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Un vero racconto natalizio, lo scaricatore e il fabbricante di giocattoli (seconda parte)

di Emilio Iodice

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per la prima parte (leggi qui)

Si precipitò verso il veicolo in fiamme. Il fuoco aveva ormai assalito il bagagliaio e il motore, che stava per esplodere. Scorse il guidatore, un uomo giovane con il volto e il collo ricoperti di sangue. Era intrappolato dentro, incastrato dietro il volante e aveva perso conoscenza. La macchina era cappottata e il tetto si era schiacciato sotto il peso del veicolo. La portiera era piegata e accartocciata. Era quasi impossibile aprirla.

Lo scaricatore fece ogni sforzo per liberarlo, staccò il gancio d’acciaio del carico che teneva fissato alla cintura e che veniva usato per attaccarvi i bagagli, le casse e le balle. Incastrò il gancio alla portiera e fece leva per aprirla. Poi fece lo stesso con il volante ma questo non si spostò. Pregò di trovare la forza per riuscire nel suo intento.

Il fumo stava riempiendo l’interno dell’auto e le fiamme sembravano danzare sul parabrezza, mentre la gomma dei tergicristalli prendeva fuoco. Una vampata aggredì la parte posteriore, il serbatoio della benzina era a pochissima distanza dal fuoco. Lo scaricatore sentì l’odore aspro della benzina e dell’olio che filtravano dalla macchina. Il sudore gli penetrava negli occhi provocandogli bruciore e impedendogli di vedere. I secondi sembravano ore. Con ogni briciolo di energia che aveva in corpo, iniziò a strattonare e tirare. Avvertì un movimento della ruota, il cerchio di metallo si stava allentando, lo afferrò con le sue mani forti e gridò e quello cedette. L’uomo cadde di lato dal sedile finendo tra le braccia dello scaricatore. Era riuscito a liberarlo. Lo scaricatore se lo caricò sulle spalle e lo portò verso la sua station wagon adagiandolo sul sedile posteriore.

Un attimo dopo l’auto esplose. Una palla di fuoco giallo attraversò l’aria, lo scaricatore rimase assordato dallo scoppio. Si coprì il viso e gli occhi, mentre le fiamme si levavano alte nel cielo. Nel momento in cui la macchina sembrava fondersi davanti ai suoi occhi, sentiva attorno a sé il calore dell’inferno.
L’aria umida della notte si riempì dell’odore della gomma, della pelle e del metallo che bruciavano. La sola preoccupazione dello scaricatore era per la vita dell’uomo che giaceva sul sedile posteriore della sua auto, doveva portarlo subito in ospedale, ma non sapeva dove fosse il più vicino, poiché aveva perso l’orientamento. Chiese aiuto al suo santo patrono, San Silverio, il papa martire che morì nell’isola di Ponza da dove veniva lo scaricatore. Un’immagine del santo era attaccata sul cruscotto della sua macchina, la toccò implorando aiuto.

Alcuni attimi dopo, scorse un cartello stradale che indicava un ospedale. Guidò più veloce che poté, senza fermarsi ai semafori o ai segnali di stop e sfrecciando nel traffico. Alla fine lo raggiunse e si precipitò al pronto soccorso.

Un’ambulanza era parcheggiata sul viale d’accesso, era mezzanotte passata. Lo scaricatore bussò alle porte e qualcuno vestito di bianco uscì fuori e, insieme, corsero verso la station wagon, sollevarono il giovane uomo e lo portarono dentro. Il volto e i capelli erano pieni di sangue.

Venne trasportato in sala operatoria. Lo scaricatore volle rimanere con lui, andava avanti e indietro, in ansia per la sorte della persona che aveva salvato e che adesso giaceva esanime su una barella.

Un’ora dopo, uscì un medico, con i guanti e il camice sporchi di sangue, aveva l’aria stanca e gli occhi velati di tristezza. Si tolse la mascherina e fece un respiro profondo. Il chirurgo era alto, con i capelli biondi ed un viso tondo e lentigginoso e aveva un leggero accento irlandese.

