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La Roma del Trecento. Ascesa, trionfo e caduta del tribuno Cola di Rienzo (1)

di Fabio Lambertucci

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In memoria di mia madre Eugenia Vinciguerra (1942- 2015) di mio padre Lamberto Lambertucci (1938-2019) con infinito amore

                                                                                                                                         “Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani (Deuteronomio: 32, 7)

All’età di dieci anni ricevetti in dono dai miei zii per il Natale 1978 il primo volume de “La Storia d’Italia a fumetti” (Mondadori) di Enzo Biagi (1). Fu un regalo che apprezzai molto. Lì, per la prima volta, conobbi la vicenda di un tal Cola di Rienzo che nel tardo Medioevo aveva tentato di riportare la Città Eterna all’antico splendore dell’impero dei Cesari e farsi “imperatore” per rimettere a posto anche la povera Italia. Però non ci riuscì e ebbe una morte violenta.
Di questo fantastico personaggio poi non sentì più parlare, tranne che per la piazza e la via a lui dedicati nel rione Prati. Finché anni dopo, all’Università di Viterbo, mi capitò di frequentare un corso annuale di Storia medievale, tenuto dallo storico medievalista Massimo Miglio, proprio sulla Roma di Cola di Rienzo.
Lo trovai interessantissimo e lessi avidamente la “Cronica” dell’Anonimo romano”
(2) dove sono raccontati questi fatti. Mi entusiasmò questo popolano che aveva studiato da notaio e si era appassionato alla Storia dell’antica Roma e alle epigrafi latine sparse per i Fori cadenti e di come era riuscito con la sua forbita eloquenza ad ingraziarsi il papa francese Clemente VI ad Avignone e perfino il grande letterato Francesco Petrarca. Aveva poi organizzato a Roma una campagna mediatica basata sull’uso di grandi manifesti dove erano dipinte figure allegoriche che spiegavano al popolo sofferente per i danni economici causati dall’assenza del papa in città e per le prepotenze dei nobili la tragica situazione politico-sociale e prospettavano soluzioni radicali. Ovvero le sue.
Prese il potere e cominciò a risistemare
“lo bono stato”. Tuttavia commise errori gravissimi e riuscì così a cadere velocemente in disgrazia.
Quest’articolo ricorda come accadde e spero possa piacere ai lettori di “Ponzaracconta” che immagino aperti e interessati a quanto del passato e della natura degli uomini può insegnare per il presente e per le cose future.
Fabio Lambertucci

A Roma il 20 novembre 1347 si combatté una sanguinosa battaglia tra l’esercito cittadino, comandato dal tribuno del popolo romano Cola di Rienzo, e l’esercito dei baroni romani, guidato da Stefano Colonna il Giovane. Fu la maggiore battaglia combattuta a Roma durante il Medioevo e rappresentò la resa dei conti finale tra il vincitore Cola, il nuovo “imperatore” che voleva restaurare la sognata Roma dei Cesari, e i prepotenti nobili romani. Eppure il trionfo militare, forse involontario ma comunque schiacciante, segnò la fine della meravigliosa e impossibile avventura politica di Cola di Rienzo.
Quest’articolo tratta delle motivazioni per le quali si giunse alla battaglia di Porta San Lorenzo

Antefatto
Nella trecentesca Cronica dell’Anonimo romano è narrato che una galea mercantile appartenente alla regina di Napoli Giovanna I d’Angiò (1343-1381), carica di tessuti francesi del valore di 20.000 fiorini, spezie (pepe e cannella) e denaro delle tasse, si arenò alla foce del Tevere dove si era rifugiata per cercare riparo da una terribile tempesta (3).
Dopo notte d’angoscia i marinai dell’isola d’Ischia e i passeggeri vennero salvati (a pagamento) dalla gente di Porto, borgo situato a nord di Ostia sulla riva destra del fiume. Il preziosissimo carico rimase invece stivato a bordo. A rubarlo ci pensò così un barone: il signore di Porto ovvero Martino di Francesco Stefaneschi, ex senatore romano, nipote dei cardinali Annibaldo Caetani di Ceccano (1280-1350) e di Giacomo Gaetano Stefaneschi (1260-1341) ed imparentato con la potente famiglia Orsini.
Scrive il cronista: “Quello Martino abbe suoi fattori e fece tutta quella galea sgommorare (sgomberare) e trarne la mercantia de panni e de speziarie; li quali panni se vennéo e non ne voize rennere cobelle (alcunché) alli perdienti. Anche più che ‘nanti sostenne de essere scommunicato, che de volere rennere l’altruio. Assenava una soa proverbia antica: Chi pericola in mare pericoli in terra”. Inaspettatamente il nobile Martino di Porto, ormai da anni abituato, come gli altri baroni di Roma (i Colonna, gli Orsini, i Savelli, i Frangipane, i Millini, i Sanguigni e i Massimo), a spadroneggiare in una città ove dal 1309 non regnavano più i Papi, trasferitisi nella francese Avignone, “per la qual cosa e per alcuno aitro excesso fu appeso per la canna (gola)!
Cos’era mai successo di nuovo a Roma?

