Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

I ponzesi visti da… (3). Vittorio Polli

di Giuseppe Mazzella

 .

Vittorio Polli (1908-2007), è stato un importante imprenditore bergamasco e un uomo di grande sensibilità artistica. Laurea in Legge all’Università Cattolica di Milano, che perfezionò alla Sorbona e a Londra, si impegnò nell’azienda paterna, per poi mettersi in proprio.

Appassionato di storia e di tradizioni, fondò il “Museo della Valle – Fondazione Polli-Stoppani Onlus”, che fu insignito nel 1982 a Stoccolma del prestigioso riconoscimento “Museo dell’anno”.
Per tutta la lunga e operosa vita non smise mai di approfondire le sue ricerche, viaggiando in tutto il mondo per trarre ispirazione per i suoi libri tra i quali ricordiamo “La piccola patria”(1972), “Le antiche case e la loro gente” (1999), e “La crosta della terra”(1998, Dalai editore), dal quale sono tratti i brani che ci riguardano.

Polli arrivò a Ponza nell’estate del 1959, nel mitico decennio degli anni sessanta. L’isola era immersa in una calma che i più giovani non possono immaginare. La vita si svolgeva ancora secondo ritmi antichi, con la cura che i ponzesi avevano per le loro cose e le loro abitazioni, il tutto immerso in “quell’aria speciale delle terre fortunate che galleggiano sul mare come i miracoli”, e con le donne che hanno un sorriso che “le procura intorno al volto qualche cosa come un’aureola di luce”
E pensare che queste pagine sono incastonate in tante altre dedicate a luoghi lontani e più famosi, ma rilucono come un diamante, che il tempo non ha minimamente appannato. Polli si immerge con tutta l’anima nel paesaggio e in “questo chiarore coi sensi scoperti come in un momento di grazia”. Una meraviglia che ci sorprende oggi più di ieri.

Le descrizioni sono così folgoranti che ci lasciano increduli e anche tristi per un mondo che non c’è più.

Isola di Ponza
Entrando dalla rada nel piccolo porto romano di Ponza, si avverte d’un tratto la straordinaria limpidezza del luogo, nelle sue case nel colore e in tutto il paese; viene spontanea una frase fatta, che esprime il nostro entusiasmo per la poesia della veduta che ci sta davanti: fermiamoci a vivere qui.

Un pudore delle cose facili e dei luoghi comuni ci fa subito arrossire mentre guardiamo e cerchiamo di intendere i motivi di questo stupore. Siamo seduti nel cortile d’una casa che sotto il cornicione del tetto ha dei buchi fatti apposta per alloggiare i colombi. Nessuno di noi ha una casa coi buchi per alloggiare i colombi. Il tetto difende dal sole e raccoglie l’acqua piovana, che è preziosa; fuori e da un lato c’è il forno per cuocere il pane, e dall’altro lato un piccolo orto. Gli orti di queste isole sono assai piccoli ma bastano e servono cosi limitati.
Un uomo intreccia sottili legni con prodigiosa rapidità e fabbrica nasse per la pesca.

Una donna cuce una toppa sulla camicia del suo uomo. Lui è capace di pescare, di tenere l’orto, di governare il mulo e il maiale; lei sa far da mangiare, sa cucire e generare bellissimi figli: questa donna ha un sorriso che le procura intorno al volto qualche cosa come un’aureola di luce. Lui porta in capo un berretto che, per le decorazioni dorate, potrebbe essere quello di un ammiraglio; deve essere il suo orgoglio: «questo cappello fu comprato a Napoli…» dice e il tempo passato dal giorno dell’acquisto sembrava moltissimo e Napoli una città remota e perduta, ma indimenticabile. E il gesto della sua mano aggiungeva che Napoli non era un desiderio, ma era solo una città lontana molte miglia di mare dalla sua casa e che un berretto così elegante, forse, non l’avrebbe più comprato in vita sua.

La donna cuciva silenziosa, mentre lui parlava coi forestieri; nel cortile della casa l’ombra era fresca; c’era quell’aria speciale delle terre fortunate che galleggiano sul mare come i miracoli. Quel lavoro tranquillo, la pace intorno e la seduzione dell’ora meridiana avevano un potere ipnotico: nessuno di noi aveva pensato che la vita potesse essere vissuta in quel modo.

Il cielo e il mare, sopra e intorno alle isole danno alla terra una speciale luce: esaltano i colori mentre il bianco acceca e il verde brilla.
I confini tra la terra e il cielo sono tagliati limpidi e le prospettive sembrano non esistere. Sopra la terra si abbattono ombre violente, e ciò genera contrasti che fanno delle isole un paesaggio esaltato. Solo le albe e i tramonti riescono ad ammorbidire i toni e a inghiottire le violenze della luce nella scura voragine della notte.

