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La Roma del Trecento. Ascesa, trionfo e caduta del tribuno Cola di Rienzo (2)

di Fabio Lambertucci

 

Avevo cominciato questo articolo su Cola di Rienzo, per focalizzare soprattutto il tema della battaglia di Porta San Lorenzo e i motivi per cui ci si era arrivati. Ma preso nel turbine dei fatti successivi non ho potuto esimermi dal continuare il racconto. Fino al tragico epilogo. Che viene riportato con una coloritura diversa dai diversi cronisti, tanto ancora controversa e divisiva è la figura di Cola a distanza di quasi sette secoli.
F. L.

Per la prima parte, leggi qui

La battaglia di porta San Lorenzo
Il 20 novembre 1347 Stefano Colonna il Vecchio, radunò un esercito di 700 cavalieri e 4000 soldati nel suo castello di Palestrina. Con lui c’erano suo figlio Stefano il Giovane, comandante della spedizione, e il nipote Giovanni, Pietro di Agapito Colonna, prevosto di Marsiglia e signore di Genazzano, Giordano Orsini di Marino, Cola di Buccio di Braccia da Rieti, Petruccio Frangipane, i Caetani di Fondi, Sciarretta Colonna (figlio di quello Sciarra che ad Anagni nel settembre 1303 aveva oltraggiato papa Bonifacio VIII Caetani (1230-1303) ed altri nobili

L’esercito nobiliare partì per riprendersi Roma, nonostante il freddo intenso e la grande pioggia, poiché il vecchio Colonna si era accordato con dei cavallerotti, traditori di Cola, che avrebbero aperto porta San Lorenzo (in origine porta Tiburtina ma nel Medioevo dal popolo soprannominata anche “porta Capo de Bove” per via dei bucrani, teschi di bue, che ornano l’arco di Augusto seminascosto nelle strutture del muro – NdA).
Stefano il Giovane però giunto alla porta seppe dal balestriere Paolo Bussa che il corpo di guardia era già stato cambiato e che nessuno dei suoi gli avrebbe quindi spalancato la porta della città. Dopo uno scambio di male parole e brutti gesti, decise di far ritirare l’esercito a Palestrina ma prima volle farlo sfilare davanti alle Mura Aureliane. Intanto in città i popolani erano corsi alle armi al suono di trombe, zampogne e nacchere, pronti a combattere e a morire al grido di battaglia: “Spirito Santo cavaliere”.
Le forze cittadine erano state divise in tre schiere: due al comando di un Orsini di Monte Giordano e di un Orsini di Castel Sant’Angelo (questi due nobili a lui fedeli erano già stati nominati da Cola comandanti dell’esercito per le guerre contro Viterbo, Marino e Fondi), la terza agli ordini di Cola. In silenzio poi i reparti avevano raggiunto la zona occidentale della città, dove si attendeva l’attacco.

La cavalleria dei baroni sfilò per ultima e mentre si stava allontanando improvvisamente uno dei battenti si aprì: il ragazzo Giovanni Colonna allora si gettò di slancio col suo cavallo e la lancia in resta oltre il portale ma nessuno dei suoi lo seguì. Si trovò così da solo davanti alle fanterie del tribuno Cola di Rienzo che lo uccisero. Il padre Stefano, compreso l’accaduto, si precipitò nel mucchio dei nemici menando fendenti con la spada ma colpito da una pietra venne inseguito e fatto a pezzi appena fuori dalla porta.
I popolari romani, presi da una forsennata ferocia, iniziarono ad uscire in forze e ad attaccare la cavalleria nobiliare e gli altri reparti che erano stati richiamati.
Per qualche tempo le sorti della battaglia rimasero incerte tanto che lo stendardo del tribuno cadde a terra.
Infine prevalsero i popolari e i baroni fuggirono per prati e vigne.

Iniziò così la caccia al nobile: Pietro di Agapito restò tra i filari di vite – scrive l’Anonimo – “nudo, muorto, calvo, grasso. Non pareva omo de guerra”, in mezzo a una dozzina di altri baroni tra cui Pietro barone del Belvedere, cugino del Colonna. Le loro truppe vennero decimate e disperse e molti furono i prigionieri che riempirono i sotterranei del Campidoglio. Giordano Orsini ed il conte di Fondi feriti fuggirono alla volta di Marino, altri scamparono a Palestrina.

