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Con Tex non si scherza. Un “Padrenostro” così così

di Tano Pirrone

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Vediamo finalmente in Tv con facilità il film di Claudio Noce PADRENOSTRO, preannunciato da un’aura di “benevolenza”, che ha fruttato alla Mostra del Cinema di Venezia l’ennesimo premio per Favino. Decisione che manca di opportunità o di fantasia e che ci lascia, come al solito, perplessi e diffidenti. È, infatti, il quadro sempiterno dell’Asinus asinum fricat di quella particolare non solo italica abitudine di lodarsi e premiarsi a vicenda all’interno di un gruppo pur vasto di comuni interessi (uso Academy Award vulgo Premio Oscar).

Vediamo di cosa e di chi parliamo: siamo nell’Italia degli anni ’70 del Novecento, luogo di devastazione compiuta con cieca barbarie dall’uno e dall’altro campo degli astorici contendenti, dalla sedicente sinistra composta dalle BR, dai NAP e da tante altre sigle, con la complicità oggettiva, ahimè, della vastissima area di fiancheggiatori, che “romanticamente” vivevano la loro stagione in un corrosivo brodo di coltura; alla destra eversiva e stragista connaturata col potere politico di quei decenni. In quest’ambito, centinaia di servitori dello stato (magistrati, poliziotti, uomini politici, intellettuali) furono accerchiati, attaccati e colpiti da entrambi le parti, sempre con agguati vili, disonorevoli. Fra essi, il padre di Claudio Noce, il vicequestore in servizio nell’antiterrorismo a Roma, Alfonso Noce (Alfonso Le Rose nel film, interpretato da Pierfrancesco Favino), che il 14 dicembre 1976 fu oggetto di un sanguinoso attentato, avvenuto sotto la sua abitazione di Roma. Il vicequestore rimase gravemente ferito. Morì invece il giovane poliziotto che era alla guida dell’auto, il nocerino Prisco Palumbo, insignito nel 2004 della Medaglia d’oro al Valore civile.

Claudio Noce (soggettista, sceneggiatore e regista del film) vuole ricordare questo evento, celebrando il ricordo del padre e invocando una definitiva pacificazione fra i figli di coloro che furono gli attori di una guerra civile, nell’uno e nell’altro dei fronti di guerra. Il padre è necessariamente uno dei baricentri della narrazione, ma il vero fulcro è Valerio, il figlio del vicequestore (lo stesso Claudio), che per motivi di compatibilità narrativa è più grande di età (10 anni) di quanto in effetti Claudio non fosse al tempo dei fatti raccontati (nel film è Mattia Garaci a ricoprire il ruolo del tormentato Valerio/Claudio).

Il quale, instabile di suo, sbrocca assistendo all’attentato, e alla successiva mancanza del padre, che, ferito, torna a casa ormai guarito dopo un lungo ma necessario distacco. Nell’estate successiva, nel mese di agosto, Noce/Le Rose porta in vacanza tutta la famiglia di cui fa parte, oltre la moglie Gina (una scolastica Barbara Ronchi), la silenziosa e giudiziosa rampollina Alice (Lea, figlia di Favino e di Anna Ferzetti, piccola, simpatica, scafatissima e fotogenica). Dove? Nelle terre del sud da cui origina: la Calabria di Riace. Qui anche se sempre con quello stile un po’ Rai1 abbiamo il piacere di gustare ambienti e panorami di enorme bellezza. I titoli di coda ci confermano che le riprese esterne fuori Roma sono state effettuate effettivamente in Calabria, in provincia di Cosenza (fra Lorica – il suggestivo lago Arvo -, Aprigliano, Camini e Marina di Gioiosa), e nel circondario di Riace: Roccella Ionica, Stignano (su un cui promontorio abbiamo ammirato il ‘simbolico’ Castello di San Fili o Castelletto Lamberti, un casino fortificato costruito, tra il 1710 e il 1720, e criminalmente lasciato in rovina), Camini e Marina di Gioiosa).

Un documentario invogliante per un viaggio alla (ri)scoperta di posti bellissimi, in cui si passa in pochi minuti dalla foresta di montagna alle marine di una volta. Coerentemente con il background del regista, comprovato esperto del settore.

