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La panchina

di Pasquale Scarpati

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L’ambiente in cui si vive, come tutte le cose, si deteriora perché Cronos (il Tempo) mangia i suoi figli. Ma Rea salvò Zeus. Lui, per aver messo ordine al caos primordiale, divenne re dei Celesti. Non senza però aver combattuto aspre battaglie contro forze ostili. Si circondò di molti  Numi, ognuno con le proprie prerogative, per custodire la Natura. Così bisogna combattere per salvaguardare l’ambiente. Per fare questo ci vuole unità d’intenti.
La “panchina” su cui siamo seduti e operiamo non può rimanere sempre la stessa: il tempo la divora se rimane senza manutenzione. La panchina è il luogo dove agiamo, dove culliamo i nostri sogni e pertanto vorremmo –
chi non lo vuole? – che fosse sempre robusta. Noi serviamo lei attraverso la sua manutenzione; lei, dal canto suo, bella e ordinata, meravigliosamente ci supporta (sostiene) e pazientemente ci… sopporta. Così la panchina si amalgama con ciò che la circonda, noi.

Quando però non si sta al passo con i tempi, quando vengono a mancare elementi essenziali o che contribuiscono ad elevare la comunità in cui si vive, la panchina diviene vecchia; insieme a lei anche noi invecchiamo rapidamente nel corpo e soprattutto nell’animo. Perdiamo energie fisiche e innovative. Siamo fisicamente stanchi, diveniamo angosciati, sospettosi, nervosi, stressati e così via. Ne possiamo uscire soltanto se viviamo in armonia. Per questo siamo tutti corresponsabili e coinvolti per ciò che ci compete. Sulla stessa panchina siedono ed operano poi anche quelli che devono dare le direttive per tenerla efficiente con nuove idee; adoperando, nel contempo, prodotti di ottima qualità. Il meccanismo, se arrugginito, stride e stenta a procedere stando al passo con i tempi che sono divenuti ultraveloci. Avrebbe bisogno quindi di ogni sorta di cura che procede dalla mente per diventare operativa.

Un grosso pino svettava verso il cielo. Il vento agitava la sua chioma ma, nonostante la sua forza, non riusciva ad abbatterlo perché le sue foglie non permettevano alcuna resistenza. Gli uccellini facevano il nido e crescevano la prole oppure si poggiavano per riposarsi un po’. Un giorno però fu abbattuto perché serviva all’uomo. Questo lo sgrossò, lo tagliò in grosse tavole che poi divennero sempre più piccole. Alcune di esse andarono a coprire una struttura in ferro e divennero sedile e spalliera di una panchina che fu posta nello spiazzo che sovrasta la falesia multicolore di Chiaia di Luna. Così chi si sedeva poteva ammirare il tramonto del sole oppure pensare al percorso della sua vita oppure pensare, con un moto di speranza, che l’astro dopo un po’ di tempo risorge e ricomincia un nuovo e nello stesso tempo antico percorso.

Alcuni dicevano che quella panchina, in quel luogo, non costituiva una novità perché tanto tempo prima, allo stesso posto, ve n’era un’altra che, pur avendo all’incirca la medesima forma, era formata da tavole che sembravano più robuste di quelle poste negli anni successivi anche se non perfettamente levigate. Insomma erano state costruite letteralmente a mano. Ma, nonostante la solidità, il tempo l’aveva rosicchiata come avviene per tutte le cose. Le vecchie tavole pertanto erano state sostituite da altre ben più appariscenti, ma sembravano più delicate e soggette più velocemente ad usura. Ma anche queste si stavano deteriorando a causa della negligenza di chi invece era tenuto a fare manutenzione.