Di questa battaglia, nell’Ottocento così scrisse lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius (1821-1891): “Fu la nera giornata deFabi (4) dell’aristocrazia romana. Fino al pomeriggio cadaveri nudi di più di ottanta signori, che un tempo erano stati i temutissimi aguzzini del popolo, rimasero esposti al feroce dileggio della plebe”.

Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma; olio su tela Federico Faruffini, 1855

È proprio sull’onda del trionfo che però Cola di Rienzo perse davvero la testa.
Fa notare l’Anonimo: – Se Cola de Rienzi tribuno avessi sequitata la soa vittoria, avessi cavalcato a Marini, prennieva lo castiello de Marini e desertava in tutto missore Iordano, che mai non levava capo, e lo puopolo de Roma fora remaso in libertate senza tribulazione – e invece condusse suo figlio Lorenzo sul luogo dove era stato ucciso Stefano Colonna e, intingendo la mano in una pozza d’acqua ancora rossa di sangue, spruzzò la veste bianca del ragazzo, consacrandolo così “cavaliere della vittoria”.
Dalla stranezza ai soprusi il passo fu breve: il fasto, lo sperpero, la crapula scandalizzarono e sbalordirono Roma.

Tavole tratte da “Storia d’Italia a fumetti. Vol. 1” (Mondadori, 1978) di Enzo Biagi

Per il passaggio dalla vittoria di San Lorenzo alla prima caduta questo scrive l’Anonimo di Cola di Rienzo dopo il battesimo del figlio Lorenzo con il sangue del Colonna:
– Allora lo tribuno comenzao ad acquistare odio. La iente ne sparlava e diceva ca soa arroganzia era non poca. Allora comenzao terribilemente deventare iniquo e lassare le vestimenta della onestate. Vestiva panni come fussi uno asiano
(asiatico) tiranno. Ià mustrava tiranniare per forza. Là comenzao a tollere delle abadie. Ià prenneva chi pecunia aveva e tollevala. A chi l’aveva imponevali silenzio. Sì spesso non faceva parlamento per la paura che avea dello furore dello puopolo. E prese colore e carne e meglio manicava, meglio dormiva.
Allora li puopoli lo comenzaro ad abannorare. Allora impuse la data (imposta) dello sale; voleva pecunia per sollati (soldati). Nientedemeno missore Iordano de Marini non cessava di infestare onne dìe, e prenneva e derobava la iente. De presure
(numerose) se mormorava. Era lo tiempo dello autunno, là dopo le vennegne (vendemmie). Lo grano era caro, valeva lo ruio (rubbio) sette livre (lire) de provesini (sorta di moneta). Questo tolleva la pecunia a chi l’aveva. Missore Iordano predava. Lo puopolo male se contentava. Lo legato cardinale lo maledisse (a Cola) e iudicaolo per eretico. Puoi compuse (si accordò) colli signori, cioène con Luca Saviello, Sciarretta Colonna, e davali in tutto favore.
Allora le strade fuoro chiuse. Li massari delle terre non portavano lo grano a Roma. Onne diè nasceva uno romore. Era in quello tiempo in Roma uno conte cacciato dallo regno (di Napoli): aveva nome missore Ianni Pepino, paladino de Aitamura, conte de Minorvino. Missore lo conte paladino in quello tiempo fece gettare una sbarra in Colonna. Esso fu lo capo della rottura
(distruzione) dendro de Roma. La sbarra fu iettata sotto l’arco de Salvatore in Pesoli (chiesa di San Salvatore in Pensili, oggi vi sorge “San Stanislao dei Polacchi in via delle Botteghe Oscure”). Una notte e uno diè sonao a stormo la campana de Santo Agnilo Pescivennolo (Sant’Angelo in Pescheria al Portico d’Ottavia). Uno Iudio (ebreo) la sonava. Non ce traieva alcuno a rompere questa sbarra. Lo tribuno sùbito mannao per defesa una banniera (bandiera) da cavallo là a quella sbarra. Uno conestavile, lo quale avea nome Scarpetta, commattenno cadde muorto, feruto de lancia. Quanno lo tribuno sappe che Scarpetta era muorto e che lo puopolo non traieva allo sio stormare, consideranno la campana de Santo Agnilo Pescivennolo sonare, sospirava forte tutto raffredato, piagneva, non sapeva che se facessi. Sbaottito (sbigottito) e annullato lo sio core, non aveva virtute per uno piccolo garzone. A pena poteva favellare. Estimava che in mieso la citate li fussino puosti li aguaiti (agguati); la qual cosa non era, perché nullo se palesao rebello. Non era chi se levassi contro lo puopolo, ma era solo raffredato. Se crese essere occiso. Que vaio più dicenno? Con ciò sia cosa che non fussi omo de tanta virtute che volessi morire in servizio dello puopolo, como promesso aveva, piagnenno e sospiranno fece uno sermone allo puopolo lo quale là se trovao e disse ca esso avea bene riesso (governato) e per la invidia la iente non se contentava de esso.

