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La figura di Ciceruacchio, capopopolo di Roma

di Fabio Lambertucci

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Il mio primo incontro cinematografico con la figura dell’oste e carrettiere romano Angelo Brunetti detto “Ciceruacchio” (1800-1849), eroe della Repubblica Romana del 1849 fucilato dagli austriaci in Veneto con i due figli, il ventenne Luigi e il tredicenne Lorenzo, è avvenuto tramite la visione del film “In nome del popolo sovrano” (1990) del regista Luigi Magni con la magistrale interpretazione di Nino Manfredi.
Colpito da tanto personaggio romano ho pensato di approfondirne la figura storica, soprattutto nel fondamentale saggio su di lui di Claudio Fracassi (v. in seguito). Integrandolo con altre fonti, ho quindi tratteggiato questo breve ritratto di Angelo Brunetti che, come il tribuno trecentesco Cola di Rienzo, spero possa interessare i lettori di “Ponzaracconta”.
F. L.

La figura di “Ciceruacchio”, capopopolo di Roma

Poco istruito ma gran parlatore, “Ciceruacchio” divenne prima seguace di papa Pio IX e poi uno dei capipopolo della Repubblica Romana del  1849. Forse suo figlio maggiore assassinò il ministro del papa Pellegrino Rossi.
La storia raccontata dai film: “In nome del popolo sovrano” (1990) di Luigi Magni.

Angelo Brunetti è stato definito “l’ultimo tribuno di Roma”, dove tutti lo chiamavano “Ciceruacchio” secondi alcuni perché fin da bambino era paffutello e in famiglia era vezzeggiato come Ciccio o Cicciotto o Ciruacchiotto (cicciottello, appunto) e secondo altri invece, perché gran parlatore.
La sua vita finì per intrecciarsi con una pagina memorabile e sfortunata del Risorgimento: l’effimera Repubblica Romana del 1849.

Figlio del maniscalco di Campo Marzio Luigi, Angelo nacque da Cecilia Fiorini il 27 settembre 1800: fin da ragazzo si fece notare in risse e zuffe a ripetizione e si costruì la fama di trascinatore dei popolani scontenti del governo pontificio.
Di suo, Ciceruacchio non era molto istruito. Pare che riuscì appena a imparare a leggere, a scrivere e a far di conto alla scuola dei Padri Carissimi, un’istituzione religiosa dove lavorava come garzone. Ovviò però all’interruzione degli studi memorizzando interi brani poetici, soprattutto quelli tratti dalla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, per far colpo sugli amici all’inizio, poi per dare enfasi ai suoi discorsi.
Di lui sappiamo, grazie ad alcune litografie, che aveva corporatura robusta, collo taurino, naso affilato, chioma biondiccia e un volto che ispirava simpatia. Vestiva in un modo che oggi diremmo casual: camicia rimboccata, panciotto, giacca, calzoni stretti al ginocchio e larghi al fondo. in testa era solito portare un “cappello a cencio”, di tipo calabrese.
Cominciò a lavorare come carrettiere di vino: trasportava le botti dai Castelli Romani al porto di Ripetta, nei pressi del quale abitava. Si sposò intorno ai vent’anni con Annetta Cimarra, e con la dote della moglie allargò il suo giro d’affari, comprando cavalli e carretti per trasportare anche cereali e fieno. Poi si mise in proprio e divenne titolare di un’osteria. Fu allora che iniziarono a chiamarlo “padron Angelo”; l’uomo era sì ignorante, ma in fatto di politica aveva le idee chiare.
Nel 1828 aderì alla Carboneria e cinque anni più tardi entrò a far parte della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Era quindi un repubblicano convinto. Intanto, durante l’epidemia di colera del 1837, si mise in luce aiutando i malati. Fu in quel periodo che in romani si accorsero delle sue doti oratorie. I suoi interventi in pubblico, più che infuocati di denuncia, erano improntati all’allegria e alla compassione per il prossimo. Ecco perché lo resero un personaggio noto dentro e fuori lo Stato pontificio.