Le case sono antichissime ma assai curate; sono tenute come fossero qualcuno e non qualche cosa di utile; molti dei cortili all’aperto son dipinti di calce anche per terra. I grappoli di pomodori asciugano al sole sui muri di molte abitazioni, e subito fanno parte della vita. Sono un alimento importante per la gente delle isole: per tutti è buono e va messo insieme al grano al vino e all’olio. Da quando? Da sempre: prima di questi abitatori, prima di quelli avanti a loro e così molto indietro nel tempo.

Poca terra per l’orto, non occorre che sia molta. La gran parte dei campi è tenuta a vigna e se domandi perché ti rispondono che la terra dell’orto, se è ben bagnata, frutta assai e che a loro basta. È nota questa terra prodigio delle isole, meno noto è il fatto dell’accontentarsi della gente. La misura di questo accontentarsi è l’opera dell’antica civiltà che sta nei pensieri degli abitatori come un istinto.
Vedi il vecchio colono che bagna le sue piantagioni al tramonto con un gesto che assomiglia a quello del seminatore, spruzzando le foglie con la mano che intinge rapido nel secchio. E se guardi intorno, la terra sembra scomparire e tutto diventa orizzonti di mare. La vista del mare sta sempre davanti agli occhi di questa gente ed è consigliera, ed è guida per le loro decisioni e il loro umore. Noi, quando parliamo di orizzonte, ne parliamo in astratto perché nelle città non ci sono orizzonti visibili. Qui invece domina i pensieri, è sempre presente e informa la vita dell’uomo.

Terrazzi ricoperti di verde, difesa delle intimità della casa; sono più efficaci dei muri che recingono gli ingressi dei cortili. Le case sono vicine, a ridosso le une alle altre, ma i contatti indesiderati sono evitati dai muri, dai diaframmi di verde e di siepi fiorite. Solo alcuni gerani guardano indiscreti dentro qualche finestra.

* * *

I camini delle case sono a volte simili a piccole cattedrali: due tre cinque cuspidi sopra un piccolo tetto. Cuspidi di varia forma, che non lasciano intendere dove trovino, i costruttori locali, tanta fantasia per i comignoli delle loro abitazioni. E sono forti, dritti, sicuri a prova di vento. L’ambizione del bianco nei muri è l’orgoglio degli isolani; anche quelli che non hanno nessuno che manda i dollari dall’America, hanno case immacolate.
Forse dicendo candore, bianco, calce e simili parole, non si rende l’idea del colore delle case dell’isola; perché insieme al bianco c’è la luce, c’è l’aria, ci sono gli uomini che vogliono con forza avere le loro case bianche immacolate.
Il tempo, il caso, il gusto hanno sempre fatto costruire le case con poche decorazioni, ma le strade e i balconi, le porte e le finestre offrono una varietà che ci riempie di meraviglia. E indoviniamo come sono nate le borgate: le case si fanno su terreno che è sempre di roccia vulcanica; poi bisogna fare la scala per andarci poiché il terreno è tutto in pendio. Dopo la scala, il forno, il recesso, il muro di sostegno per la terra dell’orto.
Col tempo tutto potrà cambiare; verrà un vicino e anche lui fabbricherà la sua casa. Uno avrà bisogno di una nuova stanza per il figlio che è nato e avrà bisogno di un riparo dalla pioggia per il ciuco e il maiale, venuti ad arricchire la vita dell’uomo. Poi un terzo, quasi parente, avrà fatto un nuovo tugurio per la sua giovane sposa. Le case sono cresciute vicine e senza legge, con le loro scalette i portici gli archi e le finestre, i forni, gli stalli per le bestie.
In mezzo alle case ha preso a serpeggiare la strada coi suoi gradini e le sue pietre, la strada dove tutti passeranno, bene comune della civiltà organizzata. Così a poco a poco le costruzioni hanno salito il pendio e si sono addentrate per una valletta trovata fresca per l’estate e riparata dai venti dell’inverno. Accovacciate nel verde, posate sul grigio delle rocce, queste case guarderanno le insenature, gli approdi e il grandissimo mare. Si scalderanno al sole; prima le une e poi le altre, col giro naturale dell’astro che è alterno ed eterno. Mattino prima e pomeriggio poi, coi loro sguardi, queste abitazioni creeranno il calore della convivenza per ripeterlo agli uomini, ai loro abitanti; mobili loro nei sentimenti nei gesti e negli sguardi, in mezzo alla statica delle costruzioni, delle rocce e della natura muta.

La luce del tramonto rade i tetti e le cime degli alberi, illuminando le sere lisciate dal vento. Ombre lunghe che corrono sulla terra e scavalcano coi passi giganti i tetti delle case e tutto quello che incontrano nel loro andare. Il bianco dei paesi, i colori dei fiori, e tutti i colori in questo momento si esaltano, come le cose che sono all’estremo, e che non sanno se rivivranno.