Non era quello il Cola di Rienzo che molti romani avevano innalzato, il tribuno del popolo in cui avevano creduto. Non mossero perciò un dito quando, qualche settimana dopo, la fazione nobiliare, comandata dal condottiero conte Giovanni Pipino di Altamura e Minervino, con l’appoggio del legato pontificio arcivescovo di Embrun Bertrando di Deux (il nuovo papa regnante era il francese Innocenzo VI Etienne Aubert, 1282-1362), senza colpo ferire si sbarazzò di Cola che, incapace di affrontare la situazione, persosi completamente d’animo, si diede alla fuga.

Scrive lo storico medievalista Ludovico Gatto nella sua Storia di Roma nel Medioevo (Newton Compton Editori) – Op. cit.: “La rapida caduta di Cola attesta l’inconsistenza e l’inadeguatezza del suo programma non rispondente alle esigenze della penisola italiana del Trecento e meno che mai utile alla città di Roma che ha amato il tribuno, pensando di potersi risollevare con il suo intervento, mentre le sue incomprensibili posizioni politiche hanno ulteriormente indebolito e isolato l’Urbe, alla fine del tribunato molto più rissosa e confusa di quanto non fosse l’anno precedente e oltretutto priva momentaneamente dell’appoggio del papa pieno di risentimento per i Romani”.

Dalla vittoriosa battaglia di Porta San Lorenzo alla caduta e alla fuga erano passati soltanto sette mesi, ma la fortuna di Cola di Rienzo a Roma era ormai al suo declinare. Nella tenaglia delle sue personali debolezze e per sfuggire alle trame e alle insidie che i baroni costantemente ordivano contro di lui, fu infine costretto ad fuggire, per evitare guai maggiori:
– “Ora nello settimo mese descenno de mio dominio”. Queste parovole piagnenno quanno abbe ditte, salliò a cavallo e sonanno tromme de ariento, con insegne imperiale, accompagnato da armati triumphaliter descendit e giò a Castiello Santo Agnilo – chiosa l’Anonimo

Dopo la breve e inebriante stagione tribunizia, Roma ripiombò nell’anarchia che, sospesa per così dire durante l’intero secondo Anno Santo del 1350 (quando due milioni di pellegrini visitarono i luoghi santi della città), riprese infine in tutto il suo orrore.

Tornando a Cola di Rienzo. Egli riuscì a fuggire da Roma, travestito da frate. Forse in questa parentesi di tregua tra la passione politica e i pericoli della vita pubblica si inserisce anche una esperienza di eremitaggio “forse a Ponza, l’isola di fronte a Gaeta dove può darsi abbia trovato scampo fuggendo da Castel Sant’Angelo (5).

Ma malgrado i buoni propositi, è una breve parentesi; presto riprende la vita raminga,

rifugiandosi prima in Boemia presso il re Carlo IV (1346-1378), dove riprese la vita di studioso ed ebbe grandi onori.

Poi, contro l’opinione generale, decise di andare a presentarsi al papa in Avignone. Il papa era allora Innocenzo VI (papa dal 1352 al 1362, succeduto a Clemente VI), che dapprima imprigionò blandamente Cola, poi lo esaminò, riconobbe che non era eretico e si convinse a revocare il suo processo e a rimandarlo a Roma, con il cardinale di Spagna Egidio Albornoz, suo legato: “Cola de Rienzi con questo legato iessìo de Avignone purgato, benedetto e assoluto”. Era il 24 settembre 1353.

