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Donald Trump non accetterà mai la sconfitta

di Sandro Vitiello

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Chi con maggiore interesse, chi meno, stiamo tutti seguendo l’esito delle elezioni per il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.
Malgrado la nostra Italia ci abbia fatto conoscere sconcezze politiche a vario titolo non ci nascondiamo che quello che avviene dall’altra parte dell’oceano ci lascia perplessi. Per tante ragioni.

La prima è la più ovvia: il destino di quella nazione condiziona pesantemente quello dell’Europa e non solo.
L’America è stata sempre il paese dove gli “interessi superiori” venivano esibiti come regola.
Ricordiamo ad esempio il discorso che fece lo sfidante repubblicano John McCain quando riconobbe la vittoria di Obama nel 2008.

Eppure il disastro istituzionale che vede protagonisti l’attuale inquilino della Casa Bianca e il suo entourage rappresentano una novità ed una ferita profonda nella vicenda politica americana.
Perché è successo? E’ solo follia di un uomo affamato di potere o c’è dell’altro?
Abbiamo trovato delle risposte in questo articolo pubblicato on line da “Internazionale”.

Spiega tante cose: perché lo spoglio dei voti  va a rilento, cosa c’era dietro il tentativo di delegittimare Obama, chi sono i sostenitori di Trump? Perché un quinto degli elettori statunitensi vorrebbe un regime militare?
E’ uno scritto un po’ lungo ma chiarisce diversi passaggi.
Buona lettura.

Sostenitori di Trump protestano contro lo scrutinio a Detroit, in Michigan, il 6 novembre 2020. (John Moore, Getty Images)

di Anne Applebaum – The Atlantic – Stati Uniti – 7 Novembre 2020

Mentre osservate l’amministrazione Trump avviarsi verso un finale sgradevole, ricordatevi di come tutto è cominciato. Trump è entrato in politica cavalcando le teorie complottiste secondo cui Barack Obama non sarebbe nato negli Stati Uniti, teorie sostenute da un movimento che è stato clamorosamente sottovalutato. Oltre alle connotazioni razziste dell’intera vicenda, ricordatevi delle implicazioni di quella tesi assurda. Chi credeva che Barack Obama non fosse nato negli Stati Uniti – parliamo di un terzo degli statunitensi, tra cui il 72 per cento degli elettori repubblicani – lo considerava inevitabilmente un presidente illegittimo. In altre parole, queste persone ritenevano che tutti – l’intero sistema politico, giudiziario e mediatico degli Stati Uniti, compresa la Casa Bianca, il congresso, i tribunali federali e l’Fbi – fossero complici di un piano colossale per spingere l’opinione pubblica ad accettare un impostore come presidente. Un terzo della popolazione aveva così poca fiducia nella democrazia da essere disposto a credere che la presidenza Obama fosse una frode.

Quella fetta della popolazione è diventata la base elettorale di Donald Trump. Per quattro anni queste persone hanno continuato ad applaudirlo a prescindere dal suo comportamento, non tanto perché credessero in tutto ciò che diceva ma perché non credevano in niente. Se tutto è un imbroglio, allora non importa che il presidente sia un bugiardo. Se tutti i politici sono corrotti, perché storcere il naso se anche il presidente è corrotto? Se tutti, da sempre, hanno infranto ogni regola, perché mai non dovrebbe farlo anche il presidente?

I complottisti di QAnon, sostenitori di Trump

Per questo non sorprende che gli elettori non abbiano fatto una piega quando Trump ha ignorato i mandati di comparizione emessi dal congresso; o quando ha usato il dipartimento di giustizia per mettere in pratica le sue vendette personali; o quando ha ignorato le raccomandazioni etiche e le regole sull’accesso alle informazioni riservate; o quando ha licenziato i funzionari del governo incaricati di vigilare sul rispetto delle regole. Non c’è da stupirsi se il popolo di Trump ha continuato a celebrarlo quando lui accusava la Cia e il dipartimento di stato di far parte dello “stato profondo”, o quando ha detto, con il sorriso stampato in faccia, che i giornalisti “nemici del popolo”.