Quando nel 1846 morì papa Gregorio XVI Cappellari, salì al soglio di Pietro Pio IX, al secolo conte Giovanni Mastai Ferretti. Il nuovo papa aveva fama di liberale. Al punto che in molti videro avvicinarsi la possibilità di realizzare il progetto politico dell’abate torinese Vincenzo Gioberti (1801-1852): una confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del papa. Ciceruacchio esultò, aderendo a quella dottrina che venne chiamata neoguelfismo (1).

Ciceruacchio annuncia la Costituzione concessa. Dipinto di Antonio Malchiodi

Pio IX concesse l’amnistia ai detenuti politici e Ciceruacchio, entusiasta, offrì al popolo romano undici barili di vino in piazza del Popolo. Fu anche eretto un arco di trionfo su cui, a caratteri cubitali, si leggeva: “Onore e gloria a Pio IX cui bastò un giorno per consolare i sudditi e meravigliare il mondo”. In effetti ben presto la fama di “liberale” del papa oltrepassò il Tevere e raggiunse chi lo identificava come l’uomo che davvero avrebbe “cambiato verso” a un’Italia che da anni meditava su varie formule costituzionali.
Al teatro Alibert (che sorgeva all’incrocio tra via Alibert e via Margutta – NdA) seicento romani offrirono un banchetto a trecento forestieri, invitati per l’occasione. Lì Ciceruacchio prese la parola e, con il calice in mano improvvisò un inno che si concludeva così: “Evviva la provincia e Roma madre/Evviva l’Italia con il santo Padre!”.
Un’altra testimonianza della fede politica di padron Angelo è conservata presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma: il suo corpetto interamente ricamato dalle scritte “L’Italia farà da sé/ disse Pio IX il grande” (diverso perciò da quello indossato nel film di Magni, con la scritta “Viva Pio IX”). L’esuberante oste-tribuno fu invitato al Quirinale, allora residenza papale.

Il popolo romano dà l’assalto al Quirinale (Raccolta Bertarelli, Milano)

Nel 1847, Ciceruacchio difese anche gli ebrei, quando Pio IX consentì loro di poter esercitare fuori dal ghetto le attività commerciali. Partecipò in prima persona all’abbattimento del muro che di fatto li “imprigionava”. Nel 1847, quando il papa si recò in carrozza al sacro Speco di San Benedetto da Norcia a Subiaco, Ciceruacchio l’accompagnò, alla testa di oltre cento popolani a cavallo. Ciceruacchio diventò così famoso che, nel gennaio 1848, anche la patriota marchesa Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808-1871), partita da Milano alla volta di Roma per una missione politica per conto di Mazzini, volle incontrarlo, insieme ad alcuni rappresentanti della nobiltà e della cultura “rivoluzionaria”.

Giuseppe Garibaldi nel 1849 (Museo del Risorgimento di Milano)

L’attacco al Casino dei Quattro Venti (Museo del Risorgimento di Roma)

Intanto l’Italia era approdata alle rivolte del Quarantotto.
Ferdinando II Borbone (1810-1859), re delle Due Sicilie, si vide costretto a concedere una costituzione, imitato dal sabaudo Carlo Alberto (1798-1849) e dallo stesso Pio IX. Milano insorse e con le sue Cinque giornate (18-22 marzo 1848) cacciò temporaneamente gli austriaci: le campane romane annunciarono l’evento e il governo pontificio arruolò volontari. In prima fila c’erano Ciceruacchio e suo figlio maggiore Luigi.
Interrotta la guerra contro l’Austria con un armistizio, i delicati equilibri dei “papisti repubblicani” vennero infranti dall’assassinio dello statista carrarese Pellegrino Rossi.
Pio IX si accorse, dopo disordini davanti al Quirinale, che la situazione stava sfuggendogli di mano e riparò a Gaeta, ospite del re di Napoli.
L’ex fedelissimo Ciceruacchio commentò: “Er papa vada dove je pare. Volemo l’Italia; l’Italia volemo”. La fede repubblicana di Ciceruacchio si dimostrò più forte di quella papalina.