Papa_Innocentius_Sextus (papa 1352-1362); di D. Henry Segur (1855)

“Durante il viaggio verso Roma fu fatto segno a grandi manifestazioni di meraviglia per essere scampato e, almeno a parole, di consenso politico. Ma il potere chiede denaro. A Perugia il legato non sborsò uno scudo, ma nominò Cola senatore e lo autorizzò a rientrare a Roma. Cola riuscì con qualche fatica a farsi finanziare il viaggio e una compagnia di qualche centinaio di armati, fra mercenari tedeschi e cittadini di Perugia, da Arimbaldo de Narba, perugino, che aveva convinto di poter diventare, con lui, signore di Roma (“lo fantastico piace allo fantastico”, chiosa l’Anonimo).
Arrivato a Roma, il popolo gli uscì incontro con grande cordialità, mentre “li potienti stavano alla guattata”, e lo accompagnò festoso da porta Castello fino al Campidoglio, ascoltò entusiasta il suo discorso – tuttavia alla fine delle cerimonie di rientro “non fu chi li proferissi uno povero magnare” [da Wikipedia].

Porta Castello era una delle porte che si aprivano nelle Mura leonine di Roma. Porta Castello fu testimone (forse unico fatto storico degno di nota) dell’ingresso trionfale in Roma di Cola di Rienzo, nominato senatore, il 1º agosto 1354, solo due mesi prima di essere accoltellato dallo stesso popolo che, in quell’occasione, lo aveva acclamato come liberatore.

Presto però si vide che l’uomo, pur mantenendo la sua grande abilità oratoria, era diventato un grasso ubriacone incline a straparlare, assetato di vendetta contro chi lo aveva scacciato da Roma, traditore per giunta, giacché fece condannare i suoi sostenitori perugini per confiscarne i beni, e, costretto com’era a procurarsi denaro per mantenere i suoi soldati, anche esoso.
Le nuove gabelle che infliggeva – in specie un aumento della tassa sul sale e una nuova tassa sul trasporto del vino – lo resero presto inviso…

Epilogo
L’8 ottobre 1354
, un suo capitano che aveva destituito sollevò il popolo e lo condusse sul Campidoglio. Là Cola, abbandonato da tutti i suoi, tentò per l’ultima volta di arringare i romani, che risposero dando fuoco alle porte.

Cola allora cercò di scampare travestendosi da popolano pezzente, alterando anche la voce. Ma fu riconosciuto dai braccialetti che non si era tolto – Erano ‘naorati: non pareva opera de riballo –, smascherato e condotto in una sala per essere giudicato:
– Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo uomo era ardito toccarelo -, finché un popolano – impuinao mano ad uno stocco e deoli nello ventre.
Gli altri seguirono, ad infierire, ma Cola era già morto. Il cadavere fu trascinato fino a San Marcello in via Lata, di fronte alle case dei Colonna, e lì lasciato appeso per due giorni e una notte.

Il terzo giorno fu trascinato a Ripetta, presso il Mausoleo di Augusto, che era sempre un territorio dei Colonna, lì bruciato (commenta l’Anonimo: “Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri”), e le ceneri disperse.
“Non ne rimase cica. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo quale se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize essere campione de Romani”, conclude l’Anonimo.

Tavola tratta da “Storia d’Italia a fumetti. Vol. 1” (Mondadori, 1978) di Enzo Biagi

Lo storico medievalista Tommaso di Carpegna Falconieri (Roma, 1968) nel suo saggio Nel labirinto del passato. 10 modi di riscrivere la storia (Laterza, 2020) – Op. Cit. – mostra come il passo della cronaca dell’Anonimo romano relativa alla rivolta possa essere considerato un esempio di storiografia medievale controfattuale (ovvero “la Storia con i se”) perché descrive cosa sarebbe accaduto all’insurrezione popolare che portò al linciaggio di Cola di Rienzo, se quest’ultimo barricato in Campidoglio non fosse stato tradito da un parente: “Lo dìe cresceva. Li rioni della Regola e li altri forano venuti, lo puopolo cresciuto, le voluntate mutate per la diverzitate. Onne omo fora tornato a casa, overo granne vattaglia stata fora” (Il giorno sarebbe cresciuto, i rioni di Regola e gli altri [fedeli a Cola] sarebbero accorsi, il popolo sarebbe aumentato di numero, le opinioni sarebbero diventate inconciliabili per la loro varietà. Tutti sarebbero tornati a casa, oppure ci sarebbe stata una grande battaglia).