Non si sapeva chi l’avesse posta in quel luogo. Infatti fra i sostenitori, della sua antica presenza c’era chi asseriva che l’aveva posta una lungimirante Amministrazione comunale di cui si diceva un gran bene e chi, invece, diceva che l’aveva posta un privato perché al tempo in cui circolavano soltanto molti asini, voleva godere a pieno della bellezza del luogo in piena solitudine. Fatto sta che nessuno si era opposto a questa sua personale iniziativa. Insomma non appena si avanzavano nuove ipotesi immediatamente si levavano voci contrastanti. Erano discussioni appassionate e a volte anche verbalmente violente ma “accademiche”, perché secondo alcuni appartenendo ormai al passato, erano sostanzialmente oziose: quella, nolente o volente, oramai stava lì e costituiva parte integrante del paesaggio.

Non era da meno la discussione sul futuro della panchina. Ma molti confondevano il futuro con il condizionale. Secondo alcuni, i soliti maligni, non era per ignoranza ma per una semplice… preferenza. Così c’era chi “picchiava” con forza, sull’accento così come esige il futuro e chi, la maggior parte, usava il più dolce e “diluito” “… rei o …ebbe”, così invece del farò si preferiva “ farei” e al posto di “avverrà” si usava “avverrebbe”. Intanto rimaneva lì, senza manutenzione. Speravano forse che qualcuno, mosso a pietà, l’avrebbe rimessa a nuovo. In quest’ultima ipotesi essi avrebbero risparmiato denaro ma nello stesso tempo, furbescamente, avrebbero potuto accampare diritti essendo comunque una loro proprietà.

Secondo altri in quel posto non c’era stato mai nulla perché non c’era né lo spiazzo né  la strada e pertanto “le dicerie” e/o le discussioni sollevate dagli assertori della sua esistenza erano tutte fandonie o ciance. Ma ugualmente queste discussioni non sortivano alcun effetto per le suddette ragioni; quindi anch’esse erano “oziose” come quando si discute sul risultato di una partita di calcio per l’appunto a… risultato acquisito.

C’era infine un altro gruppo che giurava che in quel posto erano state realizzate addirittura tre panchine: una a destra, una al centro e una a sinistra. Questo perché si dava modo a più persone di potersi sedere e riposare. Poi, forse a causa di violente tempeste o di altri “accidenti”, le panchine di destra e di sinistra erano sparite: erano rimasti solo dei buchi nel terreno o qualche moncone di ferro arrugginito, oltretutto anche pericoloso, che sporgeva e che nessuno, però, aveva il coraggio di rimuovere, paventando chissà quali rappresaglie da parte dell’onnipresente burocrazia o della giustizia.

Pertanto la situazione rimaneva di stallo. Nessuno prendeva nessun provvedimento. La si accettava così com’era.

Non si toglieva perché oramai essa, facendo parte dell’arredo urbano, era consolidata e quindi si poteva incorrere nelle “ire” di qualcuno; non si faceva manutenzione per la penuria di denaro o perché si pensava che potessero essere soldi buttati (… e si sa che è un peccato “buttare” i soldi). Ma qualcuno asserisce che a volte non bisogna pensare solo al risparmio ma, oltre ad essere oculati nelle spese, bisogna essere soprattutto… lungimiranti. Ne abbiamo qualche esempio….

Così essa rimaneva sempre lì, deteriorata dalle intemperie e dalla raffiche del ponente impetuoso e anche del levante che a tratti, incuneandosi nella “padura” e risalendo la “panoramica”, si faceva sentire anche lì. Tutti, anche quelli che avrebbero dovuto avere di più a cuore la situazione perché poteva servire per far riposare le persone e per far ammirare il paesaggio, accettavano la situazione così com’era. Qualche voce solitaria si levava, ma sembrava un lamento di agnello o uno sfogo dell’anima più che un’energica presa di posizione. Le parole rimbalzavano come quando la palla rimbalza: un gioco vecchio ma che va sempre di moda.