La proclamazione della Repubblica Romana in Campidoglio

Quando venne proclamata la Repubblica Romana il 9 febbraio 1849, vi aderì e a Garibaldi, accorso per la difesa di Roma, declamò con calore questi versi: “Un fatto d’arme io vorrei/Non più paternostri e giubilei!”. Non solo. L’oste venne eletto capopopolo del rione Campo Marzio e tentò di formare anche un movimento estremista ma non ebbe seguito.
Il 20 maggio intervenne con successo, in quanto commissario alle barricate e ai rifornimenti alimentari, per far tornare al loro posto i confessionali delle chiese di San Carlo al Corso e di San Lorenzo in Lucina portati via da una piccola folla eccitata per farne barricate contro le truppe francesi del generale Oudinot.
Combatté al Gianicolo contro gli invasori francesi e dopo la caduta della Repubblica si unì a Garibaldi che voleva portare soccorso a Venezia.
A Cesenatico 172 repubblicani vennero bloccati dagli austriaci. Tra loro c’era anche Angelo, che sfuggì alla cattura e riparò a Comacchio con Garibaldi.
“L’Eroe dei due mondi”, morta la moglie brasiliana Anita, raggiunse Genova e poi l’America. Ciceruacchio invece proseguì per Venezia ma fu intercettato da una guarnigione austriaca comandata da uno spietato tenente croato. Assieme ai suoi ultimi seguaci (Lorenzo era sotto il falso nome di Luigi Rossi o Bossi) venne fucilato nella notte del 10 agosto 1849 a Ca’ Tiepolo (Rovigo). Rifiutò di farsi bendare.

Nel film “In nome del popolo sovrano” (1990) del regista Luigi Magni, con la magistrale interpretazione di Nino Manfredi, è divenuto celebre il monologo nella scena della fucilazione nella quale è presente solo il figlio minore (Luigi non appare nel film di Magni) come nel monumento bronzeo dedicatogli a Roma, opera del 1907 dello scultore palermitano Ettore Ximenes (1855-1926) (2), che viene mostrato alla fine del film, assieme alle statue del sacerdote barnabita e cappellano della Legione garibaldina Ugo Bassi (interpretato da Jacques Perrin) e del capitano garibaldino conte Giovanni Livraghi (Luca Barbareschi), fucilati dagli austriaci a Bologna.

Da YouTube, dal film di Luigi Magni, la perorazione finale di Ciceruacchio (Nino Manfredi)

 

 

Ne scrive il giornalista e scrittore Corrado Augias (1935) nel suo saggio I segreti di Roma (Mondadori, 2005): “Segnalo come una curiosità che nel monumento a lui dedicato dove Angelo è raffigurato nel momento in cui gli austriaci stanno per fucilarlo, lo scultore Ettore Ximenes gli ha messo accanto il figlio minore Lorenzo, mentre manca l’altro figlio maggiore, Luigi. L’artista venne criticato per l’omissione, che diventerebbe però comprensibile se dovuta all’ombra di un assassinio di cui Luigi non fu mai capace di sbarazzarsi”(3).
L’assassinio di cui si sarebbe macchiato Luigi Brunetti, secondo lo storico del Risorgimento Claudio Modena (1952), autore della ponderosa biografia del 2011 Ciceruacchio. Angelo Brunetti, capopopolo di Roma (Ugo Mursia Editore) con prefazione del politico e scrittore Giulio Andreotti (1919-2013), sarebbe quello dell’economista, giurista e diplomatico conte Pellegrino Rossi (1787-1848), ministro dell’Interno e delle Finanze di papa Pio IX (1792-1878)(4), pugnalato alla gola il 15 novembre 1848 sullo scalone del palazzo romano della Cancelleria.
Il giorno della ripresa dei lavori del Consiglio dei deputati (5), una cinquantina di giovani legionari pontifici volontari (reduci dalla sanguinosa battaglia di Vicenza del 10 giugno 1848 nella Prima guerra d’indipendenza italiana – che si consideravano traditi dal papa dopo la sua allocuzione ai cardinali del 29 aprile 1848 di sconfessione dell’esercito pontificio comandato dal generale Giovanni Durando – lo aveva circondato, facendo schermo con i mantelli al commilitone Luigi Brunetti che lo avrebbe pugnalato. Fuggirono poi tutti assieme e il ministro morì dissanguato dopo venti minuti.
I mandanti morali del vile agguato sarebbero stati però i democratici del Circolo Popolare Romano diretto proprio da Ciceruacchio, dal medico ex carbonaro e mazziniano Pietro Sterbini (1795-1863), membro del Consiglio dei deputati e accanito oppositore del ministro Rossi (6) e dall’ornitologo di fama mondiale Carlo Luciano Bonaparte (1803-1857), secondo principe di Canino e Musignano (VT), anch’egli membro del Consiglio dei deputati, che avevano orchestrato una violenta campagna d’odio contro Pellegrino Rossi.
A sera infatti una folla di giovani si radunò sotto la casa del Rossi ed intonò, beffardamente, per la moglie e i due figli la canzone: “Benedetta quella mano che il Rossi pugnalò!”.

