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Cronache al tempo del Covid-19 (27). Come è cambiato il rapporto con i figli

Segnalato da Tano Pirrone (da la Repubblica di oggi 1° febbraio)

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Francesco Piccolo ha reso esplicito e inequivocabile un sentimento, credo, comune. Io personalmente lo sottoscrivo, mi vergogno, ma è così che ci si sente!
T. P.

Maledetto virus mi hai insegnato ad avere paura dei miei figli
di Francesco Piccolo


Il più piccolo va alle medie e abita con me qui a Roma. Quando torna a casa e mi abbraccia gli chiedo: ti sei lavato le mani?
 
Il punto è che se i giovani si ammalano guariranno: noi adulti chissà. E certo non voglio che poi si sentano in colpa loro

La più grande invece fa l’università e vive con sei studenti a Bologna. La ritengo un’appestata. E lei è impressionata dalla mia paura. Vorrei che questa fortuna venisse decisa per decreto: se tutti i ragazzi vivessero lontani dai genitori, poi non tornerebbero a casa a infettarli

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Fino a oggi, non mi sono ancora ammalato, comincio a sperare di riuscire ad arrivare ai vaccini senza che succeda; ma ci sono molte cose che sono cambiate a causa di questo virus. E ce n’è una che mi sembra intollerabile, e con la quale invece sono costretto a convivere: la pandemia mi ha insegnato ad avere paura dei miei figli.
 Ho due figli, una frequenta l’università a Bologna, l’altro va alle medie, è sempre andato a scuola finora, e vive con me. Quando torna a casa dico: togliti le scarpe, lavati le mani. Lui sbuffa e dice sì. Poi si avvicina, mi abbraccia e io dico, scansandomi: ti sei lavato le mani? Ma sì!, dice lui. E così mi lascio abbracciare mentre penso: e se non le ha lavate? E se le ha lavate male? E se mi sta spalmando il virus?

Fino all’arrivo della pandemia, erano i miei figli, al limite, ad aver paura di me (molto al limite). Se mi incazzavo per qualcosa, se riuscivo a essere severo. Adesso sono mite, malinconico, pedante, molto pedante. E un po’ distaccato; cerco di non esserlo ma l’istinto mi porta a star lontano da loro. Qualche volta mio figlio invita un compagno di scuola a studiare. Io cerco di tornare a casa quasi sempre dopo che il compagno di scuola se n’è andato. Apro tutto, ma la puzza di ormoni di due ragazzini preadolescenti è più difficile da scacciare del pesce fritto della domenica, e dentro quegli ormoni sperperati nella casa saranno rimaste di sicuro tracce di virus. Il giorno dopo, mio figlio va a scuola e poi a basket (all’aperto), il giorno dopo ancora va a scuola e poi a lezione d’inglese. E io penso a tutte le probabilità che ha di portare a casa il contagio. Intanto leggo sui giornali, come tutti, ogni giorno, tutte le interviste ai vari esperti, che unanimi dicono: ci si contagia soprattutto in famiglia.

Mia figlia è a Bologna. Vive con sei altri studenti in una casa. Io la ritengo, semplicemente, un’appestata. Non mi chiama mai perché è talmente impressionata dalla mia paura che teme che io pensi che se mi telefona, mi contagia. Allora la chiamo io. Ogni volta, mi risponde con una voce squillante in mezzo a un rumore molto evidente di strada piena di giovani vocianti e di rumore di stoviglie fortissimo, quello che solo i baristi sanno produrre quando lanciano le tazze e i bicchieri tutti insieme nel lavello, con l’intenzione di fare più casino possibile (non si capisce perché).

Alle volte, penso di essere dentro una serie tv distopica: io la chiamo dal 2021, e lei mi risponde dagli anni ’70 a Bologna, e accanto a lei c’è Andrea Pazienza e quella musica lontana dev’essere un concerto degli Skiantos. I baristi, anche negli anni ’70, fanno un gran rumore di stoviglie.
Le chiedo: ma dove sei?
E dove devo stare, dice lei, a casa.
Non è a casa, a meno che non abbia una app che ripropone i rumori delle strade piene di ragazzi vocianti e di stoviglie nei bar. E se non è a casa, penso che sono fortunato che stia a Bologna e non qui. E vorrei che questa fortuna venisse decisa per decreto: tutti i
giovani studenti (secondo me non solo universitari, ma dalla scuola materna in su, però forse è chiedere troppo) dovrebbero vivere e studiare in una città sufficientemente lontana. Dovrebbero stare in un’altra regione e dovrebbero prendere la residenza, in modo che non possano più, fino alla fine della pandemia, tornare a casa a infettare i loro genitori.
 La motivazione è semplice: tranne rarissime eccezioni, se quegli studenti si ammalano, guariranno facilmente. Se ci ammaliamo noi, diventa molto complicato. Per questo, loro possono ammalarsi, ma non stare vicino a noi.

