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La politica e la collera

di Giuseppe Mazzella di Rurillo

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“Un uomo si misura da come mangia, da come maneggia il danaro e da come controlla la collera”.
L’aforisma lo trovai in un articolo sul “Talmud” – uno dei testi sacri dell’Ebraismo – che apparve in un numero di “Selezione dal Readers’s Digest” una trentina di anni fa.

Selezione, la cui edizione italiana è stata chiusa da circa 20 anni, è stata un giornale-libro mensile della mia “auto-formazione” fin dai tempi di scuola.

Telefonai alla Comunità Ebraica di Roma e parlai con un rabbino per farmi spiegare il significato pieno del precetto.

“Sì – mi disse il rabbino – è nel Talmud. Un uomo si misura da come controlla il cibo, il pane ed il vino, in modo da prendere le giuste dosi. Da come maneggia il danaro, cioè ne fa l’uso necessario per la sua famiglia e per la carità, e infine da come controlla la collera o l’ira di fronte a una ingiustizia, una falsità, l’invidia, la cattiveria. È la cosa più difficile: ecco perché è messa per ultima”.

Ed è proprio così, perché a guardare il panorama politico nazionale, regionale e locale, a esaminare gli argomenti, il linguaggio, il dibattito dei nuovi dirigenti della cosa pubblica dei “partiti liquidi” che non hanno più nomi di ideologie, siamo presi – almeno quelli della mia generazione formatasi nella contestazione studentesca del 1968 e negli immediati anni successivi – dalla collera. Dalla voglia di scrivere perdendo le staffe, di gridare in maniera scomposta il nostro profondo disgusto.

Ciascuno quindi usa il suo auto-controllo per contenere la collera.
Non condanno chi perde le staffe. Chi dice pane al pane e vino al vino e non usa mezze misure. Personalmente mi rifugio nella lettura, cerco i punti di riferimento della mia vita, mi sforzo di cambiare il corso degli eventi in questo momento di profonda decadenza morale e di altrettanto profonda crisi politica, economica e sociale determinata dalla pandemia. Può non piacere il tono della denuncia del malcostume che impera da parte di qualche benpensante schierato irreversibilmente dalla parte della “reazione” o della “conservazione”. I fatti restano.

Qualcuno fa uso dell’ironia. Come Romano Prodi, 82 anni, uno statista, che è stato Presidente del Consiglio dei Ministri e Presidente della Commissione Europea, deputato, ministro, professore di economia industriale, pubblicista. Così è ironico sulle liti in atto in un governo politicamente inqualificabile sull’utilizzo e come del “Recovery Fund” di 209 miliardi dell’Unione Europea assegnati all’Italia per superare la pandemia.
Il programma italiano si chiama “Piano di ripresa e di resilienza” e Prodi, che non ha mai sentito o usato il termine “resilienza”, ricorre al vocabolario: l’autorevole Zingarelli definisce la “resilienza” come “la capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi”. Lo scrive Prodi su “Il Mattino” di domenica 20 dicembre 2020 nel suo editoriale e si domanda: “Che sia questo il motivo per cui il governo ha scelto questo titolo così particolare e in questo caso beneagurante?”.

Credo che Prodi ha dovuto controllare la collera. L’Italia sta ancora discutendo come impiegare i fondi del “Next Generation Eu” di 209 miliardi di euro, e un partitino dalla coalizione – quello di Renzi – nato in Parlamento ma non da un voto popolare, minaccia la “crisi” se non viene creata una “gestione” adatta.
In Francia – lo ricorda lo stesso Prodi – il Piano si chiama “France Relance” ed è già pronto nei dettagli da settembre. C’è già una “autorità di Piano”. Comunque è il Presidente della Repubblica che ha i poteri esecutivi, che decide. Il Primo Ministro attua. Il Parlamento conferma. E’ lo schema della V Repubblica voluta nel 1958 dal generale Charles de Gaulle.

Noi invece qui al Sud stiamo ancora peggio. Facciamo le polemiche sulla ripartizione dei fondi. Non abbiamo “progetti esecutivi”. Figuriamoci noi ad Ischia, l’isola dei sei Comuni che vive solo di turismo e che è tutta “chiusa”, con un aggravamento della situazione economica e sociale che aumenta giorno per giorno, ora per ora.