L’assassinio del Rossi fu una delle cause scatenanti degli eventi che portarono il papa a fuggire a Gaeta e alla proclamazione della Repubblica Romana. Eppure il Rossi non era un reazionario, come ingiustamente lo definì il giornalista e scrittore Indro Montanelli (1909-2001) nella sua fortunata biografia Garibaldi (Rizzoli, 1962, coautore Marco Nozza, 1926-1999), tanto che nel 1861, nel suo primo discorso al neo Parlamento del Regno d’Italia, il primo ministro Cavour (1810-1861) lo aveva invece definito “una delle più belle e grandi figure del Risorgimento”.
Più tardi nella Roma capitale del Regno d’Italia gli era stata intitolata una via nel nuovo quartiere “piemontese” di piazza Vittorio Emanuele II, sull’Esquilino. Papa Pio IX lo aveva già onorato con la sepoltura nella Basilica di San Lorenzo in Damaso (la chiesa è incorporata nel palazzo della Cancelleria; notevole è il busto del Rossi opera dello scultore Pietro Tenerari, 1789-1869) nonostante avesse detto, quando gli fu data la notizia della morte: “Doveva finire così perché si era reso inviso a tutti”.
Ebbene, Giulio Andreotti nella sua biografia romanzata di Pellegrino Rossi Ore 13: il ministro deve morire” (Rizzoli, 1974) non dimostrò grande considerazione né per il talento politico né addirittura per le doti intellettuali di Pio IX che stava gradualmente abbandonando il Rossi. Con il ritorno del papa a Roma si tenne un processo contro gli assassini del Rossi.

Scrive il giornalista e scrittore Claudio Fracassi (1940) nel suo saggio del 2005 La meravigliosa storia della Repubblica dei briganti. Roma 1849: Mazzini, Garibaldi, Mameli (Ugo Mursia Editore): “Il processo ai presunti colpevoli – il tenente dei volontari pontifici Luigi Grandoni e lo scultore Sante Costantini – si concluse solo nel 1854 con la condanna alla decapitazione”. Grandoni però si suicidò in carcere e solo Costantini venne così decapitato, come annota nel suo diario di lavoro il boia Mastro Titta (Giovanni Battista Bugatti, 1779-1869): “Giustizia 422Sante Costantini da Fuligno, scapolo, di anni 24, complice nell’assassinio del Commendatore Conte Pellegrino Rossi; condannato il dì 15 novembre 1848 al “taglio della testa” in via de’ Cerchi li 22 luglio 1854 alla ora sesta e un quarto”. Continua Fracassi: “Più fondata, ma non provata, è apparsa la tesi secondo cui l’assassino fosse Luigi Brunetti, uno dei figli di Ciceruacchio”.
Le spoglie dei tre Brunetti vennero traslate a Roma nel 1879 per iniziativa del generale Giuseppe Garibaldi (1807-1882) e dal 1941 sono tumulate nel Mausoleo Ossario Garibaldino sul colle Gianicolo (che ho visitato grazie ad un corso universitario sui monumenti dell’Italia liberale e fascista tenuto dallo storico contemporaneista Bruno Tobia).


