simbolo che racchiudeva tutte le chiese di Roma, un emblema della città del papa.
Altro fatto curioso, non ne viene fatta alcuna descrizione e non viene neppure menzionato il tesoro che essa racchiude in una delle sue cappelle, l’ultimo capolavoro di Bernini, la Beata Ludovica Albertoni, scolpita anni prima, nel 1674, della quale lo scrittore parla invece nel capitolo sulle chiese di Roma nelle sue Promenades.

Bernini, la Beata Ludovica Albertoni

È comunque in San Francesco che Sénecé cerca rifugio. E lì la novella prende una piega inaspettata e diventa un racconto gotico. Il cavaliere si trova di fronte ad un catafalco con uno stemma francese e delle insegne che portano il suo nome: si sta celebrando… il suo funerale! Il francese fugge di nuovo, lontano da questa scena surreale. Il ritmo della scrittura si fa più rapido. Raggiunge il suo palazzo dove trova il suo cameriere che gli annuncia che la principessa sta ricevendo l’estrema unzione e che lui, proprio lui, Sénecé, è stato assassinato. Il cavaliere scoppia a ridere e in quel preciso momento un colpo di fucile lo uccide insieme al suo valletto.

Qui, lasciando da parte ogni aspetto romantico, Stendhal assume un tono asciutto, da “Code Civil”, come lo definisce egli stesso, e termina bruscamente il suo racconto con la nomina a cardinale al monsignore confidente della principessa che aveva, probabilmente, organizzato l’omicidio, e con la venerazione della nobildonna come modello di pietà.

San Francesco a Ripa, in poche pagine, ha messo a confronto due mondi che l’autore giudicava incomunicabili: il mondo italiano passionale, eccessivo, ma vitale nella sua violenza, e il mondo francese dove predomina lo spirito, la vanità e la superficialità.
E Roma? Roma appare più come una quinta teatrale, anzi uno sfondo sfuocato: la corte del papa, dei sontuosi palazzi senza nome, il Corso ed una chiesa erroneamente, seppur volontariamente, collocata in un luogo dove non si trova. Perché è del carattere italiano che si tratta, e dell’amore di Stendhal per quel carattere, e non della città.

2 commenti per L’amore di un francese per l’Italia

  • Fabio Lambertucci

    Ringrazio Patrizia Maccotta per l’interessante articolo su Stendhal. Vorrei però precisare che l’immagine di Stendhal annoiatissimo da Civitavecchia non mi sembra totalmente vera. Credo che, anche se indubbiamente ha scritto quella frase, in fondo esagerasse molto (diceva Gabriel Garcia Marquez che gli scrittori devono sempre esagerare…).
    Tanto che lo storico giornalista civitavecchiese Silvio Serangeli (classe 1948) nel 2014 ha pubblicato il saggio, frutto delle sue appassionate ricerche sullo scrittore francese nel periodo civitavecchiese (è autore anche di documentario sempre su Stendhal a Civitavecchia), Il console Stendhal e la “petite ville” di Civitavecchia (Biblioteca Stendhal “Studi”, pp. 368, con presentazione del professor Massimo Colesanti) nel quale scrive: “Civitavecchia non è solo un angusto luogo di confino. Anche qui Stendhal ama osservare il mare, ha un bel gruppo di amici che lo portano in palmo di mano, lo scarrozzano nelle vaste terre d’Etruria a seguire le campagne di scavi, lo accompagnano nelle cacce, gli riservano il posto migliore nei banchetti, gli custodiscono la casa, i cani, si fanno in quattro per trovargli un libro o un gilet rouge, gli improvvisano un salotto di provincia in un retrobottega, fra i vasi etruschi e l’odore forte del sigaro toscano. Qui trova una tranquillità, spesso ai confini con l’ennui (noia), che gli dà il tempo di abbozzare, scrivere, rivedere i suoi lavori, leggere”. E poi c’è la gente di tutti i giorni, il porto con il ritmo forsennato dei battelli a vapore, i facchini urlanti, l’allegria delle fiere donne del popolo. Civitavecchia, la petite ville, è anche questo lato oscuro, che compare poco nelle lettere e nelle postille, i marginalia, perché le figurine che popolano il villaggio fanno parte di un mondo minore, che il console sente e vive nella quotidianità. Non conta citarlo. I destinatari delle lettere, gli amici hanno altri interessi.
    Solo Don Pardo (novella su un personaggio picaresco civitavecchiese del Seicento, ndr) colmerà, in parte, questa lacuna, che non è una dimenticanza e neppure una rimozione voluta, perché Stendhal a Civitavecchia ci vive e la conosce bene: attento e curioso, premuroso, perfino affettuoso, come fanno intendere le lettere che l’amico Bucci (Donato, commerciante di tessuti e conoscitore d’arte, ndr) gli spedisce durante i suoi congedi a Parigi”.
    Saluti da Fabio Lambertucci (Santa Marinella, Roma).

  • Patrizia Maccotta

    Grazie per avermi dedicato il suo tempo. Tutto vero, ma vero anche che Stendhal si recava spesso a Roma per vivere in un ambiente che lo stimolava di più.
    Mio marito era nato a Civitavecchia che conosco benissimo. La famiglia di sua madre era molto amica della famiglia Bucci (i discendenti ovviamente!) ed io ho a casa le loro tazzine di caffè – che le avevano regalato – dove ha bevuto Stendhal!

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