Mi dispiace tutto questo? Mi dispiace pensare di volere che mia figlia resti lontana e non torni a casa per mesi e mesi? Immensamente. Ma mi rassicura. Mentre non mi rassicura affatto avere un figlio per casa che corre, urla ed esce tutti i giorni. È questo il nuovo groviglio contorto e innaturale di sentimenti che ha creato il Coronavirus: avere paura dei propri figli più che di ogni altro essere umano al mondo; sentirsi al sicuro soltanto se i propri figli non ci sono, sono lontani; ogni mattina esco e vado a lavorare ed è lì fuori che mi sento al sicuro; dentro, in casa mia, dove torno la sera, potrebbero esserci quelle minuscole particelle che mi aspettano.

Perché io il virus lo vedo. Da quando ho cominciato a osservare e studiare quei disegni che appaiono sui giornali, quegli esempi che mostrano il contagiato che al buffet (quasi tutti i disegni fanno esempi di buffet, non chiedetemi perché) sparge quella polvere rossa su altri ospiti, quella polvere rossa dei disegni ho cominciato a vederla nella realtà. Mentre ceniamo, mio figlio alza la voce o fa qualcosa che assomiglia lontanamente a un colpo di tosse, io vedo partire quella polvere rossa con granelli grandi e piccoli e la parte contagiata che perde luce, va in penombra. Loro parlano, e io vedo il virus nell’aria che si posa sul tavolo, si avvicina a me, mi avvolge. Vedo il virus che vaga sotto i portici di Bologna, nelle stoviglie rumorose nei lavabi, nella casa con moltissimi studenti dove vive mia figlia. Lo vedo al campo di basket, durante la lezione di inglese. Vedo il virus che accompagna i miei figli ovunque essi vadano, qualsiasi cosa tocchino. Vedo tutti i figli che esistono servirsi continuamente al buffet. Prima, se avevo qualche frustrazione, il mio conforto era l’abbraccio dei miei due figli, il fatto che a loro non importasse nulla dei miei contorcimenti: potevo essere in qualsiasi condizione d’umore, sociale, professionale, economica, non importava, ero il loro padre. Adesso, quel conforto è il mio tormento, me lo prendo o non me lo prendo? E in realtà, la questione davvero complicata è che la mia frustrazione più grande adesso, la mia angoscia più profonda, riguarda proprio questa pandemia, i morti, le persone intorno che si ammalano e che temo possano peggiorare; e cercare il conforto dei miei figli potrebbe voler dire consegnarsi al virus senza difese.

E poi a un certo punto, mia figlia dice: potrei tornare qualche giorno.
 Prima sarei stato entusiasta, adesso sono molto scettico. Le dico: autocertificazioni, divieti tra regioni, pericoli, poi devi studiare, non devi seguire i corsi?, non è troppo sfiancante? Lei dice: io posso, quella è anche casa mia. Ma certo, dico, e noi siamo felici di rivederti — ma mento. Mento. Non perché non sia felice, è che ho paura di lei, dei suoi sei compagni di casa, dei fidanzati, dei parenti degli altri studenti, degli Skiantos.
 E così, torna. Le ho prenotato un tampone alla farmacia più vicina, è passata da casa e ho impedito a chiunque di avvicinarsi, e quando è risultata negativa finalmente ci siamo abbracciati. Salvo il fatto che hanno immediatamente cominciato a dirci, tutti, che l’antigenico non è così infallibile, anzi; che se è stata contagiata da poco, il tampone potrebbe non averlo ancora rivelato; che comunque niente è sicuro, niente. Ma soprattutto, c’è gente per le strade della mia città e di tutto il Paese che si aggira fino all’ora del coprifuoco per fermare qualsiasi conoscente e ripetere ossessivamente questa frase: però il tampone ti dice che sei negativo solo fino a quando lo hai fatto, dopo no. Lo dicono con enfasi, come se la trovassero una scoperta personale: il tampone vale fino al momento in cui lo hai fatto. Non per il futuro. In realtà non esiste ancora nulla capace di constatare qualcosa a partire dal presente per il futuro, ma sempre dal passato fino al presente, cioè fino al momento in cui viene constatata. Non esistono tamponi che possano rilevare ciò che ti succederà dopo aver fatto il tampone. Forse nelle serie tv distopiche, ma qui no.