* * *

Tra le cose più singolari dell’isola di Ponza, c’è il camposanto.
Dal tempo dei fenici, dei greci, dei romani, degli arabi e dei normanni, in questo luogo si portano i morti.
E la morte dei paesi caldi che gonfia e distrugge: è però la morte che non finisce col funerale. Nelle cappelle, nei vialetti tra le tombe ci sono sedie e altari dove i parenti si recano a conversare coi morti.
Non finisce la vita col funerale: i colloqui continuano nelle ore tarde quando le vecchie e i vecchi vanno dai morti per accendere un lumino e a dare notizie della famiglia.
Si siedono sulle sedie impagliate e, dopo aver detto le preghiere, parlano coi loro morti. Singolare costumanza che dura da secoli e che giustifica la vita. E questo continuare a vivere nel cuore dei parenti, questo essere custoditi dai vivi nei sentimenti nei pensieri e nella carne, non interrompe il ciclo che continua giorno dopo giorno in mezzo alle faccende domestiche al lavoro, ai canti e ai sogni.

Nell’isola la gente vive spesso solitaria e non ha molti contatti umani; morire non è dunque morire, ma alitare nelle preghiere, nelle illusioni, nei sogni dei vivi. Rinverdisce ad ogni stagione nel sentimento dei vivi l’anima dei morti.
La poca terra del camposanto ha tramutato tutto, assorbito ossa e ceneri di uomini e di secoli. I loculi sono uno sopra l’altro da innumerevole tempo; e sono gli stessi perché non c’è spazio. Loculi che sono posti uno sopra l’altro uno dentro l’altro così da giustificare mescolanze e simbiosi di anime e di corpi, trasmigrati chissà dove nella grande varietà delle creature. È una speranza? È un destino? Questo non morire è la sorte di un ciclo vitale che si riproduce immutato senza che nessuno conosca la propria sorte; sia uomo, sia erba, sia animale, sia sotto la terra che sopra la terra. Ma noi non vediamo, non sappiamo, non crediamo nel miracolo che passa da morte a vita, da noi a chissà chi, da noi ad altre creature.

Sull’orizzonte delle isole, la luna si prepara in cielo molte ore prima del suo turno; se ne sta a guardare impallidita e aspetta che se ne vada il cocente e violento sole. Nell’ora incerta del trapasso, sembra che la sua luce, invece di rischiarare, abbia la funzione di rinfrescare tutto ciò che è stato bruciato. Sorge e bagna di luce; ma noi pensiamo che sia come la rugiada, questo fresco lunare che si spande a poco a poco e che lascia più fondi segni d’ombra.
Tocca rinfresca e bagna la luna sul mare d’estate; influisce sullo spirito dei dormienti, sul cuore degli innamorati, sui gatti che escono col buio, sulle corolle che si chiudono nel sonno.

Anche noi camminiamo in questo chiarore coi sensi scoperti, come in un momento di grazia; diventiamo sensibili per le cose che non parlano, dimentichi delle voci che ci stanno intorno e che dicono inutili parole in lode del tramonto.
Nel cielo delle isole, c’è un momento nelle ore della sera, in cui sole e luna si guardano in faccia per darsi il cambio. Gli sguardi degli astri diffondono un rossore all’orizzonte che gli uomini chiamano occaso.

 

 

2 commenti per I ponzesi visti da… (3). Vittorio Polli

  • Molti visitatori dell’isola in quegli anni – fine cinquanta e sessanta- erano viaggiatori, non certo turisti. Viaggiavano, come si dice, “per trovare se stessi” e quello che ammiravano era il riflesso del loro animo. Se era sereno vedevano paradisi; se era tormentato vedevano inferni.
    Senza averlo dentro il paradiso é difficile coglierlo all’esterno.

    Queste viaggiatori sereni, innamorati, appagati dalla loro vita non vedevano per esempio la miniera che scavava inesorabile a Le Forna. Non coglievano il dramma di case abbandonate e distrutte.
    Loro erano uomini di mondo e non vedevano la sottomissione dei contadini alla zappa né quella dei pescatori all’acqua salata. Non vedevano quella vita ripetitiva, monotona, senza speranza, molto simile a quella dei lavoratori delle fabbriche: una vita per il salario. Loro i viaggiatori, ci vedevano dignità, saggezza, bellezza… ma tutto questo non era plasmato dalla libertà bensì dalla necessità.

  • Enzo Di Giovanni

    Certo, la necessità, che l’occhio sognante del viaggiatore colto e ispirato non poteva cogliere.
    Ma anche una caratteristica che oggi non conosciamo più, ben sintetizzata da questa illuminante osservazione: “nessuno di noi aveva pensato che la vita potesse essere vissuta in quel modo”.
    Ad intendere la piena partecipazione al proprio mondo, la conoscenza diretta del genius loci, l’armonia tra uomo, natura e comunità: tutte cose che abbiamo perso.
    E si vede.

Devi essere collegato per poter inserire un commento.