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“La metamorfosi” di Luciano Canfora

Riceviamo in redazione e pubblichiamo questa sintesi proposta da Vincenzo Ambrosino

 .

«Qui vorremmo ripercorrere brevemente il cammino che ha condotto una formazione politica (quella educata nel Pci), per progressive trasfigurazioni, a farsi alfiere di valori antitetici rispetto a quelli su cui era sorta.»
[A cento anni dalla nascita del Pci, Luciano Canfora si interroga sulla metamorfosi progressiva di quel grande partito]

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“La metamorfosi” di Luciano Canfora (Laterza; gennaio 2021) parla dell’evoluzione del PCI nato nel 1921 da una costola del PSI: si chiamava Partito Comunista d’Italia. Una metamorfosi che ha al centro il ‘partito nuovo’ di Togliatti. Quella fu, nel 1944, una seconda fondazione. Fu la non facile nascita di un altro e diverso partito: diverso rispetto alla formazione ‘rivoluzionaria’ sorta vent’anni prima. La nuova nascita era una necessità storica, nella situazione mondiale del tutto nuova determinata dalla sconfitta dei fascismi. Ma le potenzialità insite in tale nuovo inizio non furono sviluppate con la necessaria audacia da chi venne dopo: Berlinguer incluso. Riannodando i fili di questa storia, Canfora cerca le ragioni del mancato riconoscimento dell’approdo socialdemocratico che il mutato contesto storico determinava. Una timidezza che ha contribuito alla successiva debolezza progettuale e ‘svogliatezza’ pratica. E alla progressiva perdita di contatto con i gruppi sociali il cui consenso veniva dato ottimisticamente per scontato.
V. A.

Il libro si apre con questa introduzione: « Perché la destra non decampa dai suoi caposaldi e li rivendica e appena può, li mette in pratica, mentre la sinistra (esitante ormai persino a definirsi tale)  non solo ha archiviato tutto il suo bagaglio ma è ridotta ad attestarsi – quale nuova linea del Piave – sul binomio liberismo – europeismo? ».
« L’attuale “semi-sinistra” sa bene che l’europeismo blandito con retorica e fastidiosa insistenza, non è che la figurazione romantica di una realtà intrinsecamente e prosaicamente iperliberista. Il suo fondamento, il cardine del Trattato costitutivo dell’UE, è il divieto degli aiuti di Stato alle aziende nazionali. E cioè la negazione perentoria, e di fatto ricattatoria, di tutta una linea di condotta economica che vedeva nella partecipazione statale e nell’economia mista la via da seguire ».

La cosa sconcertante per noi socialisti è che questa fede politica liberal-liberista è stata abbraccia dal PD nato dalle ceneri di due grandi partiti di massa la democrazia cristiana e il partito comunista.
Persino alcuni vecchi democristiani – dice Canfora – erano più a sinistra di questo PD. “Amintore Fanfani scriveva in un opuscolo Economia orientata: « La rivolta universale contro la civiltà capitalistica » prova che la coscienza cristiana può addormentarsi ma non può morire”.

Subito dopo la scissione di Livorno (1) il Partito Comunista d’Italia  era un partito giacobino-leninista ma poi ci fu l’avvento del fascismo. I partiti furono sciolti, iniziò la clandestinità, poi gli arresti, il confino politico di tanti militanti, la guerra.
Si legge nel libro:

« La lezione durissima del successo conseguito dal fascismo portò nella consapevolezza, di una parte decisiva del gruppo dirigente, all’archiviazione del modello e dello scenario giacobino-leninista, alla opzione definitiva per l’unità delle forze antifasciste” e in particolare alla ricerca di collaborazione con l’universo cattolico ». 

Artefice di questa trasformazione fu Palmiro Togliatti che diresse il partito per circa venti anni. Il suo più importante obiettivo, fu quello di traghettare la maggior parte – del partito, dei militanti e dei lavoratori – nel nuovo corso.

Togliatti si accorse che dopo venti anni di fascismo e di stenti, la classe operaia non voleva la rivoluzione ma voleva governare attraverso i suoi rappresentanti per cui il partito comunista doveva prepararsi a governare, ad entrare nelle istituzioni e riformarle in termini socialisti.

