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Un dialogo impossibile

di Francesco De Luca

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– Anie’… – mi rivolgo a mio fratello – adesso che sei nella grazia del tuo Dio dimmi un po’… come erano le novene dell’Immacolata ai tempi tuoi?.
– E perché lo chiedi a me – risponde – tu non te le ricordi quelle di quando c’era don Luigi Dies?
– Certo che le ricordo, ma volevo trovare un riscontro con te, e in qualche modo essere rassicurato che il ricordo non si sia deformato col tempo… perché sono passati oltre sessant’anni da allora.
– … Per i ricordi miei sono passati anche di più – interviene Aniello.

Questo è il tempo dell’Immacolata che si innestava bellamente nel periodo dell’Avvento natalizio.
La parrocchia, quella della SS. Trinità a Ponza, diveniva il centro nodale dei nostri pomeriggi. I nostri… di chi? Dei ragazzi dai sei ai vent’anni. Fanciulli, ragazzi, adolescenti, divisi per età e per sesso, come prescriveva l’Azione Cattolica. Che trovava nel parroco un fervente attivista perché faceva opera di convincimento attraverso le visite in classe, attraverso i colloqui coi genitori, e con talune attrattive da ‘oratorio’ come il teatro, tornei di calcio, incontri di vario genere.

Riuscire a non essere toccati dall’Azione Cattolica di Dies era difficile. Rimanevano fuori le famiglie dei ‘comunisti’, che avevano osteggiato il fascismo verso cui la Chiesa si era inchinata subdolamente. E quelli che avevano avuto sentore che la chiesa adulava la pietà e la compassione ma non le praticava. Giacché le opere di carità, promosse dall’Ente Comunale di Assistenza – ECA e gestite dalla parrocchia, avevano il nascosto fine di asservire le volontà. Chi se ne accorgeva era fieramente lontano dalla Chiesa e dalle sue attrattive.

Le quali, queste attrattive, erano potenti presso una gioventù che aveva soltanto la “strada” come luogo di elezione, dove vedere e farsi vedere, ammirare e farsi ammirare. Su un altro piano c’era il ‘lavoro’, per nulla esaltante.

La Chiesa, la sua organizzazione (Azione Cattolica), gli incontri, le cadenze festive, la preparazione alle cerimonie religiose, i riti, le possibilità di interagire con soggetti dell’altro sesso: era un complesso strutturato di occasioni al di fuori della famiglia, in cui potersi esprimere. Non liberamente ma, se ci si sapeva districare, dava soddisfazione.

La festività dell’Immacolata presentava tutta intera la gamma delle possibilità. E vi si aderiva con entusiasmo.

Non è da sottovalutare che accanto all’Azione Cattolica Maschile c’era quella Femminile, sotto la custodia delle suore del Preziosissimo Sangue che gestivano, nei locali adiacenti alla chiesa, un Orfanotrofio femminile.

Don Luigi Dies poi sovrintendeva a tutto con spirito imprenditoriale, cui si accompagnava uno spiccato talento poetico, musicale e vocale. Nel suo ruolo giocavano la sua influenza, in quanto espressione di spicco del potere della Democrazia Cristiana e in quanto personalità culturalmente più dotata, e in quanto fautore di una religiosità creativa, di forte impatto sulla gioventù.

La novena rappresentava il momento della giornata più importante. La chiesa era piena e, lo ricordo, la zona riservata ai ragazzi era stracolma, tanto che i banchi non ci contenevano. C’era l’armonium, a un passo dalla porta della sacrestìa, con intorno i cantori: gli alti a sinistra, i bassi a destra; gli altri accovacciati a terra.

Questo sta ad indicare come fossero i canti ad impreziosire la cerimonia liturgica. Essi erano per lo più espressi dai ragazzi, anche se le ragazze facevano la loro parte, istruite e guidate dalle suore. Perché questo? Perché i ragazzi stavano più a contatto con don Luigi. L’addobbo sia della statua della Madonna sia dell’altare, era eseguito dai ragazzi. Sull’altare si ponevano i candelabri più preziosi e la statua veniva inserita in un riquadro tappezzato e recinta di un velo, con la corona d’oro che brillava sul capo.

I canti poi erano il collante più forte. Chi canta prega tre volte, si dice, ma noi cantavamo per sentirci insieme.

Aniello annuisce e mi conforta il suo assenso. Spronati da don Luigi, si cercava di innestare le voci affinché la coralità prendesse corpo e vibrasse emozioni.

Si riusciva a rendere piacevole anche la litania. Monotona perché ripetitiva, noiosa perché in un latino incomprensibile, e ostica per quel “regina sanctorum omnium” da proferire con una sola emissione e scandita nelle parole. Per noi era esaltante perché ci coinvolgeva e ci teneva stretti. Non a caso l’espressione ‘giuvene d’a Mmaculata’ era identificativa presso la gente.

Aniello sorride. L’aver fatto riferimento all’età gli offre il destro per costatare come il passare degli anni tolga verità all’espressione orale. Come negare… del giovane è rimasto soltanto l’entusiasmo di credere negli ideali che allora brillavano: la purezza, la dedizione, l’amicizia. Noi li abbiamo introiettati con passione. Lontani dalle dotte disquisizioni dei padri predicatori. Chiamati e venuti apposta in missione per indottrinare i parrocchiani sulle verità difficili da comprendere come i dogmi, e per dare risalto all’ evento.

Devo ammettere che fu in quelle occasioni che prese forma la nostra spiritualità. Fatta di emozioni puerili epperciò autentiche, di entusiasmi verginali che, proprio perché tali, non sono stati cassati dalle sovrastrutture ideologiche o pragmatiche. L’essere stati ragazzi per noi si sostanzia oggi in quei sentimenti e idealità, espressi e abbracciati senza condizionamenti.

Il Tantum ergo sacramentum poneva fine alla novena. Forti della benedizione dell’Ostia Santa lasciavamo la chiesa e ci incamminavamo per tornare a casa. Buie le stradine, freddo il vento che dal mare scuro avvolgeva l’isola.
– Ciao… ciao – dicevamo ai compagni. Ognuno a casa propria.

Aniello mi guarda. Mi guarda attentamente come a vedere se ricordo. Certo… certo che ricordo… quella sera… nel vicolo mi bloccai per la presenza di un cane che mi sbarrava la strada. Poverino… assunse per me l’aspetto di una bestia feroce. Per la paura mi fermai e aspettai. Cosa? Non lo so… qualcosa che mi togliesse dall’imbarazzo.
Aniello… sopraggiunse dallo scuro del vicolo, mi prese la mano e superammo la presenza del cane, anche lui bisognoso di una carezza.

Il sorriso di mio fratello mi palesa la sua soddisfazione. La novena dell’Immacolata era un appuntamento al quale non si è potuti mancare. Per tutti gli anni a seguire.

I tempi cambiano, in modo drastico, e se mi fermo in questa atmosfera finisco nella nostalgia. Non voglio cadervi.
Saluto Aniello.
Nonostante la siderale distanza l’ho ritrovato lì, dove s’è creato una sua nicchia. Nel mio cuore.

 

Ndr – Le foto d’epoca sono riprese dal sito dell’Associazione Cala Felci

 

 

 

 

 

 

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