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Questo è stato Trump

Segnalato dalla Redazione

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All’indomani della cerimonia di insediamento di Biden, riprendiamo dal quotidiano Domani un pezzo di bravura del giornalista Enrico Deaglio, che è anche una fotografia – da consegnare alla storia – dei quattro anni appena passati.


La “carneficina” di Trump finisce nella città blindata
di Enrico Deaglio 20 gennaio 2021

In una Washington difesa da più soldati di quelli stanziati in Iraq si celebra oggi l’insediamento di Joe Biden. La cerimonia trasforma l’agitatore d’odio e violenza in un 74enne malvissuto braccato per le sue mille colpe

Cosa faccio di mestiere? La guida turistica della democrazia. In genere è un mestiere facile, le domande sono sempre le stesse, ma questa volta è diverso…

Signori, seguitemi in una visita a Washington, District of Columbia, capitale federale degli Stati Uniti d’America e della sua democrazia faro del mondo: è una giornata fredda, balliamo intorno allo zero, d’altronde succede sempre così a gennaio; c’è vento che viene dal nord ed è in queste giornate che i nostri monumenti, il nostro granito, le nostre colonne, architravi, scalinate, risplendono maggiormente e rifulgono di storia.

Qui vedete il Campidoglio, Capitol Hill, che ospita il Senato e la Camera dei deputati. No, purtroppo non ci possiamo avvicinare; tutta la zona è stata circondata da una palizzata alta tre metri ed è guardata a vista dai soldati della Guardia nazionale.

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– Quanti sono? Direi quindicimila….

– Non sento la domanda… Ah, lei mi chiede se ci sono più soldati americani qui o in Afghanistan o in Iraq? Di più qui, molti di più qui…Come sapete, queste misure sono state rese necessarie dopo l’insurrezione del 6 gennaio scorso, per fortuna fallita. Qui potete vedere i resti della forca che era stata costruita dagli insorti e il cappio che era stato preparato per il vicepresidente Mike Pence. È un’antica tradizione americana, quella dell’impiccagione, altrimenti detta linciaggio. Nel nostro caso, gli insorti rimproveravano al vicepresidente di non aver voluto annullare le elezioni e quindi di aver permesso che prendesse il potere una setta satanica di pedofili comunisti. Non so molti dettagli su questo episodio, anche perché il vice presidente Pence, che è scampato alla sua sorte solo per una manciata di minuti, non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale. Comunque tutti sono fiduciosi per il lavoro che sta svolgendo l’Fbi. Domande? (una selva di mani si alza… ). Sì, sì, è vero, ci sono stati sei morti.

Sì, è vero non era mai successa una cosa simile. Forse in Cina, dopo la morte di Mao, forse in Russia, dopo la morte di Stalin, però…davvero non so.

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ALLA CASA BIANCA
E arriviamo finalmente alla Casa Bianca, dove abita il presidente degli Stati Uniti. Come sapete, sono le ultime ore dell’attuale inquilino, Donald Trump. Il presidente partirà domani mattina prima di mezzogiorno, inizialmente con un elicottero (ma non come quello di Saigon 1975, eh!) e poi con l’Air Force One , destinazione il suo castello di Florida. Come sapete, il presidente ha perso le elezioni, ma non ha voluto accettare il risultato; da qui sono successe una serie di cose, culminate nell’”insurrezione” del Campidoglio. La Camera dei deputati ha votato immediatamente contro di lui una procedura di impeachment (la seconda del suo mandato) e ha chiesto al vicepresidente Pence di rimuoverlo, ma Pence si è rifiutato (un giorno, forse sapremo che cosa prova una persona chiamata a prendere decisioni difficili, quando si sente un cappio che si stringe intorno al suo collo).

Trump sembra una mosca nel bicchiere. Bannato da Twitter, dove aveva 88 milioni di followers: Twitter era il suo strumento di dittatura: diffondeva le sue menzogne, ordinava, licenziava, intimidiva con i famosi 140 caratteri. Che tempi! Mai nessun dittatore aveva avuto uno strumento simile a disposizione. E ora non ce l’ha più, brutto affare: però gli rimangono i Proud Boys, una specie di milizia fascista (e poco altro).