Roma. La Torre del Monzone (o casa dei Crescenzi) nel rione Ripa, oggi viale Luigi Petroselli, supposta abitazione di Cola di Rienzo


Note
(la numerazione prosegue quella della prima puntata)

(4) Si riferisce al massacro dei 300 uomini della romana e patrizia gens Fabia nella battaglia del fiume Cremera il 13 febbraio 477 a. C. contro l’etrusca Veio.

(5) – Nella biografia romanzata “Cola di Rienzo” (Rusconi, 1980) dello scrittore e giornalista Francesco Mazzei ho trovato questo brano fantasioso, privo di documentate fonti storiche, che riporto come curiosità: “Il primo contatto di Cola con la vita eremitica avvenne forse a Ponza, l’isola di fronte a Gaeta dove può darsi abbia trovato scampo fuggendo da Castel Sant’Angelo. Lì gli avvenne di riconoscere in un gruppo di eremiti alcuni nobili romani che avevano ripudiato le ricchezze, le false delizie e le battaglie terrene per militare, accesi di religioso fervore, al servizio di Cristo. Tra questi c’era anche un Colonna, e quell’uomo che a Roma lo avrebbe forse denunciato o aggredito, lo abbracciò e gli disse parole di pace e di fede. È la spinta che cercavano le antiche aspirazioni mistiche di Cola per farsi largo in mezzo alle ceneri delle sue passioni politiche. “O vita mortale, preannuncio di quella immortale! O vita angelica solo agli amici di Satana sgradita!”
Tra l’immensità del cielo e l’azzurro cupo del mare, tra le caverne scavate da quegli uomini santi nella pomice grigia Cola prende la grande decisione: vivrà come loro” (pp.183-84).

Fonti

1) Corso di Storia medievale su Cola di Rienzo dello storico medievalista Massimo Miglio, Università degli Studi della Tuscia, Viterbo, Facoltà di Conservazione dei Beni culturali, Anno Accademico 1990/91.
2) Mauro Quercioli, Le mura e le porte di Roma, Newton & Compton Editori, Roma, 1982, (ed. 2005), pp. 201-202.

Citazioni in italiano arcaico
Da: Anonimo romano, Cronica, a cura di Giuseppe Porta, 1981 (2a ed. 1991), Adelphi, Milano, pp. 102-103, 113-114, 144-149, 152, 195 e 198.

Per saperne di più
1. Del compianto storico medievalista Ludovico Gatto (1931-2019) (mio professore alla Sapienza): Storia di Roma nel Medioevo, Newton Compton Editori, Roma, 1999 (ed. 2004); capitolo: La Roma di Cola di Rienzo pp. 453-471.
2. Dello storico medievista Tommaso Di Carpegna Falconieri, Cola di Rienzo (Salerno Editrice, Roma);
3. Del giornalista Claudio Fracassi,
Cola di Rienzo. La folle vita del rivoluzionario che inventò l’Italia, Mursia, Milano, 2017.

Roma. Battistero di San Giovanni in Laterano. La vasca, un sarcofago romano, dove la leggenda cristiana reputa si sia bagnato l’imperatore Costantino per guarire dalla lebbra. Miracolo del papa San Silvestro I a cui per riconoscenza l’imperatore “donò” l’Impero romano. Cola di Rienzo il 1° agosto 1347 vi si  bagnò per essere consacrato cavaliere.
Vi è stato poi battezzato nel 1968 l’Autore di questo articolo.


Franca Rame. Storia di Cola di Rienzo, di Anonimo Romano (XIV secolo) (.pdf completo):

Franca Rame. Storia di Cola di Rienzo. Trascritto da Anonimo Romano. Completo

 

2 commenti per La Roma del Trecento. Ascesa, trionfo e caduta del tribuno Cola di Rienzo (2)

  • silverio lamonica1

    Sulla “venuta” (probabile) di Cola di Rienzo a Ponza, si potrebbe scrivere un bel romanzo. Confesso che per me è una novità.
    Intanto ho approfondito la ricerca multimediale sul nostro eroe ed ecco cosa è sortito

    Cola di Rienzo
    di Alfredo Gatti (1881- 1916)

    Certo, Cola sbajò, che poveretto,
    lui fece un po’ de bene e un po’ de male,
    s’insuperbì, ma er vizzio capitale,
    te lo pagò co ‘na stoccata en petto.

