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Scuola (5). Digitalia, la scuola alla scoperta di se stessa

di Bruno Santoro

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In un recentissimo articolo su la Repubblica (1) Massimo Recalcati scrive di scuola, di quanto manchi agli studenti e di quanto si sia dimostrata insufficiente la didattica emergenziale a distanza.
L’articolo è intitolato: La scoperta della scuola e l’occhiello sintetizza con chiarezza: La pandemia ne ha esaltato l’importanza .
Dopo avere preso atto che la didattica a distanza, se pur integrata, non piace proprio a nessuno, l’autore invita in modo suggestivo a considerare questa situazione come una possibilità e, come stanno tentando di fare molti insegnanti, di intravedere nell’emergenza, un’occasione di crescita e di formazione per tutti.
In fondo, riflette l’autore, è proprio nelle difficoltà e nel tentativo di fronteggiarle che si cresce e si matura, che avviene la formazione. E se compito della scuola è quello di formare l’individuo e non solo trasmettere nozioni allora vivere ed agire consapevolmente questa occasione diventa un’opportunità molto importante per il mondo scolastico.
Come ho già avuto modo di dire anche per me si tratta quasi di un dovere civile oltre che professionale:
“Compito del discorso educativo non è mai quello di perseguire illusioni, ma quello di tenere conto del reale soprattutto quando esso appare nel suo volto più ostile. La strada di ogni processo formativo non è mai spianata, ma è fatta di imprevisti, cadute, accidenti” (M. Recalcati, nell’art. cit.].

Ora, ha senz’altro ragione Recalcati quando scrive della nostalgia che gli studenti hanno della scuola in presenza: è proprio vero, l’emergenza e la mancanza, come sempre avviene, ha esaltato e messo in diversa luce ciò che appariva fino a ieri scontato, quasi ovvio, noiosamente quotidiano tanto da poterlo persino liberamente svillaneggiare ad ogni occasione; adesso invece quella realtà così tanto spesso denigrata come inutile, impositiva, lontana dal mondo vero, viene vista con occhi diversi e rivalutata al contrario come una condizione bella e desiderabile che ci è sfuggita e si comincia a sospettare possa non più tornare.
In questo senso la scuola è stata scoperta proprio dai propri abitanti legittimi, gli studenti, tanto da spingerli persino a scendere in piazza per chiedere il ritorno a quella normalità che non pensavano fin qui così importante per la loro esistenza.

Hanno ragione anche quanti sono intervenuti in questo periodo per sottolineare quanto la socialità relazionale sia importante per gli adolescenti, che ne fanno una palestra formativa in cui mettono alla prova le proprie capacità relazionali, le proprie ‘competenze sociali’: privi di questo agone, dal quale non di rado escono con le ossa malconce, emotivamente parlando, ma nel quale immediatamente si rituffano come l’unica acqua in cui nuotare, i giovani hanno scoperto una certa nausea per il web (soprattutto se utilizzato come luoghi di lezione).
Se in principio si erano proiettati in massa negli ambienti digitali credendo che fosse una comoda compensazione della ‘presenza’ senza svantaggi particolari, adesso scoprono invece che per fare scuola come per non fare scuola bisogna pur sempre che da qualche parte la scuola ci sia, come ambiente fisico di incontro e di misura sociale.
Da che altro derivare, altrimenti, la cognizione della propria identità se non mettendola quotidianamente alla prova nei rapporti tra pari come nella pratica della propria capacità di apprendere oltre che di essere?

Il web e i ‘social’ sono troppo attraenti e stimolanti per un adolescente perché limiti la sua partecipazione o vi rinunci spontaneamente: perché dovrebbe?
Del resto anche milioni di cosiddetti ‘adulti’, pur continuando a biasimare l’abuso e gli eccessi tecnologici degli adolescenti sono essi stessi dipendenti e ossessivamente travolti dal web, dalle app, dalle piattaforme dei servizi, anche se spesso con l’alibi del lavoro e dei rapporti indifferibili del mondo dei ‘grandi’.

Gli ambienti web però sono anche dichiaratamente virtuali, nel senso di simulati: non perché non siano vere le persone che di fatto li animano e li abitano, ma perché sono pur sempre realtà ‘tipizzate’ dai mezzi di comunicazione, nelle quali vengono costruite e gestite identità variabili, ‘liquide’ direbbe Baumann (2): e questo è molto pratico quando si vogliono evitare i fastidiosi intralci dei rapporti sociali e amicali. Con un semplice ‘click’ si possono poter evitare i conflitti ma questo rivela anche come il gioco sociale sia reale fino ad un certo punto, ed eviti proprio la parte più formativa del nostro contatto plurale con la realtà, il possibile ‘conflitto’.

In fondo basta pensare che la parola “schermo” in italiano significa sia un oggetto sul quale si può proiettare una immagine, magari la propria, ma significa anche qualcosa dietro al quale ci si può riparare e celare a comando. E questo i nostri giovani lo sanno molto bene, anche se fingono di no.
Non può certo bastare loro una didattica ammannita via schermo e piattaforme digitali a dare loro l’impressione di ‘essere in cammino verso se stessi ’, il senso che loro si aspettano da ciò che noi disponiamo per il loro scoprirsi.
Maria Montessori aveva riassunto la sua filosofia pedagogica in alcune formule ‘magiche’, da sole capaci di cambiare la prospettiva con cui si guarda alle cose e alla scuola. Una di essere recitava, a proposito dell’educazione del bambino: Aiutami a fare da solo!
E questo è proprio ciò di cui hanno bisogno, i nostri giovani. Ricordando magari che istruzione non è in sé formazione, e che l’educazione molto più che con le parole e le esortazioni si fa con lo stile personale e con l’esempio.
Può, in queste condizioni, la didattica a distanza rispondere a queste istanze?