Note

(1) – Vincenzo Gioberti (1801-1852) aveva esposto il suo pensiero in un celebre saggio, Il primato morale e civile degli Italiani, pubblicato nel 1843. Alle tesi di Gioberti si erano aggiunte e in parte contrapposte un anno dopo quelle di un altro piemontese, Cesare Balbo (1789-1853), il quale nelle Speranze d’Italia sostenne che l’Italia federale, formata senza traumi dagli Stati esistenti, doveva nascere sotto la guida sabauda, non papalina. Gioberti venne scomunicato da Pio IX nel maggio 1849, si ritirò a vita privata e scrisse Il rinnovamento civile d’Italia. Morì nel 1852.
(2) – La statua è stata ricollocata nel 2011 da Lungotevere Ripetta al colle Gianicolo, in un viale dedicato a Lorenzo Brunetti. A Roma via Angelo Brunetti va da Lungotevere Ripetta a via del Corso.
(3) –
Invece nella lapide dedicatagli dal Comune di Roma nel 1871 in via di Ripetta 248, strada nella quale abitò, sono iscritti i nomi dei due figli, Luigi e Lorenzo che vennero fucilati con lui.
(4) – Il nuovo “Statuto fondamentale pel governo temporale degli Stati della Santa Chiesa”, concesso da Pio IX il 14 marzo 1848, prevedeva che fosse il ministro dell’Interno ad indirizzare politicamente il governo che veniva presieduto dal cardinale segretario di Stato (di quel governo fu il cardinale Giovanni Soglia Ceroni, 1779-1856).
(5) Lo Statuto istituì l’Alto Consiglio nominato dal papa e il Consiglio dei deputati eletto in base al censo e con suffragio ristretto. Le proposte di legge erano solo di iniziativa ministeriale e, dopo essere state approvate dalle Camere, venivano presentate al pontefice che decideva sull’eventuale promulgazione.
(6) – Pietro Sterbini divenne ministro del Commercio, Industria e Lavori Pubblici durante i due governi (20 novembre-29 dicembre 1848) di monsignor Carlo Emanuele Muzzarelli (1797-1856) e dopo la proclamazione della Repubblica Romana venne confermato in queste cariche fino all’8 marzo 1849, oltre a dirigere il giornale “Il Contemporaneo”. Dall’esilio in Francia, si scagionò sui giornali parigini dall’accusa dell’omicidio Rossi. Tornato in Italia nel 1860, co-fondò a Napoli il giornale “Roma”.

Fonti

a) A cura di Giorgio Dell’Arti 12 interviste allo storico Rosario Villari, Il Risorgimento. Com’è nata l’Italia,fascicolo 7, Cap. 2 “Tra la folla il lampo di un pugnale”, Editrice “la Repubblica”, Roma, 1991, pp. 22-24.
b) Andrea Frediani, Gli assedi di Roma, Newton & Compton Editore, Roma, 1997, p. 261.
c) Claudio Rendina, I sogni di Ciceruacchio, il carrettiere romano che salì sulle barricate, in “la Repubblica”, Roma, 16 aprile 2009, Cronaca di Roma, p. XVII.
d) Claudio Rendina, L’oro del Vaticano, Newton & Compton, Roma, 2009, p. 810
e) Corrado Augias, I segreti di Roma, Mondadori, Milano, 2005, p. 312.
f) Corrado Augias, I segreti del Vaticano, Mondadori, Milano, 2011, pp. 162-163.
g) Stuart J. Woolf, Il riflusso della rivoluzione, in “Storia d’Italia Einaudi”, La storia politica e sociale, 6, parte quinta, par. 3, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1974, p. 424.
h) Giordano Bruno Guerri, Gli italiani sotto la Chiesa, Mondadori, Milano, 1992, p. 183.
i) Sergio Romano, 1848: un colpo di pugnale nella Roma papale, in “Corriere della Sera” del 3 settembre 2007, p. 27.