Confessiamo che fra tutti gli attori ci è molto più piaciuto l’interprete del giovane Christian, misterioso quattordicenne randagio, che stringe amicizia con Valerio per fini che conosceremo alla fine del film e che lui con “mestiere” nasconde. Ben calato nel ruolo Francesco Gheghi, già al terzo film dopo i graditi Mio fratello rincorre i dinosauri di Emilio Cipani (2019) con Alessandro Gassmann e Isabella Ragonese e Io sono tempesta di Daniele Luchetti (2018) con Marco “Fenomeno” Giallini e Elio “Fenomeno” Germano. Facciamo i nostri migliori auguri di una fortunata carriera all’ancora diciassettenne attore romano.

C’è da chiedersi a questo punto se il “bisogno” espresso da Claudio Noce fosse ancora attuale e necessario. Secondo me, forse necessario, pur dopo tanti anni, per i protagonisti superstiti di quegli eventi, ma non più attuale. Ma sono fatti suoi. Noi non ci siamo appassionati più di tanto alla narrazione, anche per lo stile di regia: lungaggini, ripetizioni, equivoci, inutile suspense, rapidi cambi di stile non giustificati.

Del piccolo protagonista abbiamo detto che non ha incantato e che è stato surclassato dal suo amico/rivale. In quanto a Favino, dovrà smettere prima o poi di rifare sempre lo stesso personaggio visto da destra, visto da sinistra, visto da sopra, visto da sotto.
Il miglior Favino lo abbiamo visto di recente in Tutti per 1 – 1 per tutti e poco prima ne Gli anni più belli coraggioso remake dell’incommensurabile C’eravamo tanti amati di Ettore Scola, per il quale dobbiamo complimentarci con Gabriele Muccino. Comprendiamo che Favino abbia detto di sì per portare acqua al mulino del film, ma questo, dolorosamente, sottrae voti al giudizio finale. Non li aggiunge.

Infine: che c’entra… – vi sarete chiesti sin dall’inizio – che c’entra Tex nel titolo?
Tex Willer giustiziere giusto e di modi spicci, c’entra spesso con noi che lo leggiamo da quando è comparso nelle indimenticabili “strisce” nate nel 1948 e proseguite per 973 settimane fino al 1968. Siamo collezionisti maniacali e ci dedichiamo di tanto in tanto a rileggere qualche storia, oltre che a continuarne la raccolta. Quando abbiamo visto il piccolo Valerio sulla bella spiaggia a leggere, finalmente sereno (ma per poco) un albo di Tex, con un moto istantaneo, abbiamo abusato del nostro potere di telecomandisti compulsivi e abbiamo ordinato il fermo immagine.

Non è stato difficile renderci conto che l’albo era intitolato “Guerra sui pascoli”, e che si trattava del numero 218 della serie, andato in edicola nel dicembre 1978. Ora, per quanto buoni e super-inclini al perdono noi si possa essere, non possiamo – perdonateci – sottacere un errore del genere, che fa il paio con l’orologio al polso del legionario romano di Scipione l’Africano (per la regia – ducescamente manipolata – del buon Carmine Gallone, 1937): l’attentato in cui viene ferito il vicequestore avviene il 14 dicembre 1976. La famiglia va in Calabria l’estate successiva, nell’agosto 1977: come fa l’innocente bambino a leggere un albo di Tex uscito nel dicembre del 1978? Se fosse stato un film di Christopher Nolan, che in Tenet e prima in Interstellar favoleggia sul tempo, ci potremmo pure stare, ma è il buon Claudio Noce a dirigere…

1 commento per Con Tex non si scherza. Un “Padrenostro” così così

  • Luisa Guarino

    Caro Tano, se il film “Padrenostro” è così così (concordo con te pienamente, anche per quanto riguarda il premio a Favino), non è certo per colpa di un albo di Tex “spacciato” un anno prima della sua uscita effettiva. Per mia fortuna l’ho visto in una sala cinematografica i primi giorni dello scorso ottobre, prima della nuova nefasta chiusura. Quindi per me niente pignolerie e cavilli da “fermo immagine”. E poi dare tutte le colpe a Tex mi sembra davvero esagerato. Però grazie lo stesso: parlare di cinema è sempre e comunque… un bel parlare.

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