I tempi della politica e dell’economia
Sempre una trentina di anni fa, forse di più, leggevo spesso Epoca, il bel settimanale della Mondadori che faceva concorrenza all’Europeo della Rizzoli.

Su Epoca il più grande giornalista di politica estera del tempo, Augusto Guerriero, teneva una rubrica che aveva come titolo “Le Memorie dell’Epoca” e Guerriero si firmava con il “nome d’arte” Ricciardetto. In un numero riferì di una conferenza stampa che era stata tenuta a Roma verso la metà degli anni ’50 dal presidente francese Auriol, il primo della IV Repubblica. Augusto Guerrierodomandò quando si sarebbe fatta la riunificazione della Germania.
Auriol rispose: “Si farà”.
Ma Guerriero alla risposta fece un’osservazione: “Signor Presidente, Lei dice si farà. Ma quando si farà? Perché se è fra 10 anni è giusto dire oggi si farà, ma se sarà fra venti anni è più esatto dire “non si farà”, perché le previsioni in politica valgono nel giro di una generazione. Quello che accadrà fra 30 anni è come se oggi non dovesse mai accadere”.
L’unificazione della Germania è poi avvenuta nel 1989. Oltre 30 anni dopo la conferenza di Auriol.

Da allora – da quella osservazione di Ricciardetto – è fondamentale per me stabilire il tempo della realizzazione delle “cose possibili”. Così le promesse, le demagogie, i sogni, non suscitano in me interesse, né esprimo stima per chi usa questi strumenti per ingannare il popolo. Anzi. Questo tipo di “politico” è il peggiore.

I tempi dell’economia sono ancora più veloci. In quello che viene considerato il libro più brillante di Keynes – dopo la fondamentale “Teoria Generale”“A tract in Monetary Reform” del 1923, troviamo una delle più famose frasi di Keynes: “Questo lungo andare è una guida ingannatrice negli affari correnti. A lungo andare saremo tutti morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che, quando l’uragano sarà lontano, l’oceano tornerà tranquillo” (pag. 103 dell’edizione italiana “La riforma monetaria”).

Non abbiamo tempo da perdere
Ecco perché non abbiamo tempo da perdere, noi nell’isola d’Ischia, per il rilancio dell’economia. Spetta a noi trovare le azioni e i provvedimenti per il rilancio del nostro sistema economico.
La mia generazione vecchia e stanca non cessa di dare il suo contributo.
A gennaio 2021 pubblicheremo un numero speciale de Il Continente – che non vuole fare concorrenza alla stampa locale ma essere uno strumento di azione fondato sulla scienza economica e politica – per un “Piano economico per Ischia, isola d’Europa”. Sarà dedicato alla memoria di Pietro Greco (1955-2020) che si era detto disponibile a dare una mano per una proposta di rilancio civile dell’isola dopo il convegno del 10 ottobre 2020.

Il Continente è nato dopo il terremoto del 21 agosto 2017 come “agenzia di stampa” sui temi della ricostruzione. Sapevo che sarebbe stata difficile. Non ha scopo di lucro. Nel 2020 non è uscito alcun numero.
Gli interventi apparsi nel 2020 su Il Dispari Quotidiano e sul web sottolineano questa esigenza di seria pianificazione territoriale e di seria programmazione economica. Nel 2019 sono usciti 4 numeri: il primo dedicato a Franco Conte (1938-1988), il secondo a Giuseppe Valentino (1926-1988), il terzo a Domenico Di Meglio (1949-2009), il quarto a Vincenzo Mennella (1923-1995). Quasi a manifestare comunque un impegno civile.

Ma i tempi? “Se fra 30 anni, è come se oggi non dovesse mai accadere”. Nel tempo lungo siamo tutti morti”. Questo è il più tempestoso dei momenti.

Non possiamo né dobbiamo perdere questa occasione per un nuovo modello di sviluppo della nostra isola che è “legata al Continente”. Chiudiamo l’anno nella più completa incertezza istituzionale. Non abbiamo nemmeno più il vescovo.
Ma dobbiamo trovare l’Europa: o è qui o non è in nessuna parte.

Buon Natale.

Di Giuseppe Mazzella, direttore de Il Continente

Casamicciola, 23 dicembre 2020

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