Targa e busto di Ciceruacchio

La targa ed il busto in Via di Ripetta, nel Rione Campo Marzio, ricorda l’oste e patriota Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio (Roma 1800 – Porto Tolle 1849), fuggito insieme a Giuseppe Garibaldi in seguito alla caduta della Repubblica Romana, e intercettato dagli Austriaci, venne fucilato.
La targa è stata posta dal Comune di Roma nel 1871, presso un’area limitrofa alla casa in cui Ciceruacchio abitò e nei pressi della quale aveva la sua rivendita di vino e foraggi. La casa di Ciceruacchio era probabilmente nel Vicolo delle Scale, non più esistente, alterato fortemente dai lavori per la costruzione dei Lungotevere e della Passeggiata di Ripetta e che, in onore di Ciceruacchio, ha cambiato il proprio nome in Via Angelo Brunetti.
Nel 1872, come ricordato da una seconda targa posta sotto la prima, i cittadini decisero di far porre anche un busto di Ciceruacchio sopra la targa.

Ciceruacchio. Gruppo bronzeo opera di Ettore Ximenes

L’opera in bronzo fu affidata allo scultore siciliano Ettore Ximenes (1855-1926). Rappresenta il tribuno romano al momento della fucilazione, mentre si scopre il petto, proteso a proteggere il figlioletto tredicenne, bendato, inginocchiato ai suoi piedi.
L’inaugurazione del monumento, collocato sul lungotevere Arnaldo da Brescia, presso il ponte Margherita, avvenne il 3 novembre 1907.
Nel 1959, in occasione dell’apertura del sottovia del lungotevere Arnaldo da Brescia, il monumento fu spostato sul lungotevere in Augusta, dove però i rami di due platani ne ostacolavano la visibilità e il passaggio continuo delle macchine ne comprometteva la conservazione.
Nel 2011, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è stato trasferito nel parco del Gianicolo, luogo simbolo del Risorgimento romano, poco prima del cancello che dà su Porta San Pancrazio.

2 commenti per La figura di Ciceruacchio, capopopolo di Roma

  • silverio lamonica1

    Giuseppe Benai, romano, poeta dialettale dell’Ottocento e contemporaneo di Ciceruacchio, dedicò al tribuno un opuscolo in versi “Varie poesie in dialetto romanesco”, pubblicato nel 1847, quando erano ancora “in auge” le speranze dei romani (e non solo) su Papa Pio IX, per realizzare il sogno dell’unità e dell’indipendenza d’Italia.
    Riporto qui di seguito tre sestine in rima, con cui l’autore presenta ai lettori il famoso popolano “de Roma”.

    Mò che cià la Bandiera gni Rione
    Unita a quella delli Bolognesi
    Ch’ebbero jeri la benedizione,
    Vienghino quà de tutti li paesi
    Vienghino quà de tutte le nazione,
    Che je damo pe’ grosta la lezione!

    D’ ommini semo pochi a dilla schietta,
    ma un Generale cè pe cristallina
    Che ar su confronto l’antri so puzzetta
    Pe quanto è de talento, e de duttrina:
    In fra tutti l’amichi er mejo amico
    S’è lasciato li baffi, e pappafico.

    Chi ene e chi nun ene lo saprete;
    Ma quarchiduno già se ne incajato:
    L’avete qui davanti e lo vedete,
    Lui ghigna che la foja già ha magnato,
    Der soprannome nu je preme un cacchio …
    Eccolo quane er sor Cicioruacchio.

    Pe chi intende approfondire l’argomento, segnalo il sito:
    http://www.repubblicaromana-1849.it/index.php?9/opuscoli/rmr0001948&type=magazinePage&id=21011#dettaglio

  • Fabio Lambertucci

    Ringrazio ancora una volta Silverio Lamonica per le sue segnalazioni di poeti e rime.
    Saluti da Fabio Lambertucci.

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