Per fare questo parlò di “Partito Nuovo” usando queste parole: quando parliamo di partito nuovo intendiamo prima di ogni altra cosa di un partito il quale sia capace di tradurre nella sua politica, nella sua organizzazione e nella sua attività di tutti i giorni quel profondo cambiamento che è avvenuto nella posizione della classe operaia rispetto ai problemi della vita nazionale”.
Togliatti scriveva: “il partito nuovo che abbiamo in mente deve essere un partito nazionale italiano, cioè un partito che ponga e risolva il problema della emancipazione del lavoro nel quadro della nostra vita e libertà nazionale, facendo proprie tutte le tradizioni progressive della nazione”
Il Partito Nuovo quindi doveva essere nazionale e doveva perseguire una politica di unità nazionale.
Doveva essere di “massa”, l’esatto contrario di quello che era il Partito nato da Livorno che era un partito di avanguardia: un partito di rivoluzionari.

Siamo nel 1945 il partito nuovo si batte all’interno dei Comitati di Liberazione Nazionale, che Togliatti intende come governo dei territori e della nazione.
Togliatti dice: “al governo ci siamo riservandoci tutto il diritto di criticare l’azione del governo quando essa non corrisponda al nostro programma e alle necessità del popolo e alle aspirazioni delle grandi masse”.

Togliatti ereditava quindi un partito molto ideologizzato, in un contesto nazionale scottato e distrutto dal Fascismo, e in un contesto internazionale molto bipolare.
Quando Togliatti parlava di  « democrazia progressiva »  che si proponeva di raggiungere con il Partito nuovo aveva in mente un progetto chiaro: dare alla classe operaia e a tutti i lavoratori la vera emancipazione in una società nazionale, libera e giusta attraverso le elezioni e le riforme istituzionali.

Canfora scrive che nel “Partito nuovo” nasceva il politico nuovo: « È politico capace colui che riesce a traghettare l’intero corpo militante e votante verso le nuove “parole d’ordine” lasciando progressivamente cadere quelle vecchie; tra l’altro tenendo d’occhio il ricambio umano e generazionale che parallelamente si produce all’interno del corpo militante ». 

Nel 1947 le cose cambiarono: « su forte pressione Usa, comunisti e socialisti venivano messi fuori dal governo italiano ».
Togliatti comunque riuscì a tenere la sua base unita e a portare a compimento la redazione e l’approvazione unitaria della Costituzione dicembre 1947.
Il 18 aprile del 1948 ci fu la sconfitta elettorale del Fronte popolare: PCI e PSI con il simbolo di Garibaldi persero le elezioni.
Il 14 luglio del 1948 anche dopo aver subito un attentato, Togliatti esortò alla calma i suoi militanti e mantenne nell’area democratica il partito.

Le parole pronunciate l’8 dicembre 1956, all’VIII Congresso del PCI non mostravano tentennamenti della strada intrapresa con il “partito nuovo”: « noi siamo democratici perché ci muoviamo nell’ambito della Costituzione, del costume democratico e della legalità che essa determina, ed esigiamo da tutti il rispetto di questa legalità e l’applicazione di tutte le norme costituzionali da parte di tutti, e prima di tutto dei governi ».
E ad incoraggiare Togliatti nella proseguire nella sua linea politica, per il riformismo parlamentare, fu la crescita dei consensi alle politiche del 1958.
Non cadde neanche nella provocazione della “legge truffa” (dicembre ’52 – marzo ’53) e dopo la svolta a destra del governo Tambroni 1960. 

Nel aprile del 1961 Togliatti dalle pagine di Rinascita ribadisce un concetto che è difficile – oggi più di ieri contestare: « la grande borghesia monopolistica – oggi la chiamiamo “il capitale finanziario” – può riuscire ad esercitare una sua dittatura pur in forme di una certa democraticità ».
La tesi che svolge è questa: « la democrazia ed economia fondata sul profitto capitalistico non sono affatto un binomio indissolubile ».« basta ricordare la perfetta convivenza tra grande  capitale e fascismo e che nelle società cosiddette occidentali il principio e la pratica democratica stentano a penetrare nella direzione della vita economica ».