Non ritengo sia nel giusto invece Recalcati quando afferma che la ‘didattica a distanza ha mostrato tutti i suoi limiti’, con l’esplicito sottinteso, non so se voluto, che la didattica in presenza abbia tutt’altra sostanza e caratteristiche di efficacia cognitiva e formativa. E che questa sia poi la ragione dell’insofferenza di famiglie, docenti e studenti. Beninteso: Recalcati non sbaglia, solo che evita di cogliere, presumo volutamente, il prodotto della sua analisi.

Quella che definiamo comunemente come ‘didattica a distanza’ è in buona sostanza una soluzione di tecnologia didattica (3) per molti versi improvvisata, utilizzata come ripiego di pura emergenza e legalizzata come legittima vista la situazione.
Nella pratica però essa non ha cercato di fare altro che replicare ‘pari pari’, salvo casi rari e ben documentati, la didattica in presenza.
Utilizzando tutte le piattaforme disponibili (2) i docenti hanno cercato di utilizzare il periodo-lezione in modo il più possibile simile a quello abituale in classe, pur con gli studenti collegati in remoto: e del resto questo era esattamente ciò che veniva loro richiesto dai dirigenti, la regolare presenza a scuola e l’utilizzo pieno del proprio orario di servizio secondo l’orario ufficiale.
Questo ha naturalmente significato che gli studenti a casa seguono per molte ore davanti al video l’alternarsi delle lezioni, esattamente come in classe ma… senza la classe attorno, con problemi di concentrazione, di stanchezza da video-connessione, di distrazione e di disturbo involontari, di spossatezza.
Senza contare, come sottolinea anche lo psicoanalista, i problemi di famiglie disagiate nelle quali non è possibile ad uno studente godere di uno spazio proprio isolato o di un dispositivo personale di connessione.

I problemi si sono moltiplicati per i docenti quando in molti casi, pur avendo consigliato di tenere lezione per non più di 45/50 minuti per dare agli studenti momenti di riposo, è stato anche chiesto il rispetto della riforma Moratti, nella quale si sanciva che, anche se ridotto per cause di forza maggiore, il periodo orario contrattuale è di 60 minuti, con una porzione oraria non svolta che va recuperata o con la stessa classe o sostituendo un collega indisponibile in un’altra.
Si tenga presente che su un orario cattedra di 18 ore e lezioni di 45 minuti, il recupero in una settimana di lavoro riguarda ben 4 ore e 30’: cioè 18 ore al mese e 144 ore all’anno (su otto mesi di attività); se i minuti di lezione sono invece 50’ le ore da recuperare diventano 3 per settimana, cioè 12 al mese, e 96 all’anno!

Ma allora il cuore del problema non sta tanto nel digitale e nella didattica a distanza, della quale ora si vedono meglio caratteristiche e problematiche possibili, cioè vantaggi e caratteristiche.
Oggi la scuola secondaria finalmente si vede, cioè ha la possibilità di guardarsi e valutare i propri percorsi didattici, sia disciplinari che formativi. Per questo si scopre, cioè si espone.
Non è mai stato possibile avere una tale base di chiarezza informativa sui processi che essa è realmente in grado di sviluppare: al chiuso delle classi l’attività didattica è stata sempre più immaginata che conosciuta; né i resoconti degli studenti né i bilanci degli insegnanti, a posteriori, ne lasciavano intravedere le difficoltà quotidiane, la fatica e l’impegno dell’insegnare come dell’apprendere, le quotidiane asperità del percorso che allievi e docenti fanno assieme.

Ma quello che si vede oggi con maggiore chiarezza è che i paradigmi ed i protocolli sui quali la scuola ha organizzato se stessa non hanno più la medesima efficacia di un tempo, e non saprei onestamente dire quale.
Cambiati i riferimenti sociali e tecnologici, cambiata l’identità dei nostri giovani, la didattica curricolare della gran parte delle scuole si è rivelata inefficace e insoddisfacente per tutti, ma non perché si sia tentato di trasferirla nel digitale, cosa già di per sé molto opinabile ma giustificabile come soluzione inderogabile.
È la didattica in sé che si è rivelata poco adeguata a sviluppare processi di apprendimento significativo e quindi di soddisfazione dello stesso insegnante: protocolli obsoleti, concezione stessa del sapere mutuata da una pedagogia del XIX secolo, una didattica metodologica fondata su una concezione empirica di tentativi ed errori ha generato adesso l’idea che nessuna didattica possa essere adatta al digitale: quando invece questo non significa altro che ancora una volta ‘esternalizzare’ il problema – “È la didattica a distanza che non funziona!” – “La didattica digitale non esiste!” – senza veramente affrontarlo.
Siamo disposti a discuterne? Magari assieme agli studenti e senza troppi preconcetti?


Note

(1)La Repubblica, 19/01/2021. L’articolo di M. Recalcati in file .pdf: M. Recalcati. La scoperta della scuola. Repubblica 19.01.2021

(2)Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza; 2011
https://www.ibs.it/modernita-liquida-libro-zygmunt-bauman/e/9788842097358

(3) – Si può definire ‘tecnologia didattica’ l’insieme di conoscenze, abilità, tecniche e competenze proprie di un professionista dell’istruzione e della formazione. Tra queste oggi occorre comprendere anche le ‘competenze digitali’, sia quelle tecniche che quelle sociali ed etiche. Cfr. Calvani e altri, La competenza digitale nella Scuola, Firenze; 2010

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[La Scuola (5). DigitaliaContinua]
Per gli articoli precedenti: la nuova serie sulla scuola di Bruno Santoro si può leggere
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