Tutto questo non è stato creato da Trump. Molti statunitensi avevano perso la fiducia nelle istituzioni ben prima che lui entrasse in politica. Un recente sondaggio indica che metà dell’opinione pubblica non è soddisfatta del sistema politico, mentre un quinto vorrebbe vivere in uno stato governato dai militari. Trump ha sfruttato questo deficit democratico per vincere le elezioni, poi lo ha ampliato costantemente nel corso del suo mandato. Ora la sua strategia politica, finanziaria e perfino emotiva lo obbliga a danneggiare ulteriormente il legame tra gli statunitense e la democrazia.

Serie di trappole
Trump ha lanciato la sua offensiva poco dopo le elezioni del 3 novembre. Parliamoci chiaro: si tratta di una strategia, non di una reazione causale agli eventi. Trump non è capace di governare, ma da tempo, con l’istinto tipico dei truffatori, ha capito come far crescere la sfiducia e come usare questa sfiducia a proprio vantaggio. La giornalista Lesley Stahl ha raccontato che una volta Trump le confessato il motivo per cui attacca i mezzi d’informazione: “Per screditarvi tutti e sminuirvi, così quando scrivete cose negative sul mio conto nessuno vi crede”. Il presidente ha screditato e sminuito anche funzionari pubblici come Fiona Hill e Alexander Vindman, membri del consiglio di sicurezza nazionale. Anche in quel caso, sapeva che se quelle persone avessero parlato onestamente del suo comportamento nessuno gli avrebbe creduto.

Ora, dopo mesi trascorsi a insinuare che le regole erano truccate per penalizzarlo, Trump ha teso una serie di trappole destinate a screditare e sminuire anche il sistema elettorale, in modo che alcuni americani perdano la fiducia nel suo funzionamento. Non sono la prima a dirlo, ma vale la pena di ripeterlo: il fatto che la Pennsylvania, il Wisconsin e il Michigan non abbiano terminato lo spoglio dei voti la sera del 3 novembre non è un caso. In tutti questi stati i leader repubblicani hanno impedito ai consigli elettorali di processare i voti postali prima del 3 novembre. Nel pieno di una pandemia che i democratici prendono più sul serio rispetto ai repubblicani, era inevitabile che emergesse un grande divario tra i voti espressi di persona e quelli inviati per posta, soprattutto dopo che Trump ha avvertito i suoi sostenitori che il voto postale era truccato.

Trump sapeva che Biden avrebbe recuperato terreno. È precisamente per questo motivo che alle 2.20 della notte del 3 novembre, e prima che il risultato fosse minimamente chiaro, ha dichiarato che le elezioni erano state “una truffa ai danni del popolo americano. Non vogliamo che gli altri trovino schede elettorali alle quattro del mattino aggiungendole al conteggio”. È per questo che i repubblicani hanno già presentato una serie di ricorsi, cercando di dare l’impressione che ci siano state irregolarità. Un’accusa di brogli in Montana è già stata smentita e archiviata per mancanza di prove.

Trevor Potter, presidente del Campaign legal center e consulente del politico repubblicano John McCain nelle campagne presidenziali del 2000 e del 2008, mi ha confidato che una denuncia presentata in Pennsylvania è “ridicola” e che tutte le altre sono “deboli” e puntano esclusivamente a rallentare lo spoglio dei voti o a eliminare schede elettorali in qualsiasi modo.

Sostenitori di Biden in Pennsyilvania

Ripeto, si tratta di una strategia ben pianificata. Quello di Trump è un tentativo disperato e illegale di restare aggrappato al potere. Come ha scritto Barton Gellman, sia la retorica sia la raffica di denunce senza fondamento su presunti brogli puntano soprattutto a creare la sensazione infondata di un voto truccato, alimentando magari in qualche parlamentare statale repubblicano la tentazione di ignorare il responso delle urne e nominare una delegazione che, quando si riuniranno i grandi elettori per eleggere ufficialmente il presidente, voterà per Trump. Il capo del Partito repubblicano della Pennsylvania ha fatto allusione a questa “possibilità”, poi smentita categoricamente dal capogruppo della maggioranza repubblicana al senato statale.

