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L’inverno del nostro scontento

di Tano Pirrone

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Il titolo, miei pochi e sfiduciati lettori, fa riferimento a questo inverno epidemico e confuso, di klausura e di nostalgia. È, anche, sapienti pauca, il titolo di uno dei romanzi di John Steinbeck (The Winter of Our Discontent). Pubblicato nel 1961, è la storia del fallimento di un’esistenza e un atto d’accusa contro l’America contemporanea. È anche, e prima ancora – antonomasticamente – l’incipit del monologo d’apertura del Riccardo III di William Shakespeare.

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Scrivo, oggi, di personaggi amatissimi del cinema e della letteratura, non certo attuali ma simbolici dei ruggenti anni Cinquanta, quelli dei sogni rimessi in movimento dalla democrazia appena nata, che non sapevamo che cosa fosse e dove ci avrebbe portato, ma peggio di com’era andata nei cent’anni precedenti non poteva andare.
Personaggi del grande cielo americano trapunto di stelle. Stelle della carta stampata matrice di capolavori – parlo, alziamoci in piedi, di John Steinbeck – e per la celluloide, di quell’angelo fuggito a un cielo meritatamente distratto ma subito sadicamente richiamato, James Dean, cometa lucente, che bruciò il cielo per sempre attraversandolo per un solo anno e che brilla ancora nei nostri mille firmamenti, dando luce alle nostre ombre.

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Di solito nelle mie ricerche procedo, se posso osare, per spin-off, nel senso che appena s’apre un varco, una finestra su un personaggio, un qualsivoglia accidente, lembo di memoria, parola, riflesso, odore di stranezza o novità lascio la retta via per infilarmi nel vicolo; e lo seguo fin dove mi porta, ci soggiorno, indago, conosco; spesso mi capita uno spin-spin-off (qualcosa di simile alle scatole cinesi). In tal guisa percorro leghe su leghe, a volte, mi perdo per giorni e non sempre torno indietro perché intanto è scemato l’interesse per la destinazione cui ero diretto nel viaggio originario.

È stato così che il 23 novembre scorso avendo letto di James Dean in un bell’articolo di Francesca D’Aloja pubblicato su un quotidiano che non sta proprio nelle aree sociopolitiche a me più vicine, ma è intelligente, fatto bene da ottimi giornalisti, con intellettuali che dicono quel che pensano e lo dicono in modo magnifico (Il Foglio, intendo, che se comprate il doppio numero del sabato, male non fate).
L’articolo era intitolato “L’incidente che uccise James Dean. E la solitudine di chi si salvò” e trattava della morte di Dean in un incidente stradale di cui lui non ebbe nessuna colpa. Guidava piano e senza distrazioni.

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L’ultima foto di James Dean da vivo, del 30 settembre 1955 (1)

Un trabocchetto per farlo rientrare alla base. E lasciarci orbi di tanto spirto.
Guidava una Porche 550 Spider, gioiello della casa tedesca, opera statuaria ed esorbitante strumento di perdizione, con la quale doveva gareggiare l’indomani a Salinas (tenete in mente la località, ché dopo vi servirà. La targa, ho letto da qualche parte, andò ad ornare la Mustang GT di Steve McQueen, altro angelo caduto anzitempo dalla Terra verso il Cielo, nel film Bullitt, 1968.

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[5]Logica, umanissima conseguenza è stata il veloce reperimento di tutti i film del mitico Steve (tre sono già nella mia per nulla trascurabile cinetéca). Esaurita, o meglio, portata a livelli controllabili la mia bulimia di McQueen, ho programmato di rivedere i tre film ufficiali dell’Angelo Caduto e cioè, per chi avesse la memoria corta, nell’ordine: La valle dell’Eden (1955), diretto da Elia Kazan (dall’omonimo romanzo di John Steinbeck, eccolo!); Gioventù bruciata, 1955 (manifesto della stagione dei nati prima della Second World War) di Nicholas Ray, cui si deve soggetto, sceneggiatura e regia… scusate se è poco!; Il Gigante, del 1956, di George Stevens, tratto da un romanzo della scrittrice e drammaturga americana di origini ungheresi Edna Ferber.