Quando muore Togliatti nel 1964 (oceanica la manifestazione di affetto al suo funerale) lascia un partito forte e consapevole della necessità di dare una ulteriore svolta alla linea riformista.  « non più solo lavorare per ottenere riforme strutturali ma avere la pretesa di occuparsi del governo delle città e della nazione. Il riformismo doveva diventare cultura dei militanti per governare il paese ».

Dopo Togliatti divenne segretario Luigi Longo dal 1964 al 1972. Tentò di aprire un dialogo con il movimento studentesco, ma il suo tentativo trovò resistenze anche nelle fila dello stesso PCI. Nel maggio del 68 incontrò comunque un gruppo di studenti romani del movimento, sostenendo la necessità di ancorare le lotte studentesche alle lotte operaie.  « Pesantemente impedito (ebbe un ictus nel 1968) fu affiancato da un vice segretario, era Enrico Berlinguer, il quale nel 1972 divenne segretario fino alla sua morte nel 1984 ».

Nelle regionali della primavera del 1975 in quasi tutte le grandi città andarono al governo insieme PCI e PSI.
Il segretario politico del PSI Francesco De Martino, sull’onda dell’entusiasmo chiese che “si instaurassero a livello nazionale più avanzati equilibri che in altre parole significava aprire le porte del governo nazionale al PCI.

Berlinguer a Mosca il 27 febbraio 1976 parlò di “pluralismo” per dire che la vita democratica è accettare le diverse vedute politiche e farle marciare insieme per migliorare la vita dei cittadini.
Ma la Cia metteva microspie nella sede del segretario di Berlinguer Tonino Tatò.
Berlinguer in una intervista a Giampaolo Pansa il 15 giugno del 1976 diceva: “mi sento più sicuro stando di qua (nell’alleanza atlantica), ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia”.
Berlinguer continuò sulla strada democratica del lento avvicinamento al governo della nazione ma non seppe avviarsi con decisione verso la socialdemocrazia.
Il suo grande disegno fu il “Compromesso Storico”.
Questa convinzione a Berlinguer venne dopo il golpe in Cile (di cui rimase molto impressionato) appoggiato dagli Usa e personalmente da Kissinger.
Berlinguer temeva che potesse verificarsi anche in Italia un dramma come quello cileno per questo con il suo Compromesso Storico voleva ancora più legittimarsi in occidente come un partito non egemonico ma pronto al dialogo democratico. Ma gli Americani ragionavano come sempre da imperialisti. Tra l’altro Kissinger non stimava i comunisti ma neanche Aldo Moro che era il referente democristiano del Compromesso Storico.

Che cos’era il Compromesso storico?
Berlinguer pensava che anche la DC era un partito di massa, un partito che aveva un grande consenso tra i lavoratori cattolici. Quindi bisognava rinunciare ad avere la pretesa di conquistare anche le masse cattoliche ma cercare tra le classi dirigenti quei giusti compromessi per riforme istituzionali e politiche condivise.
L’interlocutore di Berlinguer come abbiamo detto ero Aldo Moro.
Moro uomo intelligente ma – forse anche lui aveva paura “dell’azzardo” – si dimostrò indeciso rimanendo invischiato tra le trappole del sistema correntizio e della netta opposizione della destra del suo partito, ma soprattutto minacciato dagli Usa, che erano assolutamente contrari a qualsiasi rapporto con il PCI.
Moro fu rapito e ucciso dalle Brigate Rosse che furono – ormai è chiaro – solo gli esecutori materiali.
Tutta l’impalcatura del Compromesso Storico, quindi tutta la politica del PCI si arrestò. 

Che cosa restava a Berlinguer: rivendicare la diversità morale comunista dicendo: “Noi abbiamo le mani pulite”.