In ogni caso, anche se il piano di Trump andasse a sbattere contro la realtà dello spoglio e contro uno tsunami di titoli giornalisti sulla vittoria di Biden, il presidente non ammetterà mai che le elezioni sono state regolari. E anche se Trump fosse costretto a riconoscere (malvolentieri) la sconfitta, Biden entrasse in carica il 20 gennaio del 2021 e la famiglia Trump fosse obbligata a fare le valige e rifugiarsi nella tenuta di Mar-a-Lago, il presidente e il Partito repubblicano avranno tutto l’interesse a sostenere che le elezioni sono state truccate. Questo perché nei prossimi anni la base elettorale di Trump (tutte quelle persone che non credono più nella democrazia americana) potrebbe ancora tornare estremamente utile al presidente e al suo partito.

Di sicuro questi elettori potranno essere sfruttati per screditare e sminuire l’amministrazione Biden. Trump cercherà di convincere milioni di americani che il suo successore è un presidente illegittimo, esattamente come aveva fatto con Obama. I gruppi Facebook riuniti sotto lo slogano “Biden è un imbroglione” saranno usati per raccogliere voti e sostenere le cause repubblicane. Il partito manderà email con oggetto “Biden truffatore” per raccogliere fondi. I responsabili della campagna elettorale di Trump hanno già preparato un testo per la raccolta fondi: “Presidente Trump e vicepresidente Pence: la situazione è talmente grave che abbiamo deciso entrambi di scrivervi. I democratici e le fake news vogliono manipolare queste elezioni! È il momento di donare e combattere! Entriamo in azione ora!”.

Attivisti QAnon

I personaggi pubblici che sostengono Trump online hanno cercato, probabilmente aiutati dal Partito repubblicano e dalla sua rete di bot, di diffondere l’hashtag #StopTheSteal (fermate il furto) sui social network. Laura Ingraham, commentatrice di Fox News, ha già aizzato i suoi milioni di seguaci su Twitter parlando di “abuso prolungato nei confronti del nostro sistema elettorale da parte di funzionari democratici corrotti”.

Altri repubblicani si uniranno a questa causa, perché ci intravedono la possibilità di raccogliere fondi e racimolare voti alimentando la sfiducia. Tommy Tuberville, ex allenatore di football appena eletto senatore per l’Alabama, ha scritto: “L’arbitro ha fischiato la fine della partita, i giocatori vanno a casa. Ma ora l’arbitro sta aggiungendo punti a favore della squadra avversaria”. Non importa che la partita in realtà sia tutt’altro che finita e non lo sarà ancora per ore. Da oggi Tuberville userà il mito della “illegittimità di Biden” come scusa per non collaborare con il nuovo presidente, per non approvare qualsiasi piano di aiuti per la pandemia e per ostacolare in ogni modo il successo di Biden e del paese.

Conoscendo la famiglia Trump, c’è da aspettarsi che sfrutteranno questa strategia anche per fare soldi. Paradossalmente, la sconfitta di Trump potrebbe rafforzare la fedeltà dei suoi sostenitori più accaniti, infuriati per il fatto che il loro eroe è stato privato del ruolo che gli spetta. Ora queste persone compreranno bandiere, cravatte, cappellini con la scritta Make America great again e magari anche lauree alla rediviva Trump University. Potrebbero diventare spettatori affezionati della Trump Tv, un’emittente che rivaleggerà con i nuovi nemici di Fox. Forse compreranno biglietti per i raduni e gli altri eventi pubblici in cui Trump ripeterà slogan collaudati come “Arrestate Hillary” o “Smettete di contare i voti!”.

