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Polvere di sogni

segnalato da Sandro Russo

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In un mio racconto-saggio di diversi anni fa citavo un raccontino di fantascienza (o per meglio dire di fantasy) che avevo letto da qualche parte senza riuscire a ricordarne l’autore né la fonte. È stato strano ritrovarlo – rivisitato e ‘montato’ con maestria – in questo racconto di Carlos Ruiz Zafón pubblicato ieri l’altro da la Repubblica, che non potevo non condividere con i lettori del sito.
S. R.

Zafón. I miei fantasmi

L’autore dell’”Ombra del vento” è morto lo scorso anno a soli 55 anni ma ha lasciato l’ultima raccolta di storie per i suoi lettori. Eccone una.
“Hai bisogno di un posto in cui stare?”
Laura mi condusse fino al portone L’edificio era uno di quei mausolei verticali che stregano la città vecchia

La donna di vapore
di Carlos Ruiz Zafón

Non l’ho mai confessato a nessuno, ma trovai l’appartamento per puro miracolo. Laura, i cui baci sapevano di tango, lavorava come segretaria per l’amministratore di condominii del primo piano. La conobbi una sera di luglio in cui il cielo ardeva di vapore e disperazione. Io dormivo alle intemperie, su una panchina della piazza, quando mi svegliarono due labbra che mi sfiorarono.
«Hai bisogno di un posto in cui stare?».
Laura mi condusse fino al portone. L’edificio era uno di quei mausolei verticali che stregano la città vecchia, un labirinto di gargolle e rappezzi sul cui ingresso si leggeva 1866 . La seguii su per le scale, quasi a tentoni. Al nostro passaggio, il palazzo scricchiolava come le vecchie navi. Laura non mi chiese del mio stipendio o delle referenze. Meglio, perché in carcere non ti danno né l’uno né le altre. L’attico era della grandezza della mia cella, una stanza sospesa nella tundra di tetti. «Lo prendo» dissi.

A dire il vero, dopo tre anni in prigione, avevo perso il senso dell’olfatto, e la faccenda delle voci che trasudavano dalle pareti non era una novità. Laura saliva da me quasi tutte le notti. La sua pelle fredda e il suo alito di nebbia erano le uniche cose che non bruciavano in quell’estate infernale. All’alba, Laura si perdeva giù per le scale, in silenzio. Durante il giorno, approfittavo per dormicchiare. I vicini di scala avevano quella cortesia mite che conferisce la miseria. Contai sei famiglie, tutte con bambini e vecchi che sapevano di fuliggine e terra smossa. Il mio preferito era don Florián, che viveva proprio sotto di me e dipingeva bambole su commissione. Trascorsi settimane senza uscire dall’edificio. I ragni tracciavano arabeschi sulla mia porta. Donna Luisa, quella del terzo piano, mi portava sempre su qualcosa da mangiare. Don Florián mi prestava riviste vecchie e mi sfidava a domino. I bambini della scala mi invitavano a giocare a nascondino. Per la prima volta nella vita mi sentivo benvenuto, quasi amato.
A mezzanotte, Laura portava i suoi diciannove anni avvolti in seta bianca e mi lasciava fare come se fosse l’ultima volta. La amavo fino all’alba, saziandomi nel suo corpo di quanto la vita mi aveva rubato. Poi sognavo in bianco e nero, come i cani e i maledetti. Perfino alle vittime della vita come me viene concesso un accenno di felicità in questo mondo. Quell’estate mi toccò il mio. Quando alla fine di agosto arrivarono quelli del municipio li scambiai per poliziotti. L’ingegnere delle demolizioni mi disse che non aveva nulla contro gli occupanti abusivi, ma che, con suo gran dispiacere, avrebbero dinamitato il palazzo.
«Dev’esserci un errore» dissi.

Tutti i capitoli della mia vita iniziano con questa frase. Corsi giù per le scale fino all’ufficio dell’amministratore per cercare Laura. Quello che trovai furono un attaccapanni e mezzo palmo di polvere. Salii a casa di don Florián. Cinquanta bambole senza occhi marcivano nelle tenebre. Percorsi il palazzo in cerca di qualche vicino. Corridoi di silenzio si ammucchiavano sotto le macerie.

«Questa proprietà è chiusa dal 1939, giovanotto» mi informò l’ingegnere. «La bomba che ha ucciso gli abitanti ha danneggiato irrimediabilmente la struttura.» Volò qualche parola. Credo di averlo spinto giù per le scale. Stavolta, il giudice si sfogò per bene.

I vecchi compagni mi avevano conservato la branda: «Alla fine, torni sempre».
Hernán, quello della biblioteca, mi trovò il ritaglio di giornale con la notizia del bombardamento. Nella foto, i corpi sono allineati in casse di pino, sfigurati dalla mitraglia ma riconoscibili. Un sudario di sangue si sparge sul selciato. Laura veste di bianco, le mani sul petto aperto. Sono ormai passati due anni, però in carcere si vive o si muore di ricordi. I secondini si credono molto furbi, ma lei sa eludere i controlli. A mezzanotte, le sue labbra mi svegliano.
Mi porta i saluti di don Florián e degli altri. «Mi amerai sempre, vero?». E io le dico di sì.

Da la Repubblica del 6 febbraio 2021 – Traduzione di Bruno Arpaia;
© 2021 Mondadori Libri S.p.A., Milano

Il maggior successo editoriale di Carlos Ruiz Zafón, L‘ombra del vento (La sombra del viento), del 2002

Il libro
La città di vapore è l’ultima raccolta di racconti dello scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafón (1964-2020) in uscita il 9 febbraio per Mondadori (traduzione Bruno Arpaia, pagg. 192, euro 18.50). Dal libro pubblichiamo in anteprima il racconto “La donna di vapore”


Post scriptum – Il mio racconto-saggio (del 2001) si intitolava “Cristalli sognanti”. Queste le frasi che hanno innescato il richiamo:
“Qualcuno citò
‘La polvere dei sogni’, il titolo di un altro racconto di cui nessuno ricordava l’autore, dove un uomo che è stato tanti anni in galera non riesce a vivere fuori e trova il modo di tornarci; era stato in carcere tanto tempo e si era assuefatto alla droga di un mondo immaginato, tanto che la vita di tutti i giorni gli sembrava squallida e insulsa”.

Immagine di copertina: Mario Sironi (1885-1961). Paesaggio (non solo) urbano (1921). Fondazione Cirulli

1 commento per Polvere di sogni

  • Maddy Del Ponte

    Grazie per la pubblicazione del testo del canto (stamattina) e grazie anche per lo stupendo racconto di Carlos Ruiz Zafòn
    Divoro e adoro i suoi libri…
    Dopo Ken Follett è il mio autore preferito.

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