    Era un tribbuno antico, è naturale,
    che appetto a quelli d’oggi, ce scommetto,
    ce sarebbe, parlanno co rispetto,
    de fa ‘na setacciata generale.

    Er tribbuno moderno, me capischi,
    pe’ quanto che je vada malamente,
    ar massimo, se becca un po’ de fischi;

    ma conserva la panza pe li fichi!
    Quanto sarebbe mejo, francamente,
    a rimpiagnèsse li tribbuni antichi!

    Nota: La poesia è tratta dal poemetto “Cola di Rienzo”, di quindici sonetti, che l’autore – un oste con la passione per i versi in rima – pubblicò nel 1914, con la casa editrice M. Carra & C.
    Interessante è il paragone tra i tribuni antichi e “moderni” del primo anteguerra.

    Oggi, ad un secolo di distanza, le cose sono di certo peggiorate ulteriormente, lo vediamo con questa paventata crisi di governo e siamo ormai rassegnati a vedere certi tribbuni sempre sulla cresta dell’onda, addirittura osannati da tanti, purtroppo!

    Per chi vuole approfondire l’argomento, segnalo il file:

    http://www.luigiceccarelli-ceccarius.it/scritti/flip/coladirienzo/files/basic-html/page19.html

  • Fabio Lambertucci

    Ringrazio Silverio Lamonica per il bel sonetto e l’interessante link segnalati. Cola di Rienzo è stato infatti giudicato un precursore di vari atteggiamenti politici moderni. Scrive in una nota il giornalista e scrittore Francesco Mazzei nella sua biografia citata nell’articolo che: “Sono curiosi certi riscontri tra alcuni eventi della Rivoluzione francese e del tribunato di Cola. Citeremo oltre al gesto di Santerre” (che fece coprire dal rullo dei tamburi la voce del re Luigi XVI sul patibolo, mentre Cola invece fece coprire dal suono di trombe, nacchere e zampogne le proteste del vicario papale, quando il 1° agosto 1347, proclamatosi cavaliere, rivendicò in pratica il possesso di tutto il mondo, ndr), “la datazione repubblicana degli atti di Cola, la festa della fratellanza che anticipa quella rivoluzionaria della Federazione, il libertà, pace, giustizia, prima qualifica del tribuno, che è quasi identico nella sostanza al liberté, egalité, fraternité. Anche tra certi cerimoniali e rivendicazioni napoleonici e quelli di Cola di Rienzo è possibile trovare qualche analogia.
    In periodo fascista vennero cercate adulatorie affinità tra il tribuno e il capo del fascismo e nel 1930 uno storico tedesco peraltro assai serio citava compiaciuto l’appellativo di “Rienzi redivivo” attribuito “in Germania e altrove”, a Mussolini.
    Vale la pena tuttavia di rilevare qualche curioso riscontro tra quei giorni di dicembre della Roma del 1347 e il 25 luglio di 596 anni dopo: ne vengono infatti in luce, pur nella enorme diversità delle situazioni, certe costanti delle strutture politiche italiane e delle rivoluzioni d’Italia. Anche il regime personale di Mussolini cadde per il voto di un consiglio privo fino a quel momento di qualsiasi capacità decisionale e per gli intrighi di un centro di potere – la monarchia nel suo caso – onorevolmente estromesso ma non del tutto esautorato dal dittatore.
    Sorprende anche l’analogia di comportamento dei due uomini nel momento della crisi estrema: incapaci l’uno e l’altro fino all’ultimo di rendersi pienamente conto della gravità della situazione, precipitano poi nello scoramento totale, in una abulica remissività e rinunciano a qualsiasi serio tentativo di reagire appellandosi alla piazza.
    Ben al di là della infatuazione per Roma che in Mussolini è surrettizia e di comodo quanto nel tribuno è sincera, qualche concordanza caratteriale tra i due personaggi è innegabile, prima di tutte la capacità di seduzione oratoria e spettacolare”
    .
    Saluti da Fabio Lambertucci.

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