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Capri. Second look (2). Quasi un fotoracconto

di Sandro Russo

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Tra i messaggi privati ricevuti dopo la pubblicazione della prima parte [1] di questo reportage qualcuna ha riguardato il titolo.
Come mai “Second look” – mi hanno chiesto -, se già c’eri andato altre volte?
Ebbene sì, non era la seconda volta che andavo a Capri, ma il titolo l’ho scelto per un altro motivo.
È una espressione del gergo medico, tipicamente inglese, connotata da un ironico 
understatement che si riferisce alla “riapertura” di un paziente da parte del chirurgo per controllare qualche strafalcione/errore del primo intervento, tipo emostasi non accurata, una pinza o una pezzetta lasciata dentro. In italiano “revisione chirurgica”.
Mi piaceva proporlo per indicare la necessità di un approfondimento, un conto in sospeso.

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Alba ad Anacapri. Belle giornata di metà ottobre. Ischia all’orizzonte

Dopo colazione e sulla via dell’appuntamento del mattino la difficoltà maggiore di questi tempi è trovare un giornalaio aperto.
Lo trovo alfine a piazza Caprile, dove fotografo questa lunga panchina maiolicata che mi ricorda l’arredo urbano di Ponza (…è un ricordo per omissione: come voce non contemplata dal lessico isolano). All’estremo di destra della panca è appoggiato il mio bastone di ferula.

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In programma per oggi trasferimento con mezzo del trasporto urbano a punta Carena (v. mappa nella prima parte dell’articolo) e di là un altro “classico” del trekking caprese: il sentiero dei Fortini.

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E’ un sentiero, magnificamente tenuto, che segue il profilo della costa – punteggiato di fortificazioni (inglesi) piuttosto rudimentali – e si snoda tra la macchia mediterranea. Lungo il percorso sono state apposte delle targhe di ceramica con le informazioni di base: storiche zoo-botaniche e geologiche.

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Faro di punta Carena in lontananza, mentre si prosegue lungo la costa (foto di Marco Marini)

Lungo il percorso anche i resti di qualche “caldara” semidiroccata; a corredo la spiegazione di cos’erano le caldare e  della fine che hanno fatto i marmi che ricoprivano le sontuose residenze romane (capresi e non solo: anche il Colosseo era ricoperto di marmo bianco finito in calce!):

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Quando si dice sentiero ben tenuto non è tanto per dire: nei punti più difficili sono predisposte protezioni adeguate. Vegetazione dell’ultima foto: le macchie più scure sono di erica; gli arbusti verde glauco sono Anthyllis barba-jovis (Fabaceae). Foto di Marco Marini

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Statice reticolata o Limonium (a Ponza: erba di S. Silverio), Crithmum (finocchio marittimo) e Helicrisium italicum (elicriso)

Cammina cammina… il sentiero si congiunge alla strada provinciale (asfaltata) che porta al sito per la discesa alla famosa Grotta Azzurra. E qui mi dissocio dal gruppo che tre-quattro per volta viene trasferito sui barchini per entrare nella Grotta, dire Oooh! e tornare indietro. No comment sul prezzo e sull’esperienza.

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Per il pomeriggio il programma prevede il trasferimento in seggiovia al Monte Solaro con ritorno a piedi. Le immagini che seguono sono prese dalla stazione a monte.

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I Faraglione e Capri paese; in fondo all’isola, al di là di un braccio di mare, punta Campanella

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Sempre nel pomeriggio mi ritaglio uno spazio per una visita alla villa S. Michele, di Axel Munthe (1857-1949), già visitata l’altra volta, ma sempre piacevole da rivedere.
Gran personaggio Munthe, svedese. Medico, filantropo, botanico, animalista e scrittore che costruì la villa su antiche rovine romane e acquisì il contiguo monte Barbarossa per renderlo inaccessibile alla caccia e riserva naturale ornitologica. La donazione delle sue proprietà al governo svedese ha permesso che una Fondazione continui a preservare le sue volontà, del tutto inconsuete per l’epoca.  Ne ho scritto nel reportage del 2010 [17].

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Il libro ‘long seller’ di Axel Munthe del 1929; neIIa foto la copertina della mia copia, ed. Garzanti, del 1974

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Una bacheca a villa S. Michele, con una rappresentazione delle lucertole blu dei Faraglioni (leggi qui [20])

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La Sfinge all’estrema punta di villa S. Michele, con vista su Marina Grande e su punta Campanella

Nel pomeriggio con più tempo a disposizione tutti approfittano – ciascuno per suo conto, secondo interessi e preferenze – per bighellonare per il paesino. Anacapri è molto curata e ben tenuta, senza la pretenziosità della gemella isolana. Ho apprezzato molto la cura del verde con piante inconsuete e fioriture propiziate dal clima quasi tropicale.

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Due immagini di Thunbergia grandiflora (Fam. Acanthaceae)

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Cocculus laurifolius (Fam. Menispermaceae)

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Phaedranthus buccinatorius (Fam.Bignoniaceae)

Un’altra piante sorprendente, vista a Capri (ma non fotografata), sulla stradina per Villa Jovis, è un grande albero di mango (Mangifera indica – Fam. Anacardiacee), con tanto di frutti.

E siamo all’epilogo. Terzo giorno sull’isola con il trasferimento da Anacapri a Capri e tutte le visite d’obbligo che avevamo lasciato indietro dai giorni scorsi.
Nell’ordine:
– villa Jovis (ruderi romani della più importante delle 12 ville di Tiberio imperatore (esagerato!) sull’isola;
– villa Lysis (o Fersen, dal nome del proprietario);
– Arco Naturale finalmente restaurato e messo in sicurezza dopo tanto tempo che era stato coperto dalle impalcature;
– punta Tragara con gran visita sui Faraglioni e visita (facoltativa) in barca intorno ad essi. Di nuovo declino l’invito. Troppe volte ho portato io i turisti in barca intorno a Ponza; tante da non sopportare di passare – come si dice – “dall’altra parte”.

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Ruderi di una delle sei cisterne che rifornivano d’acqua villa Jovis

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Campanula garganica tra i ruderi di villa Jovis

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Capri, villa Lysis  fatta costruire ai primi del ‘900 dal barone Jacques Fersen, in stile neoclassico (Liberty). In alto, le colonne ioniche rivestito di tessere di mosaico dorato; sotto, il Belvedere

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Vista sui Faraglioni dall’Hotel  Punta Tragara (cinque stelle) e (sotto) ultimo sguardo sui faraglioni: si sta rannuvolando e il tempo minaccia pioggia

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Lento ritorno alla “piazzetta” e discesa a piedi per la lunga scala che conduce al porto, evitando la funicolare.
Cadono le prime gocce di pioggia da un cielo che per tutta la permanenza è stato davvero benevolo con noi.
Tre giorni pieni, tra natura e mondanità (poco o niente frequentata, in verità), presente e passato… Una escursione al tempo del Covid, tutti forniti di mascherine, che toglievamo durante le arrampicate, per rimetterle in paese o quando incontravamo gente.

Su tutto la simpatia dei residenti, da secoli adusi all’ospitalità, sempre sorridenti (sotto la mascherina) e pronti alla battuta.
Ricordo uno dei camerieri dei bar su piazza della Vittoria, ad Anacapri, il terzo giorno, dopo che mi aveva notato per via del bastone di ferula:
– Ma io a vuie vi canosco… Vui site Mosè!

[Capri. Second look (2)- Fine]