Era sudato e mostrava i segni della fatica. Si rivolse allo scaricatore e, con le lacrime agli occhi, gli disse, “temo che l’uomo che ha portato qui stia morendo. Ha perso molto sangue e non passerà la notte. Ha bisogno di una trasfusione, ma ha un gruppo sanguigno piuttosto raro, noi non lo abbiamo in questo ospedale e non c’è tempo di procurarlo da un’altra parte o trovare un donatore universale”.

“Io sono del gruppo 0 positivo”, replicò lo scaricatore con determinazione. “Sono un donatore universale e posso dargli tutto il sangue che gli serve”, proseguì.
Il dottore lo osservò. Lo scaricatore mostrava le conseguenze dello shock e dello stress di quella notte, era esausto, le mani gli tremavano, la testa gli pulsava, aveva la febbre alta.
“E’ sicuro?” chiese il dottore. “La trasfusione le leverà le forze. Non ha un bell’aspetto e potrebbe rischiare la vita”, insisté il chirurgo.
Lo scaricatore si arrotolò la manica del braccio destro. “Dottore, andiamo. Sono pronto”, dichiarò.
Il dottore chiamò un’infermiera ed un assistente e disse che, se agivano in fretta, c’era una possibilità di salvare l’uomo.

Dopo alcuni minuti lo scaricatore si era tolto la camicia ed era steso su un lettino. Un’infermiera gli infilò un ago nel braccio destro a cui era attaccata una cannula che il medico fissò ad un congegno. Accanto allo scaricatore era steso il giovane che aveva ancora attorno alle labbra e al naso delle macchie di sangue. Sulla fronte era visibile una ferita che era stata ricucita. Era pallido e gli avevano messo un camice azzurro. Il congegno, attraverso un’altra cannula, era collegato direttamente al braccio dell’uomo ferito. Sembrava un ponte di vita poiché il sangue dello scaricatore fluiva nel corpo dell’uomo che poco prima stava per morire in una macchina in fiamme.

Lo scaricatore aveva le vertigini e la testa cominciò a girargli, si addormentò, ma il dottore lo scosse per svegliarlo e lo ringraziò per quanto aveva fatto ma disse che l’uomo era ferito gravemente e non era sicuro che sarebbe sopravvissuto. Lentamente lo scaricatore raccolse le sue cose e montò nella sua station wagon, ma il suo ultimo pensiero fu per l’uomo ricoverato. Lanciò uno sguardo all’ospedale e pregò che guarisse.

Non si reggeva in piedi dalla stanchezza. A poco a poco giunse a casa. Il sole stava sorgendo, mentre si infilava nelle strade che dividevano i caseggiati di Little Italy nel South Bronx. Migliaia di immigrati come lui vivevano in quei piccolissimi appartamenti. Parcheggiò e salì le scale che conducevano alla sua piccola abitazione composta di due stanze da letto, aprì la porta. La moglie lo stava aspettando in preda all’ansia e alla paura. Lo scaricatore era troppo stanco per parlare o per mangiare. Si lasciò cadere sul divano e si addormentò.

Little Italy nel Bronx, 1944 ca.

Tre ore più tardi era al mercato a comprare la merce per il suo negozio situato nel North Bronx. Caricò la station wagon e si recò ad aprire il negozio prima delle 9.00. Sistemò i prodotti negli scaffali e lavorò fino all’ora di chiusura. Poi, la sera, ritornò in macchina al molo per caricare sulle navi le bombe e le munizioni.
L’incidente di macchina e l’uomo ricoverato in ospedale erano ormai un ricordo lontano. Lo scaricatore doveva occuparsi della sua battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

[Un vero racconto natalizio, lo scaricatore e il fabbricante di giocattoli (seconda parte) Continua]

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