Quello che vogliono dire è che mia figlia potrebbe essere stata contagiata dall’uscita della farmacia fino a casa. Lo dicono perché non vogliono dare scampo ai nostri tormenti, e alle nostre speranze. Però quando è tornata dalla farmacia l’ho abbracciata, forte, perché le voglio molto bene, perché mi manca dal giorno in cui ha deciso di andare a studiare in un’altra città; perché mi sento in colpa per averle aperto la porta e per averle detto “ciao” da lontano; in sintesi, perché mi sento in colpa di trattarla come un’appestata. Ma mentre la abbraccio, mentre abbraccio lei o mio figlio che si unisce a noi, avendo ormai il permesso di poterla avvicinare, la mia coscienza vigile non mi abbandona, e mi dice che sto rischiando. Che i ragazzi sono i più pericolosi. I figli sono i più pericolosi perché non vuoi tenerli a distanza. Li abbraccio e penso: adesso questo abbraccio mi farà del male. Non c’è un pensiero più malinconico di questo.

Sia chiaro: hanno paura anche loro. Ma hanno un timore diverso, leggero, arrogante, distratto. Mia figlia qui a Roma esce, va a casa di un’amica, torna, dice che erano in tre, e poi dice: a Bologna sto molto meno attenta. Lo so, le vorrei dire, lo sento il rumore di stoviglie. Vorrei anche dirle: stattene a Bologna, non tornare fino a quando tutto questo non sarà finito. E vorrei dire a mio figlio: quando torni a casa non accarezzarmi più, non giochiamo più con la playstation, non mangiamo più insieme, fino a quando tutto questo non sarà finito.

Non ho il coraggio di dirlo, e del resto me ne vergognerei. E spero che loro non leggano queste parole. Ma è quello che penso. Queste storie le abbiamo già sentite, e abbiamo sentito che alcune sono finite in modo tragico. L’amore per i figli si esprime anche in questo modo, attraverso questa paura; perché non ho solo paura di ammalarmi per colpa loro, ma ho paura che loro pensino, o sappiano, che io mi sarò ammalato per colpa loro. Ho paura che loro sentano il peso dell’essere la causa di quello che è successo.

In fondo non ho davvero paura di ammalarmi; ma non voglio ammalarmi per colpa di un figlio.

[Di Francesco Piccolo. Da la Repubblica di oggi, 1° febbraio 2021]

L’Autore.
Scrittore e sceneggiatore. Nato a Caserta, 56 anni, Francesco Piccolo è scrittore e sceneggiatore per il cinema e la tv. Vive a Roma. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con Repubblica. Tra i titoli, editi da Einaudi: Storie di primogeniti e figli unici, Allegro occidentale, La separazione del maschio, L’animale che mi porto dentro, Il desiderio di essere come tutti (Premio Strega 2014) e la serie di tre libri sui Momenti trascurabili.

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Appendice del 4 febbraio 2021

A cura della Redazione sono stati aggiunti due commenti – di Viola Ardone e Paolo Di Paolo pubblicati su la Repubblica del 2 febbraio, il giorno successivo all’articolo di Piccolo.

In file .pdf: Il filo di paura che sta dietro all’amore

3 commenti per Cronache al tempo del Covid-19 (27). Come è cambiato il rapporto con i figli

  • E se questi ragazzi sulla scorta delle fobie dei genitori non andassero più a studiare e tutti i giorni si svegliassero incazzati e ipocondriaci, depressi, a bestemmiare per casa, a non mangiare e a litigare per ogni motivo con i genitori?
    Anzi, se questa ipocondria aumentasse di giorno in giorno e non dormissero neanche più e si muovessero come vampiri nella notte a spostare sedie, a telefonare agli amici a sentire musica, a fumare spinelli?
    Mediti signor Francesco, perché i suoi figli stanno dimostrando molta più maturità di lei, andando in scuole a fare il loro dovere di studenti malgrado il distanziamento e l’imbavagliamento. Giovani costretti a stare sei ore nei banchi come dei fagotti e il pomeriggio a casa a passare da una stanza al bagno come degli zombi.
    Il virus ci ha cambiato la vita, ma almeno tra familiari dovremmo solidarizzare e insieme combattere questo momento di assurda follia collettiva.

  • Tano del lunedì

    Francesco Piccolo ha reso esplicito e inequivocabile un sentimento, credo comune, anche se non esternato. Io lo sottoscrivo: condivido ogni parola, virgola, a capo: scrivere senza remore culturali, ipocrisie, pudori, ottimismi di circostanza non è di tutti. Oggi Repubblica, forse per controbilanciare la cattiveria di De Gregorio, pubblica due articoli da leggere e meditare onestamente: quello di Francesco Piccolo e quello di Eugenio Scalfari.
    Bisognerebbe farci dei seminari su ciascuno dei due, se non avessimo tutti fretta di andare avanti, sempre più avanti…
    Forse è l’ora di apprezzare il modo di avanzare dei granchi e il procedere del cavallo negli scacchi.

  • La Redazione

    I due commenti di due scrittori: Viola Ardone e Paolo Di Paolo, pubblicati su la Repubblica del 2 febbraio, il giorno successivo all’articolo di Piccolo, sono stati aggiunti in calce all’articolo di base.
    In file .pdf, cura della Redazione.

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