Stalin al II° Congresso dei Soviet dell’URSS il 26 gennaio del 1924 parlò della diversità comunista: “Compagni! Noi siamo gente di una fattura particolare. Siamo fatti di una materia speciale. Siamo coloro che formano l’esercito del grande stratega proletario, l’esercito del compagno Lenin…” 

“La diversità comunista” era una suggestione vecchia presa dall’arsenale stalinista che fece arretrare la politica comunista di trent’anni, dimenticando le esperienze del governo delle sinistre nelle città e con il senno del poi possiamo dire che – amplificando l’azione dei giudici di “Mani pulite” mirata a distruggere i partiti riformisti e statalisti – ha aperto la strada per l’ascesa al potere di Berlusconi con l’opzione anti-comunista.

Berlinguer non è stato capace di creare un’alternativa socialista dopo lo strappo con l’URSS, non ha lavorato per l’unità delle sinistre in Italia. « Dopo il compromesso Storico ha parlato di “Terza Via” di Eurocomunismo “un po’ di spontaneismo sessantottesco” nell’erronea convinzione che fosse quello il modo per agganciare le nuove generazioni: apertura all’ambientalismo, vagheggiamento di una diversa qualità della vita. Invece di tornare alla tradizione socialista e socialdemocratica esistente in Europa e in Italia, si è inventato una “terza via” ».

Canfora addirittura tira in ballo Gramsci per sminuire la scelta di Berlinguer per la “terza via”: « era quella già sperimentata in economia dal fascismo. Gramsci 1932-33 quaderni dal carcere (sul fascismo come rivoluzione passiva del secolo XX ) sul corporativismo come terza via tra iper-capitalismo liberista e soluzione rivoluzionaria sterminatrice ». Quella terza via appare a Gramsci nel 1932, la definisce capace di « trasformare riformisticamente la struttura economica da individualistica a economia secondo un piano, foriera dell’avvento di una economia media tra i due estremi ».

Quando un Partito sbaglia analisi dice Canfora « perde concretezza nella pratica politica, perde il contatto con la base, che non riesce a comprendere qual è il percorso da seguire. Questo contatto Berlinguer lo dava per scontato  ed è stato un errore perché il legame con la base dei militanti va costruito giorno per giorno nella pratica ».

Berlinguer quindi abbandonò la via tracciata da Togliatti per riunire la famiglia socialista in Italia e anche in Europa; alla ricerca di “compromessi storici” falliti per mettere all’angolo il PSI. Cercò Terze vie per un eurocomunismo inesistente e inconciliabile in una Europa social democratica e popolare.
Dopo Berlinguer arrivò Natta e poi Occhetto.  

Di questi due segretari Canfora non parla, eppure fu Occhetto a fare la grande svolta dopo la caduta del muro di Berlino.
Scrive Canfora « La composizione sociologica del gruppo dirigente del “suicidato” PCI mutava profondamente e irreversibilmente ».

I nuovi dirigenti del PCI dopo la caduta del muro di Berlino, cresciuti nel mito della diversità comunista, delegarono a poteri extra politici dei giudici; “delegarono ai giustizieri di mani pulite” le sorti della prima Repubblica. Questi dirigenti si sono tagliati i ponti alle spalle e si sono trovati in un vuoto ideologico e programmatico. Si sono spogliati delle vecchie casacche, abbandonando oltre ai vecchi simboli, di falce e martello, il termine “Comunista” e nel  tempo hanno smarrito tutti gli ideali di “Sinistra”.

Togliatti aveva intrapreso una via autonoma per portare progressivamente il partito nella socialdemocrazia e nel riformismo governativo, i suoi successori sono rimasti nostalgicamente alla ricerca di un paese guida; sono passati dal culto del paese del socialismo reale del 1921, all’innamoramento per la grande democrazia americana. incapaci a vedere la realtà effettuale: “Hanno riscoperto come d’incanto i lati positivi del capitalismo e la necessità del profitto”.

Oggi gli eredi che formano il Pd – di quello che è stato il PCI (partito nuovo) e la DC (che aveva nelle sue file anche personaggi come Fanfani) – non hanno più una visione di nazione, di popolo, di giustizia sociale e politica che possa essere socialista che possa essere protagonista per l’Italia e in una Europa da ripensare.