Pertanto essa, malinconicamente, rimaneva lì.
Però, pur essendo “zoppicante”, assolveva ancora  al suo scopo anche se bisognava stare attenti a sedersi perché le assi avevano delle crepe al centro ed  erano sbullonate da un lato (destra o sinistra,  a seconda dal punto di vista) per cui bisognava bilanciarsi e/o bilanciare. Ed anche quelle che sembravano fissate al sostegno in ferro non avevano più tutti i bulloni perché alcuni si erano arrugginiti e quindi erano spariti “naturalmente”, altri erano stati tolti perché (forse) erano serviti a qualcuno. Così da una parte e dall’altra erano rimasti soltanto i buchi. Qualcuno “per arrangiare” o per pietà vi aveva fatto passare un filo di ferro ma questo non era né  zincato né molto spesso perché, non essendo “roba” propria, aveva cercato di risparmiare. Così anche questo sistema risultava molto precario.

Era meglio, pertanto, che colà si sedessero almeno in due: uno da un lato e uno dall’altro. In tre ci si poteva anche stare ma diventava pericoloso per il fatto che il centro era divenuto un po’ debole per effetto delle crepe. Era successo infatti che qualcuno dapprima si era seduto al centro, poi, avvertendo strani scricchiolii, era scivolato verso destra o verso sinistra ritenendo quella la parte più sicura perché poggiava sulla sotto-struttura in ferro (anche quella divenuta nel tempo un po’ vecchiotta e un po’ arrugginita). Ma, muovendosi troppo in fretta, aveva fatto alzare la panca dall’altro lato finendo a terra, a gambe all’aria.
“Praticamente – come disse qualcuno, ridendo immaginando la scena – aveva provocato o si era provocato un… ribaltone”.
“Cose che succedono” commentò un altro.

Come schienale erano rimaste due assi distanziate, le quali più che far riposare la schiena procuravano fastidio e dolore. Per questo motivo non ci si poteva appoggiare senza danneggiare la spina dorsale. Per cui chi si sedeva invece di stare diritto, appoggiandosi alla spalliera, era costretto a tenere la schiena in posizione più avanzata se non curva. Essendo comunque una panchina costruita in altri tempi c’era bisogno di una bella manutenzione, soprattutto costante, scrupolosa e diligente. Quando questo problema fu messo all’odg di un Consiglio comunale si accese una violenta discussione non tanto sulla forma (quella era) né sul materiale da adoperare pur essendo questo elemento portante ed essenziale quanto sul colore (elemento importante ma che, giocoforza, sta in superficie.). Questa fu talmente violenta da far rompere i vetri delle finestre così tutte le idee fuggirono e si dispersero verso levante…

Ma il Sole che vede e sente e porta con sé le gioie ed i dolori degli uomini, non le poté raccogliere: era già passato di lì ed era sparito dall’altra parte: dietro i Guarini, lasciando che l’azzurro del crepuscolo illuminasse ancora per poco il cielo, che però nelle calette remote era diventato già scuro. Ma lui, essendo ottimista, sperava di raccogliere il mattino seguente alcune di quelle – le idee – che erano rimaste; probabilmente le più valide perché sono le uniche che nel tempo resistono a tutte le intemperie.

Ognuno sta seduto su una panchina, grande o piccola che sia. Questa panchina sta divenendo sempre più piccola per il gran numero di persone che deve sorreggere. Per questo viene modificata. A volte a casaccio: senza pensare alle conseguenze. A volte però queste ultime risultano imprevedibili, anche se oggi si tenta in ogni modo di dare certezze a tutto. Scricchiola un po’ e geme. Avrebbe bisogno di cura e manutenzione costante nel suo interesse e di conseguenza in quello di tutti.
Dobbiamo manutenerla e salvaguardarla come persona o cosa che ci è molto cara.

Sennonché il disaccordo e/o gli interessi di parte fanno rimanere la situazione di stallo e pertanto la “poverina” viene, adeguandosi ai tempi, velocemente rosicchiata…
Qualcuno dice: “Risucchiata… all’indietro, praticamente retrocede”.

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