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L’anno travagliato 1799

di Sandro Russo

 .

Leggendo e rileggendo il pezzo di Lambertucci:  La strage dei “briganti” di Tolfa [1] (1) e (2) [2] ho sentito il bisogno di inquadrare più compiutamente il tempo in cui sono avvenuti i fatti descritti.

La strage di Tolfa è del 1799.
“Leggere” la vicenda come una sopraffazione da parte delle preponderanti forze francesi ai danni di semplici popolani che difendevano i loro valori e la loro terra è riduttivo, forse fuorviante.
La storia – si dice – è una severa maestra. Distribuisce le colpe e le ragioni in modo imparziale; ma è estremamente complessa, ogni evento correlato all’altro, tanto che spesso è difficile, tra le opposte ragioni, cogliere la verità.

[3]

Napoleone che attraversa le Alpi, di Jacques-Louis David, dipinto nel 1801, esposto a Château de Malmaison (di questo famoso quadro esistono cinque copie, commissionate da Napoleone stesso all’autore, attualmente sparse in tutta Europa. …le fotocopiatrici non erano ancora state inventate!)

In evidenza assoluta, trattando di quel periodo, si trova l’imprescindibile, immensa figura di Napoleone Bonaparte (1), (2).
Napoleone Bonaparte (3) [Ajaccio, 1769 – Isola di Sant’Elena (Oceano Atlantico), 5 maggio 1821: questa data è rimasta famosa (4)] è stato il fondatore del Primo Impero francese e protagonista della prima fase della storia contemporanea europea detta età napoleonica.
Grande uomo di guerra, audace politico e sostenuto da una smisurata ambizione, fu protagonista di oltre venti anni di campagne in Europa. Con le sue conquiste militari prima, e poi con la costruzione e l’espansione del suo Impero, egli “esportò” la Rivoluzione dalla Francia negli altri Paesi dell’Europa continentale, a cominciare dall’Italia.

La campagna d’Italia (12 aprile 1796) costituì il debutto guerresco di Napoleone. I suoi travolgenti successi tanto impensierirono il gruppo rivoluzionario al potere in Francia che nel 1798 il Direttorio, preoccupato per il suo notevole prestigio e dell’eccessiva popolarità, gli affidò l’incarico di occupare l’Egitto per contrastare l’accesso inglese all’India e quindi danneggiarla economicamente.

La Rivoluzione Francese – i suoi ideali astratti Liberté, Égalité, Fraternité, non certo il Terrore che ne seguì – fu recepita come valore positivo dagli animi più ardenti di una Italia asservita e divisa.
Il Giacobinismo italiano fu il più fertile di tutta Europa e diede luogo a esperimenti importanti come quello della Repubblica Romana tra il 1798 e il ’99, e quella della Repubblica Napoletana nel 1799.
Tale tensione ideale o progressista era contrastata dal papa a Roma e dal potere borbonico nel centro sud che infiammavano, da parte opposta, le classi sociali più diseredate e inconsapevoli, mobilitate da un potere occhiuto in nome di “Dio, Patria e Famiglia” (diremmo adesso). Tali furono la rivolta dei lazzari napoletani, l’azione dell’Esercito della Santa Fede (i Sanfedisti) del cardinale Ruffo, i vari capi-popolo o briganti, tra cui una nostra vecchia conoscenza Angelo Pezza o fra’ Diavolo di Itri [numerosi articoli sul sito, digitando Fra’ Diavolo nel riquadro di ricerca].
Dietro a tutti la presenza degli inglesi, forti del loro predominio sui mari, al tempo comandati dall’Ammiraglio Horatio Nelson, preoccupati dell’espansionismo francese.

Ma gli ideali della rivoluzione rimasero “ideali” e viaggiavano sulla punta delle baionette francesi e di un “imperialismo” predatorio, di stampo, appunto, “napoleonico”. Infatti appena venuto meno il sostegno militare francese, i tentativi insurrezionali italiani si dissolsero come neve al sole e i loro fautori furono schiacciati da una repressione spietata.

Basti pensare ai Martiri della Libertà del 1799 cui sono dedicate una piazza e una lapide a Procida [una dozzina di persone giustiziate con modalità particolarmente efferate ed altri (i sacerdoti) successivamente, dopo essere stati spoliati dell’abito talare]; Bernardo Alberini ed Antonio Scialoja rappresentarono con la loro opera le due colonne portanti della Repubblica a Procida).

[4]

Procida. La stele a piazza dei Martiri della Libertà

A Napoli Nelson fu irremovibile nella condanna di 99 “giacobini” tra cui l’ammiraglio Francesco Caracciolo e il giurista Mario Pagano; tra gli impiccati anche la letterata e giornalista Eleonora Pimentel Fonseca [del romanzo “Il resto di niente”, di Enzo Striano (1986) che delinea la sua vita in forma romanzata ma fedele agli eventi e alla situazione storica, si è scritto sul sito (leggi qui [5] e qui [6]); così pure del film che se n’è tratto (2004)].

[7]

L’albero della Libertà a Napoli durante l’effimera Repubblica Partenopea

[8]

Lapide a ricordo dell’ultima dimora napoletana di Eleonora Pimentel Fonseca, dove fu arrestata e poi condotta al carcere
e al patibolo
(foto sergioizzo). Vi sono citate (in traduzione) le sue ultime parole: “Forsan et haec olim meminisse iuvabit” (da Virgilio)

[9]

In appendice a questi gravissimi fatti voglio ricordare anche la morte per impiccagione – a Ponza, il 6 luglio 1799, sulla piazza del Municipio – di Luigi Verneau. La sua memoria, per una breve stagione (negli anni ’70 del secolo scorso) unì e galvanizzò i giovani ponzesi.

[10]
Ponza. Targa commemorativa del 6 luglio 1799 dedicata a Luigi Verneau, sotto gli archi del Municipio, in piazza Pisacane

[11]

F. Ferraiuolo, F. Schiano, S. Lamonica e altri, a Ponza (1974) – Il Circolo Luigi Verneau

Anche di questo martire nostrano per la libertà si è scritto più volte sul sito (qui [12] , qui [13] e in numerosi altri articoli: “Cerca nel Sito”).

[14]

Note e Bibliografia

(1) – Basil Liddell Hart – The Ghost of Napoleon, 1933

(2) – Evgenij Tàrle – Napoleon (1936)

(3) – Su Napoleone Bonaparte si consulti la ponderosa voce su Wikipedia , che include nel testo e in bibliografia numerose voci storiografiche e letterarie

(4) – L’ode 5 maggio 1821 di Alessandro Manzoni, ha funestato gli anni scolastici degli studenti della mia generazione e fuorviato per decenni l’analisi storiografica delle gesta e degli eventi inerenti alla figura di Napoleone.
“Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro (…). Scritta dal cattolicissimo  Manzoni quasi di getto dopo aver appreso (solo il 16 maggio del 1821) della morte del condottiero nell’esilio di Sant’Elena e della sua tardiva accettazione dei Sacramenti, con grande capacità di sintesi e intenso lirismo ne inquadra la vita in un più vasto disegno divino.