UN 74ENNE INSEGUITO
Quello che fino a ieri era il presidente degli Usa è un 74enne inseguito da ufficiali giudiziari pronti a comunicargli decine di avvisi di garanzia – tasse, truffe, estorsioni di cui è piena la sua carriera; teme che un bel po’ di mafiosi russi rivelino su di lui cose antipatiche; teme che gli bussino alla porta con un’ingiunzione di ottenere un campione del suo sangue per confrontare il suo Dna con quello che è stato preservato sui vestiti di una signora, una storia di tanti anni fa. Deve qualcosa alle milizie che ha istigato a dare l’assalto al Campidoglio, altrimenti le milizie stesse se la possono prendere con lui. Chiede la solidarietà del Partito repubblicano che ha usurpato, ma sembra difficile che la possa ottenere. È ferito, è vilipeso; deve mettere la firma alle grazie presidenziali, l’antico privilegio monarchico, che medita – perversamente – di utilizzare anche per sé stesso. Deve lasciare la Casa Bianca, da dove con grande soddisfazione aveva cacciato Barack Obama, che lui considerava un abusivo, in quanto nero “non nato in America”, di fede islamica, terrorista (non si chiama forse Hussein, di secondo nome?).
Gli Obama se ne erano andati, dopo otto anni, Melania Trump, che era pur sempre una brava ragazza cattolica slovena che aveva fatto fortuna in America, aveva regalato loro una scatola di cioccolatini, ed era alquanto imbarazzata. Gli Obama erano stati perfetti, non furono mai toccati neanche dal più piccolo scandalo. Michelle, che si rivelò una grande donna in grado di ispirare grandi politiche, un giorno disse che in quella casa aveva visto crescere le sue bambine, giocare sul prato, ma di non aver mai dimenticato la storia, ovvero che quell’edificio era stato costruito con il lavoro degli schiavi.

– Signori, questa è la Casa Bianca, oggi non si può visitare perché c’è un trasloco in corso.

No, purtroppo non si può partecipare neppure all’inaugurazione del nuovo presidente, che non avverrà nella sede ufficiale, ma in uno stand supervigilato. Tutti gli ingressi saranno controllati, ma sarà controllato anche tutto il personale militare di sorveglianza perché l’Fbi (che pare esserci improvvisamente svegliata) sospetta che irriducibili trumpisti possano indossare divise militari e fare fuoco sul palco, come avvenne per Sadat in Egitto, possano disseminare ordigni esplosivi sul bordo delle strade (quelli che fecero strage dell’esercito americano in Iraq), possano infiltrarsi tra le autorità, d’altronde gli attentatori di Aldo Moro vestivano divise dell’Aeronautica italiana. Biden e Harris, in ogni caso, indosseranno un giubbotto antiproiettile. La democrazia non è un affare per deboli di cuore.

LA BIBBIA SUL COMODINO
Mi ricordo, con orrore, l’inaugurazione di Trump del 2016. Era freddo come adesso. Tutti facevano fatica ad accettare che una persona così spregevole fosse diventata presidente degli Stati Uniti. C’era poca folla (lui però disse che erano milioni), e il tutto comunque avvenne nel granito, nei marmi, nella scenografia della democrazia americana.

Mi ricordo che nessun cantante, nessun attore, nessun uomo di cultura volle presenziare. Mi ricordo che chiesero addirittura ad Andrea Bocelli, ma anche lui si tirò indietro. E così comparve quell’omo de panza, coi capelli gialli, con il fondotinta, il cappotto e la giacca sbottonate, una cravatta rossa troppo lunga, quella faccia truce che disse la famosa frase: «This American carnage stops here», la carneficina finisce qui, intendendo che l’America era diventata una sentina di povertà, di violenza provocata dai neri, di politici democratici in combutta con i trafficanti di droga, di miscredenti in cerca di perversioni, di corruzione generalizzata, di “scafisti” al potere. Disse che «il potere era trasferito al popolo» – se riguardate il filmato, su YouTube (edizione del 20 gennaio, per l’insediamento di Biden), è abbastanza impressionante perché sembra insieme Lenin e Al Capone, anche nella postura – disse che avrebbe portato lavoro, sogni, sicurezza dei confini, identità, America First, patriarcato, supremazia bianca, e che tutto questo sarebbe avvenuto sotto il segno di Dio, a cui, peraltro, si sentiva vicino, solo un attimo sotto. Due le frasi che lo resero famoso: «Tengo la Bibbia sul comodino, ma preferisco il mio best seller The Art of the Deal». E: «Potrei sparare a qualcuno sulla Quinta Strada e non perderei nessuno dei miei voti».

Ora se ne va, ma quanto è stato doloroso, faticoso, impegnativo, liberarci di lui! A quanti piaceva, ricordate? L’uomo forte, naturalmente. Uno che ha fatto i soldi e sa come si fanno i soldi, naturalmente. Hai visto che casa ha, mica fesso? Hai visto che tette ha sua moglie? E finalmente qualcuno lo dice che non ne possiamo più di questi neri, di questi messicani, di questi italiani.

A me non piace, ma se vengono i democratici, mi tassano i guadagni in borsa. A me, te lo confesso, anche Hitler e Mussolini rispondevano a un bisogno, come dire… hai capito cosa voglio dire, no? I poveri non bisogna aizzarli. E poi, certo, la Cina: bisogna far guerra alla Cina.

Questo è stato Trump, questi sono stati gli ultimi quattro anni del mondo. Ora se ne va, però. Allelujia!

[Di Enrico Deaglio – Da: Domani del 20 gennaio 2021]