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La riforma tra le righe: riflessioni sulle politiche economiche post covid

a cura della Redazione

 

Se riusciamo a sistemare bene la distribuzione delle risorse ricevute col Recovery Fund, abbiamo poi una struttura istituzionale agile ed efficiente affinché il nostro paese possa veramente ripartire e, finalmente, cambiare? E le scelte socio-economiche di che natura saranno?
Le riflessioni che Giuseppe Mazzella di Rurillo ha raccolto leggendo riviste specialistiche e seguendo articoli di giornali dedicate al tema, trattano queste preoccupazioni. E’ una lettura con cui possiamo confrontarci serenamente. Le posizioni non sono sviscerate, né del resto lo si potrebbe fare in così breve spazio, ma il percorso che segue ci consente individuare dei punti di interesse da approfondire.
La Redazione

La Riforma fra le righe
di Giuseppe Mazzella di Rurillo

Leggo con attenzione gli editoriali di Giorgio La Malfa, di Romano Prodi e di Amedeo Lepore che escono su Il Mattino – il quotidiano del Mezzogiorno, allegato a Il Dispari, al quale ho collaborato per sei anni negli anni ‘80.
Giorgio La Malfa è il figlio di Ugo, Padre Nobile della Repubblica, azionista, repubblicano che definiva il suo piccolo partito, il PRI, “coscienza critica della Sinistra”. Giorgio, 81 anni, è fuori dalla politica dei “partiti liquidi”, presiede la Fondazione Ugo La Malfa che si occupa di ricerche economiche, è curatore della monumentale opera su J. M. Keynes contenuta in un “Meridiano” della Mondadori. Si è assegnato il compito di diffondere l’opera e le intuizioni di Keynes considerandole come le sole che ci possono fare uscire dalla crisi economica prodotta dalla pandemia.

Per la gestione del Recovery Fund  di 209 miliardi di euro (che in Italia si chiama Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – in sigla PNRR) propone – da mesi – una struttura governativa appositamente costituita come una novella Cassa per il Mezzogiorno.

Romano Prodi, 83 anni, è stato Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente della Commissione Europea e fondatore del Partito Democratico che avrebbe voluto come “partito solido” capace di fare sintesi storica e programmatica, dopo il crollo dell’URSS, delle tradizioni politiche della DC e del PCI per un’area di centrosinistra (senza il trattino) irreversibilmente “riformista” e “progressista”.

Anche Prodi propone una “Autorità” per la gestione dei fondi europei, soprattutto alla luce delle esperienze passate per la gestione dei “fondi strutturali” mal gestiti dalle Regioni.

Amedeo Lepore, di cui ho conoscenza personale e molta stima, e che ha partecipato ad iniziative fin dal 2014 per una “finanza di territorio” nell’isola d’Ischia per il caso “Pio Monte della Misericordia”, è docente di Storia Economica alla Università “Vanvitelli” di Napoli, membro del consiglio di amministratore della SVIMEZ, autore di importanti volumi sul Mezzogiorno. E’ convinto meridionalista e altrettanto convinto assertore della “centralizzazione” dei fondi a sostegno del Sud.

Critico e scettico nei confronti dello “sviluppo locale” da parte dei Comuni per come storicamente si è realizzato negli ultimi 30 anni, ha scritto un libro fondamentale sul ruolo della Banca Mondiale e della Cassa per il Mezzogiorno nei sui primi 20 anni di vita (1950-1970), alla base del miracolo economico italiano. E’ stato per due anni assessore regionale della Campania alle attività produttive nella prima Giunta De Luca ed inspiegabilmente sostituito pur avendo dimostrato competenza, spirito critico e grande impegno. Amedeo proviene dal PCI ed è vicino al PD. Il manuale Cencelli – con il quale si misurava la “lottizzazione” nella prima Repubblica – è evidentemente ancora in funzione nella seconda.
Una giovane studiosa di scienze politiche, Rosa Fioravante, che ha un dottorato di ricerca a Urbino, mia amica di Facebook, in un intervento sui 100 anni dalla fondazione del PCI sottolinea come “la Sinistra senza organizzazione sociale con le sue idee è nulla” e che il PCI  con  le sezioni faceva discutere operai e braccianti e combatteva l’ignoranza organizzando l’ideologia. “
Il partito sono tessere, soldi e muri”, come diceva un vecchio comunista.
Con i “partiti liquidi” non solo è finito il PCI ma anche la DC e tutti gli altri partiti. Soprattutto è finita una certa idea della Politica. Oggi la mia generazione può discutere di Politica solo leggendo libri e giornali e da qui trarne considerazioni nella speranza di qualche lettore.
Così da un editoriale, lungo, complesso ed articolato di economia politica o meglio di politica economica e finanziaria possiamo ricavare chiavi di lettura per spiegare la crisi politica. Da Roma a Canicattì:

Scrive Amedeo Lepore su Il Mattino di lunedì 15 gennaio 2021 dal titolo Senza riforme l’Europa non ci aiuta: al di là anche delle carenze del PNRR la condizione dell’Italia richiede l’adozione di un nuovo modello istituzionale; economico e sociale” e che “ il Paese avrebbe bisogno di un cambiamento epocale”.
Le Parole – e la Parola è la “forma della Ragione” diceva il grande filosofo Aldo Masullo – sono Pietre. Il punto focale oltre la crisi di governo in atto è proprio questo. L’ Italia ha bisogno di un nuovo modello istituzionale e di un cambiamento epocale. Non si può andare avanti con il nostro Parlamentarismo con due Camere con gli stessi poteri, il cosiddetto bicameralismo perfetto,  e con assurde leggi elettorali cambiate almeno 3 volte in 20 anni che nomina i parlamentari ma non permette all’elettore di dare una preferenza, favorendo così una classe politica impreparata ed improvvisata nata senza quella scuola di partito dove si formavano i dirigenti da mandare al Comune, alla Provincia, alla Regione ed al Parlamento con una progressiva maturazione.
Non si può andare avanti con questo “regionalismo” che ha spezzato l’unità e l’indivisibilità della Repubblica; non si può andare avanti con 120 “provincine” svuotate e “città metropolitane” succursali per posticini alla “classe politica” del sindaco-podestà del Capoluogo; non si può andare avanti con 7907 Comuni disciplinati tutti – piccoli, medi e grandi – da un unico testo unico degli enti locali.
Appare sempre più necessaria l’Europa Federale progettata da Altiero Spinelli per il quale il Federalismo Europeo era una “ideologia organizzata” che faceva la sintesi del liberalismo e del socialismo. Non a caso quando si dovette trovare un aggettivo per  il modello economico europeo Spinelli, Rossi e Colorni nel  Manifesto per un’ Europa Unita scelsero il termine “socialista”: a sceglierlo fu Ernesto Rossi che non era del PSI ma del Partito d’ Azione.

Rossi divenne il più celebre giornalista economico degli anni ‘50 e ‘60  denunciando “i padroni del vapore” e progettando un nuovo modello di sviluppo con la guida dello Stato ma senza ruberie. Non fu mai “socialista”. E’ di estremo interesse il Il Manifesto di Ventotene nella collana “i classici del pensiero libero” del Corriere della Sera n. 25 del 2010 con una prefazione di Franco Venturini, una presentazione all’ edizione del 1944 di Eugenio Colorni e soprattutto il magnifico saggio di Lucio Levi. Mi riprometto – avendolo letto e sottolineato con grande interesse – di scrivere una nota apposita.

Con coraggio dobbiamo dire che la nostra Costituzione è obsoleta nella parte di organizzazione dello Stato e passare alla Terza Repubblica così come fece De Gaulle in Francia nel 1958 passando alla Quinta.

3 commenti per La riforma tra le righe: riflessioni sulle politiche economiche post covid

  • Trovarsi una tavola imbandita con tante offerte è cosa rara: la stampa, l’informazione in genere è logorata e biliosa, nessuno riesce ad affrontare con serenità, senza paura il vero problema che ci troviamo di fronte: la struttura politico-amministrativa dello Stato Italiano è inadeguata, un po’ per il trascorrere inesorabile del tempo e per le mutate condizioni politiche, economiche e culturali, e, in particolar modo, per le riforme del Titolo V, demagogicamente affrontate e demagogicamente risolte. E’ davanti ai nostro occhi, quotidianamente, il groviglio di responsabilità (meglio, di irresponsabilità) evidenziatosi drammaticamente con la pandemia nell’ambito specifico della conduzione organizzativa e dell’assunzione delle decisioni. Andremo incontro al disastro finale se le forze politiche, intellettuali, culturali, di ‘buona volontà’ non si faranno sentire permettendo ai barbari chiusi nelle stanze del potere di proseguire in un processo autodistruttivo, che coinvolge anche e soprattutto innocenti cittadini.
    Sembro di cattivo umore, invece sono ottimista: a macchia di leopardo ci sono zone di lucidità e di Resistenza, bisogna creare le liaison, i fili rossi di collegamento.
    Ogni occasione è buona, ogni spazio è buono.

  • Non posso che condividere le parole di Tano “Andremo incontro al disastro finale se le forze politiche, intellettuali, culturali, di ‘buona volontà’ non si faranno sentire permettendo ai barbari chiusi nelle stanze del potere di proseguire in un processo autodistruttivo, che coinvolge anche e soprattutto innocenti cittadini.”

    Quando parliamo di stanze del potere parliamo di Parlamento? Di istituzioni politiche a tutti i livelli? Compresa quella europea con la Commissione europea in testa?

    Se intendiamo questo, restano la società civile, le associazioni culturali, i comitati spontanei di resistenza democratica, i fedeli costituzionalisti, i sindacalisti non venduti, gli intellettuali non asserviti a questo potere.
    Questi sono gli uomini di buona volontà che devono riscrivere la Storia?

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