Ritratto di fantasia di Cola di Rienzo, incisione da Vita di Cola di Rienzo, in Bracciano, per Andrea Frei, 1631

Colpo di Stato
L’incredibile novità era stata un colpo di Stato attuato il 19 o 20 maggio del 1347 dal notaio della Camera Capitolina Cola di Rienzo (1313-1354).
Di umili origini ma sostenuto da una ottima cultura latina, ottenuto l’appoggio politico di bottegai, mercanti e cavallerotti (ricchi borghesi ed artigiani), con il beneplacito del vicario papale vescovo Raimondo di Orvieto (il papa regnante era il francese Clemente VI Pierre Roger, 1291-1352) approfittando dell’assenza da Roma del vecchio condottiero Stefano Colonna, il più temibile e influente degli aristocratici, era finalmente salito in corteo sul Campidoglio e aveva invaso e sgombrato a forza il Palazzo senatorio dai due senatori Robertino Orsini e Pietro Colonna nominati dai baroni. Dal balcone, proclamatosi tribuno, tenne un grande discorso denunciando la miseria e la servitù del popolo romano. Espose quindi il suo programma di governo in quindici decreti: si prevedeva la pena di morte per l’omicidio e per il calunniatore, la conclusione di qualsiasi tipo di processo entro quindici giorni, il divieto di demolizione di qualsiasi immobile urbano, la creazione in ognuno dei tredici rioni di una milizia popolare retribuita, forte di centoventi fanti e trenta cavalieri, l’assistenza pubblica per orfani e vedove, l’istituzione di una guardia costiera contro le incursioni dei pirati, la destinazione di tutte le rendite del territorio romano a scopi di pubblico interesse e utilità, il passaggio di tutti i castelli e fortezze dei baroni, sia dentro sia fuori le mura, al governo del popolo e l’obbligo per i baroni di rifornire la città di vettovaglie e di non dare asilo a malfattori, l’istituzione di un deposito di grano in ogni rione, indennizzi per i caduti in battaglia in difesa del Comune, aiuti ai monasteri ed infine il ripristino dell’autorità del popolo romano in tutto
“lo distretto della citate de Roma”. Quella sera in città non erano rimasti che ben pochi baroni. La maggioranza era fuggita a rinchiudersi in quei castelli suburbani, loro unica speranza di salvezza, ben intenzionati a non consegnarli al nuovo tribuno del popolo romano.

Antico palazzo senatorio in Campidoglio

Il barone Martino al patibolo
Così, prima di occuparsi di Martino, Cola di Rienzo condannò un nobile di Capranica al risarcimento del danno e ad una grossa multa perché nel suo territorio era stata compiuta una rapina e fece imprigionare Luca Savelli, uno dei più temibili e violenti dei baroni.
La condanna che tuttavia fece più scalpore fu proprio quella del ladro del carico della galea napoletana. Scrive l’Anonimo: “
Soa vita era venuta a tirannia. Soa nobilitate bruttava per tirannie, latronie. Prese per moglie una nobilissima femina, madonna Mascia delli Alberteschi, la quale moito era bella. Stette con questa sua nova donna forza un mese perché male se sappe retenere. Cadde in pessima infirmitate e incurabile. Questo omo così nobile, sotto spezie de securitate infermo a morte, per terrore de tutta l’aitra iente fece pigliare nella propria casa, nelle mano della sua donna, nello palazzo canto lo fiume de Ripa Armena (Ripa grande a Trastevere, ndA), e fecelo menare a Campituoglio. Puoi che là a Campituoglio fu lo barone latrone connuto (condotto) era forza ora de nona (ore 15). Non fece demoranza. Sonao la campana a stormo. Lo puopolo fu adunato. Fu Martino desmantato (privato del mantello), la soa cappa alla cincillonia fatta. E legatoli le mano dereto, fu fatto inninocchiare nelle scale canto lo lione (4), nello luoco usato. Là odìo la sentenza de sia morte. A pena lo lassao confessare perfettamente allo preite. Alle forche lo condannao, perché avea derobata la galea sorrenata (arenata). Menato così mannifico omo alle forche, nello piano de Campituoglio fu appeso. Soa donna da longa per li balconi lo poteva vedere. Una notte e doi dìe pennéo nelle forche, né li iovao la nobilitate né la parentezze delli Orsini. A quello modo resse Roma e moiti in simile pena dannao. Questa cosa spaventao li animi delli potienti, li quali sapevano le loro inique operazioni”.

I baroni, dopo altri gravi affronti di Cola, decisero a questo punto di reagire con tutta la loro forza.
Nel prosieguo si tratterà della battaglia di San Lorenzo e dei foschi avvenimenti che ne seguirono.