Trump dovrà affrontare molti problemi giudiziari e finanziari (i milioni di dollari di debiti, più le indagini in arrivo sui contributi fiscali e sulle truffe), quindi avrà più bisogno che mai di una base politica. Aspettatevi che Trump e i suoi figli descrivano ogni azione legale contro la famiglia come una persecuzione politica: “Mi stanno processando perché combatto il falso presidente”. Aspettatevi che cerchino di attirare in ogni modo l’attenzione dei mezzi d’informazione, un giorno dopo l’altro, con conferenze stampa fuori controllo trasmesse in diretta su Trump Tv e su Facebook e con articoli in prima pagina sul New York Post. La prospettiva di un circo simile potrebbe scoraggiare alcuni inquirenti. D’altronde nessuno vorrebbe essere perseguitato da un milione di bot o diventare vittima di un’orda inferocita, online e nella vita reale.

Più di ogni altra cosa, le bugie sull’illegittimità di Biden saranno una panacea per il fragile ego di Donald Trump. Incapace di accettare la sconfitta e incapace di ammettere di essere stato battuto, Trump si proteggerà dalla realtà facendo finta che non esiste. Il suo personale bisogno di vivere in un mondo di fantasia in cui lui vince sempre è talmente forte da spingerlo a fare qualsiasi cosa per tenerlo in piedi. Nel suo slancio narcisistico verso una realtà alternativa, farà crescere le divisioni, diffonderà la paranoia e alimenterà il terrore che i suoi sostenitori provano nei confronti dei loro concittadini, oltre che la sfiducia nelle istituzioni. Questo presidente non ha mai avuto a cuore gli interessi del paese. Non aspettatevi che cominci adesso.

2 commenti per Donald Trump non accetterà mai la sconfitta

  • Silverio Tomeo

    La sconfitta di Trump, in un quadro di polarizzazione estrema e di affluenza mai vista al voto, ci dice intanto che il nazional-sovranismo neopopulista perde il suo campione mondiale. Purtroppo non si vede ancora la fine del nazionalismo islamico del despota Erdogan, né quello di Putin perso nel suo sogno della Grande Russia prerivoluzionaria e in realtà attore del nuovo gioco geopolitico post-guerra fredda. Sulla Cina del capitalismo di Stato e del dispotismo ideologico, che dire? Lungo discorso… In America Latina e nella stessa Europa i sovranismi nazionalitari e neopopulisti permangono, così come permarrà il trumpismo al di là della sua pagliaccesca espressione.
    Il neopopulismo di destra non si combatte con un immaginario populismo “buono”, né il sovranismo nazionalista con un altrettanto immaginario “sovranismo de sinistra”, come schegge vaganti pure hanno ipotizzato. Il nostro destino è l’Europa, un’altra Europa. Certo non il sogno malato di una futura Eurasia in cui alcuni mentecatti, di fatto “rosso-bruni”, vorrebbero vederci.
    Da dopo la fine della II Guerra Mondiale ad oggi la quantità calcolabile dei morti per guerre locali e guerre civili si configura come una III Guerra Mondiale già accaduta e ancora in corso nel mondo, quasi una guerra civile cronica globale. Con la nuova aggravante della catastrofe climatica.
    È stato già detto che sono insensati sia il filo-americanismo che l’anti-americanismo, e così è. Per non dire delle buffe proiezioni psicoanalitiche di alcuni commentatori della stampa italiana, dove quasi solo su “il Manifesto” e a volte su “Domani” si trovano riflessioni di seri studiosi americanisti, ormai. Lasciamo perdere la permanenza di sottoculture del vecchio filo-sovietismo, che vedeva nel cosiddetto “campo socialista” (che implose quasi da solo) come il faro del cambiamento dell’ordine mondiale o almeno la resistenza all’impero americano.
    Va pure detto che l’anticomunismo non fu certo prevalentemente democratico, durante la cosiddetta guerra fredda, tantomeno nel nostro Paese. Tuttora, dopo il comunismo storico che si fece potenza di Stato e totalitarismo, l’anticomunismo sta sin troppo bene. Segno che la combinatoria complessa della dialettica del reale va vista con occhiali nuovi dai movimenti e dalle soggettività delle sinistre. Ma è un lungo discorso quello di una nuova cultura libertaria, sociale, democratica, comunitaria, tutta ancora da pensare, all’altezza della crisi globale in atto.
    Il voto democratico e progressista (certo plurale e difforme socialmente) negli USA è stato sollecitato dai movimenti antirazzisti, da quelli delle donne, molto poco dalla mala gestione della pandemia, molto dai timori di una crisi economica che potrebbe fare impallidire quella del 2008, pure da lì partita e poi divenuta globale. La informale internazionale sovranista si trova spiazzata. L’altra America e l’America democratica esistono. Certo non basta per un new New Deal, commisurato alla gravità economica, sociale, culturale, ecologica. Sta a tutti, a noi europei, ai movimenti solidali e resistenti, guardare a una nuova dimensione possibile. Con tutta l’ingenuità di un movimento reale di massa, e di fatto internazionalista, di tipo nuovo, venne chiamata alter-mondialista da quel ciclo di conflitti.
    Tra isolazionismo e interventismo si è storicamente divisa la politica estera USA, e Trump è della scuola isolazionista, con l’aggravante che era più capace di scatenare prove di guerra civile all’interno di quel Paese che di provocare guerre all’estero. Anzi, sottrarsi dagli organismi internazionali, defilarsi per gli accordi climatici, arretrare in Siria (…e lasciare al macello i kurdi), era la sua cifra. Non a caso parole di speranza sono state espresse dall’OLP per la questione palestinese.

