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Boris Pahor, 107 anni: un grande vecchio

di Rosanna Conte

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Fa un certo effetto, nel pieno della pandemia odierna, anno 2020, sapere che è ancora in vita qualcuno che è scampato a quella della spagnola di 102 anni fa. E’ quanto potete leggere nell’articolo de la Repubblica di due giorni fa, con l’intervista di Antonio Iovane (in formato .pdf in fondo alla pagina).

Si tratta di Boris Pahor, lo scrittore triestino-sloveno che ha oggi 107 anni e si chiede se supererà anche questa. Parla del vaccino che sta per arrivare e di come sia stato scrupoloso per lunghi anni a sottoporsi sempre al vaccino antinfluenzale.
Naturalmente speriamo che scampi anche a questa pandemia, come ha fatto finora, perché è un grande testimone del ‘900.

Boris Pahor ha vissuto le vicende persecutorie del fascismo fin dalle sue origini nella zona del confine nord-orientale, dove lo squadrismo ebbe come motore il conflitto etnico. Il  28 agosto 1920 ha visto bruciare il Narodni Dom, la Casa della cultura slovena, ha vissuto l’imposizione dell’italianizzazione con l’assimilazione coatta dal cambio del cognome e dal divieto di parlare in sloveno alla chiusura delle scuole slovene. Ha vissuto la deportazione, come collaboratore della resistenza slovena, prima a Dachau e poi in altri lager tra cui quello di Natzweiler-Struthof ed è riuscito a sopravvivere portando dentro di sé lo stesso senso di colpa di tutti coloro che sono tornati.
Lo scrittore Claudio Magris  coglie, tuttavia, in Boris Pahor l’assenza di quelle mutilazioni dell’anima che hanno caratterizzato altri sopravvissuti, e attribuisce questa integrità all’esperienza di vita presente nelle sue origini popolari: è l’abitudine al contatto con la fisicità della vita-sangue, marciume, sporcizia, ecc…  che ha consentito alla sua vitalità di non affievolirsi.

E’ del 1967 il suo Necropoli, scritto in sloveno, in cui ripercorre l’esperienza del lager guardandola con l’occhio di oggi, intrecciando ricordi e riflessioni sulle visite ai campi di stermino da parte di chi non potrà mai cogliere la profondità del baratro di quell’orrore. Abbiamo dovuto aspettare il 2005 per avere la traduzione italiana, dopo quella francese del 1990 e seguenti, oltre al riconoscimento ufficiale della critica tedesca del 2001 come miglior libro uscito in Germania quell’anno.

Ho incrociato Boris Pahor nel 2008 in un luogo particolare di Napoli: il cimitero delle Fontanelle. Per chi non sia napoletano e non conosca questo luogo devo spiegare che è un luogo dove la pietà popolare esercita il culto dei morti, in particolari delle “anime pezzentelle”, quelle abbandonate che non ricevono preghiere. Si estende per 3000 mq in alte grotte di tufo che avevano la funzione di ossario perché lì sono state accumulate le ossa di quarantamila vittime di due epidemie: quella della peste del 1656 e  quella del colera del 1836.

Lo ricordo, magro, chiuso nel suo cappotto e chissà se aveva freddo in quelle grotte aperte dove l’aria s’intrufolava dappertutto e l’ambiente sapeva dell’umidità autunnale. Aveva pur sempre 95 anni, anche se non li dimostrava. Non c’era ambiente più adeguato a Napoli per presentare il suo Necropoli per la finale del Premio Napoli, che poi avrebbe vinto, alla presenza della giuria dei lettori. E quanti ne eravamo per incontrarlo quel giorno! Aveva affrontato un lungo viaggio per essere lì con noi, ma, come tutti i sopravvissuti, avrebbe colto qualsiasi occasione per testimoniare.

Pahor vive a Trieste, la sua Trieste, dove ha svolto non solo il lavoro di insegnante di Sloveno, ma anche  un’attività intellettuale di rilievo ad ampio raggio, dalla difesa dei diritti  delle minoranze linguistiche e culturali  alla condanna del comunismo totalitario.

La sua lucidità e lo spessore umano e culturale che esprime ne fanno veramente un testimone unico del secolo scorso.

Lo scrittore, nel 2015

Il .pdf dell’artiolo da la Repubblica: Boris Pahor, lo scrittore che visse due pandemie

Qui il link al video collegato all’intervista

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Appendice del 25 novembre (Cfr. Commento di Sandro Russo)

Viaggio in Italia (1954) – Film completo by Fuori Orario Team.
La sequenza che riguarda il Cimitero è brevissima, tra i tempi 1h 02’ e 1h 05’.

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1 commento per Boris Pahor, 107 anni: un grande vecchio

  • Sandro Russo

    Da scarso conoscitore di Napoli e i suoi luoghi topici non avrei saputo del Cimitero delle Fontanelle, se non fosse stato per un film di Rossellini, con Ingrid Bergman – Viaggio in Italia -, del 1954, nel bel mezzo del loro tumultuoso sodalizio artistico e sentimentale (dal 1948 al 1957).
    Il film, costruito dal regista quasi giorno per giorno, narra di una coppia d’inglesi in grave crisi coniugale che arriva a Napoli per una questione di eredità. Estranei l’uno all’altra, compiono da stranieri due diversi percorsi nella realtà, perdendosi e, alla fine, ritrovandosi, durante una processione, stretti in un abbraccio.
    Oltre al Cimitero delle capuzzelle è notevole il modo di girare di Rossellini, specie nelle scene ambientate alla solfatara di Pozzuoli e al Museo Nazionale.
    Il link al film completo nell’articolo di base, con i tempi della scena segnalata.

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