Immagine di copertina: Roma medievale. Porta San Paolo o trigemina


Note

(1) – Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi è una collana di volumi Mondadori nata alla fine degli anni settanta con il fine di raccontare la storia d’Italia utilizzando il fumetto come mezzo di comunicazione. Le storie presenti nelle varie collane – della cui veridicità era garante lo stesso Biagi – vennero realizzate da noti disegnatori come Milo Manara, Marco Rostagno, Carlo Ambrosini, Aldo Capitanio, Alarico Gattia, Paolo Ongaro, Paolo Piffarerio, Giacinto Gaudenzi.

(2) – Nel 1994 il noto filologo Giuseppe Billanovich (1913-2000) annunciò di aver identificato nel chierico al servizio della Curia romana Bartolomeo di Jacopo di Valmontone l’autore della Cronica del 1357 ca.

(3) – La data precisa del naufragio della galea è perduta nel manoscritto ma dal racconto si deduce essere avvenuto poco prima della presa del potere di Cola di Rienzo a Roma, nel maggio 1347.

(4) – Statua ellenistica raffigurante un leone, nel Medioevo simbolo della città di Roma, in atto di azzannare un cavallo, di fronte alla quale si eseguivano le condanne, posta in cima alla scalinata che portava al palazzo Capitolino. E’ oggi esposta nel  Museo del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. Fino all’inizio del Quattrocento esisteva anche, ai piedi del Campidoglio dove si teneva il mercato, una gabbia con un vero leone.

Tavole tratte da “Storia d’Italia a fumetti. Vol. 1” (Mondadori, 1978) di Enzo Biagi

[La Roma del Trecento. Cola di Rienzo (1) – Continua]


Appendice del 10 gennaio
h 22 (Cfr. commento di Silverio Lamonica)

La Redazione ringrazia Silverio Lamonica, ammirata per la vastità e varietà delle sue conoscenze. Non sapevamo che la geniale coppia costituita da Dario Fo e Franca Rame si fosse interessata di Cola di Rienzo, ma ora che Silverio ci apre la mente, c’era da aspettarselo, visto l’attenzione che hanno sempre mostrato per la storia vista dal basso, dalla parte dei poveri e dei diseredati. Indimenticabile (e più nota) la saga di Gioàn Padan, pezzo teatrale del 1991: il contadino bergamasco povero e ignorante, ma sagace, che dopo mille avventure, si imbarca infine per “le Indie occidentali”, ingaggiato su una nave della quarta spedizione di Colombo (anche film d’animazione: Johan Padan a la descoverta de le Americhe del 2002 diretto da Giulio Cingoli, con Fiorello e Dario Fo che prestano la voce al personaggio (da giovane e da vecchio).
Tornando a Cola di Rienzo, approfittiamo del link segnalato da Silverio per riportare qui in file .pdf  l’affabulazione di Franca Rame sul tribuno romano che rielabora la sopracitata Cronica dell’Anonimo romano (per la parte fin dove arriva il racconto di Lambertucci; la seconda seguirà alla fine della seconda puntata).
Buona lettura

Franca Rame. Storia di Cola di Rienzo.1

 

2 commenti per La Roma del Trecento. Ascesa, trionfo e caduta del tribuno Cola di Rienzo (1)

  • silverio lamonica1

    Nel 2013 Franca Rame scrisse “In Fuga dal Senato” edito da Chiarelettere. E’ la “riduzione teatrale” della vicenda di Cola di Rienzo che fu rappresentata dalla compagnia Dario Fo e Franca Rame in vari teatri: dal Sistina di Roma al Piccolo teatro Strehler di Milano e altri.

    Molto interessante e “istruttiva”, alla maniera dell’autrice e dell’altrettanto grande Dario Fo

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/15/storia-di-cola-di-rienzo-di-anonimo-romano-xiv-secolo/844585/

  • La Redazione

    La Redazione ringrazia Silverio Lamonica, ammirata per la vastità e varietà delle sue conoscenze. Non sapevamo che la geniale coppia costituita da Dario Fo e Franca Rame si fosse interessata di Cola di Rienzo, ma ora che Silverio ci apre la mente, c’era da aspettarselo, visto l’interesse cha hanno sempre mostrato per la storia vista dal basso, dalla parte dei poveri e dei diseredati. Indimenticabile (e più nota) la saga di Gioàn Padan, pezzo teatrale del 1991: il contadino  povero e ignorante, ma sagace, dalle mille avventura, che alla fine si imbarca per le Indie, ingaggiato su una nave della quarta spedizione di Colombo (anche film d’animazione: Johan Padan a la descoverta de le Americhe del 2002 diretto da Giulio Cingoli, con Fiorello e Dario Fo che prestano la voce al personaggio (da giovane e da vecchio).
    Tornando a Cola di Rienzo, approfittiamo del link segnalato da Silverio per riportare l’affabulazione di Franca Rame sul tribuno romano che rielabora la sopracitata Cronica dell’Anonimo romano (per la parte fin dove arriva il racconto di Lambertucci; la seconda seguirà alla fine della seconda puntata).
    Buona lettura

    File .pdf nell’articolo di base

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