Per riassumere la storia di un Partito di militanti che credevano in un mondo più giusto: Dopo Livorno nasce il  PCd’I poi rinato in forma completamente diversa nel 1944 come Partito Nuovo. Cresciuto con ammirevole continuità, nel consenso elettorale, nel corso di un trentennio, fino ai successi di risonanza mondiale conseguiti nel 1975 e 1976; addirittura maggior partito italiano alle elezioni del 1984; « suicidato » dal vertice appena cinque anni dopo (1989); sciolto in via definitiva dopo un anno abbondante di agonia.

Che cos’ oggi il Pd? Un Partito che non è né Democristiano né Comunista sicuramente non Socialista. Assomiglia più ad una azienda in cui vi sono dei soci di maggioranza e di minoranza che attraverso le primarie scalano il partito e si trovano a diventare Amministratori Delegati: utili a conservare il dividendo politico per i soci.

Scrive Canfora:
« E così l’ideologia europeista del attuale Pd i cui contenuti concreti non vengono mai definiti se non con genericità: Erasmus per i giovani, la cui facciata vergognosa è il “Trattato di Dublino” vorrebbe essere una nuova forma di internazionalismo ».
Il Pd si è messo al servizio di queste politiche che stanno distruggendo tutte le conquiste « del gradualismo socialdemocratico, attuate nel corso del secolo XX essenzialmente sul piano nazionale ».
Non abbiamo speranze, non c’è alternativa a questo sistema di governo capitalistico globale imposto dall’élite finanziaria?

Canfora termina il suo libro in questo modo: « non è più tempo di recriminazioni o di puntualizzazioni storiografiche. La domanda è solo una: potrà l’odierna socialdemocrazia (fenomeno in prevalenza europeo), scoordinata com’è e frastornata, reggere alla prova della vittoria planetaria del capitale finanziario? ».

Infatti, al di là della bandiere e della Storia che ha visto il PSI distrutto dalla magistratura e il PCI autodistruggersi a seguito di eventi internazionali (caduta del muro) e poi assorbito su sponde liberiste, restano uomini e donne che hanno ancora ideali socialisti, che si accorgono sulla loro pelle che in Italia, in Europa, nel Mondo c’è un problema di democrazia. Questo vuoto è occupato dalla Destra che rimane fedele ai suoi principi di famiglia-stato-nazione: pericoloso perché può trasformarsi in nazionalismo.
Gli uomini socialisti e comunisti un tempo erano fedeli alla Costituzione che fissava regole chiare di progresso e sviluppo nella giustizia sociali del popolo italiano e di tutti i popoli della terra. Bisogna unire  tutti i militanti per la democrazia il cui punto di riferimento rimane inossidabile la Costituzione italiana.


Nota
(a cura della Redazione)

(1) – Scissione di Livorno (1921) – Il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano si tenne al Teatro Carlo Goldoni di Livorno dal 15 al 21 gennaio 1921, inserendosi nel generale contesto di scontro in atto all’interno del movimento operaio internazionale tra la corrente riformista e quella rivoluzionaria. Il dibattito, che venne seguito con grande interesse sia in Italia che all’estero, si incentrò sulla richiesta avanzata dall’Internazionale Comunista di espellere dai partiti ad essa aderenti, o intenzionati a farne parte, la componente riformista.
Al termine di giornate caratterizzate da un clima particolarmente tumultuoso e turbolento, il congresso fece registrare la scissione della frazione comunista che, di fronte al rifiuto della maggioranza del partito di accogliere la sollecitazione del Comintern ed estromettere i riformisti dal PSI, abbandonò i lavori e diede vita al Partito Comunista d’Italia (da Wikipedia, che ne fa un resoconto molto dettagliato).

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Appendice del 9 febbr. 2021 (Cfr. Commento di Sandro Russo)

Gli allegati citati nel commento:

1. Consultazioni. Botta e risposta Zingaretti De Gregorio [2]

2. Gianni Cuperlo. La Sinistra e il coraggio di cambiare [3]