  • Tano Pirrone propone la santificazione di Michele Serra

    Tano Pirrone propone la santificazione di Michele Serra

    Il processo di “santificazione” di Michele Serra è definitivamente aperto. Santo laico, interprete, cioè, della storia che si forma attorno a noi giorno per giorno. Interprete giusto e lungimirante e sapiente narratore delle pagine che compongono il libro della nostra contemporaneità. L’affinata capacità di sintesi semplifica e scioglie i grovigli dei fatti e delle responsabilità, permettendoci di cogliere di volta in volta i risvolti decisivi, i ruoli e le dinamiche.

    Da l’Amaca 2020 – la Repubblica del 15 novembre

    Se fosse un vero uomo
    di Michele Serra

    Se fosse un vero uomo farebbe come Paul Newman e Robert Redford in Butch Cassidy: uscirebbe dalla Casa Bianca con le pistole in pugno, facendosi crivellare dai colpi della Legge, immolandosi per davvero al culto di se stesso, passando alla storia come un bandito leggendario e spavaldo, un uomo libero fino alla follia e alla morte, quel film lì (e quei due attori lì) sì che sono un pezzo del sogno americano…

    Invece bofonchierà qualcosa su Twitter, accamperà qualche ulteriore recriminazione, racconterà l’ennesima balla, licenzierà l’ultimo famiglio senza altra colpa che di avere creduto in lui, poi se ne andrà a maneggiare qualche nuovo orribile network della destra paranoica (come se non ce ne fossero già abbastanza) mentre uno dopo l’altro, giorno dopo giorno, i notabili repubblicani che gli hanno permesso di tutto gli volteranno le spalle. Vigliacchi e sleali, traditori degli ideali conservatori, che con il populismo c’entrano meno di zero. La prima, vera colpevole della destra indecente è la destra decente ammutolita, impotente, venduta.
    Sicuramente siede nel paradiso dei giusti John McCain, solitario testimone dell’onore repubblicano.

    Chi non sa vincere non sa neanche perdere, è una vecchia legge dello sport e della vita, Trump ne è la perfetta conferma. Arrogante da vincitore, meschino da perdente, con la sua orchestrina di avvocati, come un qualunque riccone che crede di poter ribaltare ogni tavolo con il libretto degli assegni. Ogni giorno che passa ci si rende conto dell’importanza storica della sua sconfitta. Ma ci si rende conto, anche, di quale gigantesco lutto per la democrazia fu la sua elezione del 2016.

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