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Ieri sera ho rivisto La valle dell’Eden. Il romanzo da cui è tratto è uno dei più belli e profondi che abbia letto, anche perché bevuti negli anni dell’adolescenza e della formazione, e John Steinbeck uno degli autori del Novecento che prediligo (ma è in ottima e abbondante compagnia).
Finita la visione del film mi sono presentato davanti allo scaffale, in cui ordinati attendono rispettosamente il loro turno di visita, gli autori stranieri. Ho prelevato il primo dei tre volumi del romanzo (n. 49 della collana economica – £ 250 – I libri del pavone edito dalla Mondadori e comprato da-me-sedicenne, nel 1959). Mi sono seduto e ne ho apprezzato lo status: usato, consunto dalle numerose letture e consultazioni, odorante di vita vissuta e di carta che, pur in età di pensione, è ancora fiera di fare il suo lavoro portandosi addosso un carico oneroso di parole, idee, suggestioni.

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Non sono andato molto avanti nella mia ricognizione, mi sono fermato alla dedica, che riporto, perché mi ha riempito di tenerezza e di orgoglio.
L’ho trascritta per voi, per condividerla:
Caro Pat,
mi hai pescato a intagliare nel legno una specie di statuina e mi hai detto: «Perché non fai qualcosa anche per me?»
Ti ho chiesto che cosa volevi e hai risposto: «Una scatola».
«Per farne che?»
«Per metterci la roba dentro».
«Che roba?»
«Tutto quello che capita» hai detto.
Ecco questa è la scatola. C’è dentro quasi tutto quello che ho, eppure non è piena. Ci sono dentro dolore ed eccitazione, sentimenti buoni o cattivi e pensieri cattivi e pensieri buoni – il piacere di disegnare e un po’ di disperazione e l’indescrivibile gioia della creazione.
E oltre a tutto questo, in cima, tutta la gratitudine e l’amore che ho per te.
E la scatola non è ancora piena”.

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Pascal Avram “Pat” Covici (1885–1964)

Il Pat cui è destinata la dedica è Pascal Avram “Pat” Covici: era un curatore editoriale (editor) e editore (pubblisher) di libri rumeno-ebreo-americano, noto soprattutto per le sue strette associazioni con autori come John Steinbeck, Saul Bellow e molti altri noti personaggi letterari americani, molti conosciuti per la sua posizione alla Viking Press. L’uomo, in sintesi, che lo aveva ‘aiutato’ a produrre libri così belli e importanti. Senza di quell’aiuto, forse Steinbeck non sarebbe stato grande com’è stato. E lui non l’ha dimenticato: ha scelto di ricordarlo. Proprio all’inizio del suo libro che parla di scelte e della libertà responsabile di operarle.

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Nota

(1) – La foto è stata scattata da Rolf Wütherich. Rolf è un meccanico specializzato della Porsche che sta accompagnando James Dean a Salinas, dopo aver messo a punto la sua macchina. Si fermano a una stazione di servizio lungo la strada. Una buona occasione per fare uno spuntino, anche se Jimmy non ha fame, gli basta una Coca Cola. Rolf mangia una mela e già che c’è, tira fuori la sua macchina fotografica. Vede Jimmy avanzare verso la Porsche, t-shirt bianca e pantaloni azzurri, l’ennesima sigaretta incollata alle labbra. Si sta infilando i guanti da guidatore, quelli in pelle con le dita mozzate: Rolf scatta una foto senza sapere che sarà l’ultima immagine di James Dean vivo [dall’articolo de “Il Foglio” sopra citato].
Salinas è la località della California in cui nel 1902 nacque Steinbeck ed è la fertilissima valle in cui ambienta il suo romanzo “La valle dell’Eden”; insomma il suo paradiso perduto.