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A Ponza… Oltre il Biancolella del Fieno

di Rosanna Conte

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Sono diversi gli articoli presenti sul nostro sito che parlano delle Antiche Cantine Migliaccio e dei vini che producono con l’uva del Fieno, la zona di Ponza impervia ma ottima per la coltivazione delle viti perché esposta a sud-ovest.

Chi  non conosce il lavoro dei contadini, guarda al Fieno come a un paesaggio caratteristico con le parracine, punteggiate dalle cantine, che degradano fino al mare. E se lo scopre dalla barca che lo porta in giro per le cale di Ponza, rimane affascinato da quel miscuglio di tratti antichi e ordinata coltivazione che si dispiega sotto l’implacabile arsura del sole e si chiede dove sia la strada per arrivarci. E’ facile a quel punto  proiettarsi in maniera distopica sulle catene più alte per volgersi a guardare il mare… Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto…

Eppure, chi sa e conosce il lavoro dei campi, non può non figurarsi la fatica di quei contadini che devono arrivare, in qualche modo, a quel lembo di terra simile ad un anfiteatro e renderlo fruttifero. Allora il fascino del paesaggio lascia il passo alla realtà quotidiana di chi deve curare prima di tutto il terrazzamento che segue le antiche indicazioni locali per evitare che il terreno scivoli a valle e si riversi in mare.

Il riconoscimento di “vigneti eroici” a quelli del Fieno non è senza motivazione. Le parracine coltivate ci dicono che c’è ancora qualcuno che, seguendo le orme degli antenati, impianta e coltiva la vite su terreni improbi. Ma ciò che rende rilevante il recupero è anche l’utilizzo di piante autoctone,  ereditate dal passato, la cui ambientazione al microclima favorisce una maggiore resistenza alle malattie più devastanti.
Certo, per decidere di avviare una produzione al Fieno, cosa che quasi tre secoli fa hanno fatto i coloni ischitani arrivati a Ponza nel XVIII secolo, bisogna avere una forte motivazione, ma la bontà del vino che vi si produce ripaga con soddisfazione la fatica che vi si profonde.

Allora, per quei coloni, come Pietro Migliaccio, che per primo si arrischiò a prendere ventisei moggi di terreno al Fieno “parte in piano, e parte scoscesa, e pietrisco” si può pensare alla necessità di sopravvivenza. Non per niente dovettero cavarsela fidando nelle proprie forze e nella comprensione del governatore Evangelista Bianchi, che anticipava alla cassa reale la parte mancante dei loro canoni pagando di tasca propria. Era ancora lontano il tempo in cui Antonio Winspeare avrebbe ottenuto per i coloni della seconda ondata  l’allungamento della franchigia dal pagamento del canone da tre a dieci anni.

Ovviamente ci sono stati e ci sono ancora coloro che fanno i contadini per mestiere sulle terre di famiglia sobbarcandosi pazientemente del surplus di fatica necessaria e integrando con altro lavoro i guadagni che, data la parcellizzazione dell’attività agricola individuale, sono del tutto inadeguati alla vita attuale.

Ma si può fare anche per passione, per un antico legame con quella terra che ti porti nel sangue, per i ricordi che ti rimandano a tuo padre o tua madre che usciva prima dell’alba dalla sua casa, magari nella zona del Porto, per arrivare dopo 40 minuti di salita ininterrotta in cima al Fieno, mentre il sole fa spuntare i suoi raggi alle tue spalle e ti si apre ai piedi la vallata in ombra. Le ore necessarie al sole per salire in alto e far capolino da dietro la Guardia erano quelle da sfruttare per il duro lavoro dei campi.

E’ questa ultima motivazione che ha spinto Emanuele Vittorio, discendente dell’antico colono Pietro Migliaccio,  a recuperare il terreno dei suoi avi e coltivato da suo nonno e, poi, anche da sua madre, abbandonato da molti decenni. Per lui, che per mestiere aveva fatto in tutta la vita l’odontoiatra, è stata una vera impresa che è iniziata lentamente coi primi recuperi di terreno, realizzato con l’aiuto dei contadini che lavoravano già in questo angolo di Ponza, di cui oggi resta Liberato come unico superstite, per diventare una vera attività con gli investimenti necessari e la strutturazione di un’azienda in grado di poter stare oggi sul mercato.

Al suo fianco è sempre stata presente Luciana Sabino, sua moglie, che, oltre a seguire tutti i momenti della produzione, cura la comunicazione avviando e mantenendo contatti in Italia e all’estero. Così le ottomila bottiglie di vino che riescono attualmente a produrre – Biancolella, Fieno di Ponza bianco, rosato e rosso –  oltre che nei ristoranti dell’isola e in enoteche importanti di Napoli, trovano mercato in  diverse città italiane ed europee (inglesi e olandesi).

Se il prodotto è apprezzato per le caratteristiche organolettiche, anche il lavoro di Luciana ed Emanuele riceve riconoscimenti – ultimo quello di Autochtona 2020 – perché promuove il patrimonio dei vitigni antichi italiani.

E’ un po’ il discorso che si dovrebbe fare anche per gli altri prodotti agricoli dell’isola. La conservazione dei semi antichi, oggi, è praticata da pochissimi. Si preferisce comprare ogni anno le piantine nuove degli ortaggi e dei legumi i cui semi non sono riproducibili. La conservazione dei semi di piante autoctone rende la produzione meno soggetta alle malattie e darebbe, insieme alla concimazione biologica, quel carattere di unicità che consente di rendere il prodotto più pregiato.

E avere un riconoscimento Denominazione di Origine Protetta (DOP), oggi, significa avere un lasciapassare per entrare in un mercato che promette di più a chi si sobbarca del lavoro supplementare di recuperare le piante ereditate dai nonni e conservarne i semi.
Se ne è parlato altre volte sul nostro sito e la pratica di scambiarsi i semi originali di diversi prodotti agricoli dovrebbe trovare uno spazio reale fra i ponzesi che hanno colto l’importanza della tutela della produttività locale.

Sarebbe un’importante iniziativa di cui qualsiasi amministrazione comunale dovrebbe farsi promotrice.

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