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0022-022 k2-11 l-01 47 Una delle tante vele storiche Prateria di Posidonia oceanica

Oggi è il 4 novembre e io non ho niente da festeggiare

di Sandro Vitiello

In questa giornata, da cento e passa anni, in Italia si festeggia la fine della prima guerra mondiale.
Si festeggia soprattutto la sconfitta degli imperi centrali (Germania, impero Austro-Ungarico, impero Ottomano) da parte degli alleati (Gran Bretagna, Francia, Russia, Giappone, Italia e successivamente gli Stati Uniti d’America).La fine del conflitto viene considerata quando la Germania si arrese ai francesi, una settimana dopo.

Fu una guerra terribile, brutale, disumana. Come tutte le guerre, ma questa fu peggio.

Cimitero inglese -Altopiano di Asiago

Tutti i più moderni marchingegni vennero usati per sterminare il nemico. La conta finale dei morti fu spaventosa.

Chi erano quei morti?
Erano poveri contadini o erano i primi operai delle fabbriche, era gente mandata a combattere una guerra non sua, contro un nemico che non conosceva.
Tra i soldati italiani spesso non si parlava la stessa lingua.
L’unificazione del paese sotto casa Savoia era storia recente e quegli uomini mandati a morire spesso non sapevano che lo facevano sotto la stessa bandiera dei veneti o degli emiliani.

Fu una guerra combattuta soprattutto nelle trincee, infestate dai topi e da tutte le forme possibili di miseria.
Fu una guerra in cui gli uomini scavavano per settimane e mesi il ventre delle montagne per riempirle di esplosivo e farle saltare in testa ai nemici, mentre i nemici facevano la stessa cosa.
E mentre credevano di averla sfangata sentivano i colpi di piccone degli altri sempre più vicini e si sperava di poter accendere prima degli altri quella maledetta miccia che avrebbe messo fine ad un calvario.
Intere montagne sono saltate in aria, alcune addirittura capitozzate dall’esplosione.
E dentro al ventre martoriato di queste ‘riposano’ – si fa per dire – centinaia di ragazzi che non hanno più rivisto il sole.

I militari che mostravano scarso attaccamento al sacrificio venivano fucilati davanti ai loro commilitoni, senza pietà.

Sacrario di Redipuglia

Ancora oggi a più di cento anni dalla fine della guerra intere zone agricole sul confine franco- tedesco sono avvelenate dal tetano  che continua a colpire come se quella guerra non fosse mai finita.

Alla fine i “fortunati” che riuscirono a tornare a casa portarono con se qualche medaglia e una pacca sulla spalla. Tutte quelle riforme sociali che erano state promesse per invogliare tanti a partire per il fronte con convinzione, non vennero mantenute.
In molti portarono a casa, oltre alle menomazioni fisiche, disturbi psichiatrici.
Venne fuori un’altra categoria sociale; gli scemi di guerra.

Quei soldati portarono a casa e distribuirono in giro per il mondo la spagnola; una pandemia che fece più di cinquanta milioni di morti.
Portò alla destabilizzazione del vecchio continente.
I poveri, dietro qualsiasi confine nazionale, avevano perso la guerra.
Erano più poveri di prima.
Provarono a rivendicare i propri diritti; in Italia ci furono manifestazioni, scioperi e proteste.
Nel nostro paese il periodo successivo alla guerra viene ricordato come il “biennio rosso”.

Gli industriali, gli agrari e le forze conservatrici, compresa casa Savoia,  finanziarono furono indulgenti con le squadracce fasciste che si scontrarono con i lavoratori in lotta.
Venne il terrore e al fascismo venne data la libertà di distruggere la democrazia parlamentare, fino a prendere il potere nel nostro paese.
Oggi non c’è niente da festeggiare.

Cimitero di Carisolo – Trentino

 

Voglio ricordare, a chiudere, cinque film che secondo me raccontano meglio di altri l’orrore della prima guerra mondiale.

Prima di tutti “Uomini contro” di Francesco Rosi -1970- con un bravissimo Gian Maria Volontè.

Locandina del film

Sempre italiano “La grande guerra” di Mario Monicelli; raccontata come commedia tragica, con Alberto Sordi e Vittorio Gasmann. Rimane uno dei migliori film nella storia del cinema italiano.

dal film

Nel 1957 era uscito “Orizzonti di gloria”, uno dei tanti capolavori di Stanley Kubrick con Kirk Douglas.

dal film

E a me piace ricordare anche “Niente di nuovo sul fronte occidentale” tratto da un romanzo di Erich Maria Remarque; la storia di un giovane liceale tedesco pieno di ideali che scoprirà l’orrore della guerra.

dal film

E non ultimo, anche se più recente “Testament of Youth-Generazione perduta” dal romanzo di Vera Brittain, inglese.

dal film

***

Appendice del 4 novembre h 19,40 (cfr. Commento di Sandro Russo)

Da la Repubblica del 2 novembre 2020: L’Esercito chiede almeno altri 10 mila uomini di Gianluca Di Feo

 

2 commenti per Oggi è il 4 novembre e io non ho niente da festeggiare

  • Sandro Russo

    Del tutto d’accordo con l’analisi e lo spirito dell’articolo di Sandro Vitiello, cui vorrei aggiungere qualche nota sull’altro aspetto della celebrazione: quello delle Forze Armate.
    Qualche richiamo storico è necessario. Riprendo la cronistoria e queste notizie spicciole (sintetizzate da Wikipedia) per sottolineare la duplice celebrazione, non solo dell’Unità Nazionale ma anche delle Forze Armate.

    Il 4 novembre si celebra la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate che fu istituita nel 1919 per commemorare la vittoria italiana nella prima guerra mondiale.

    Nel 1921, in occasione della celebrazione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il Milite Ignoto venne sepolto solennemente all’Altare della Patria a Roma
    Nel 1922, poco dopo la marcia su Roma, la festa cambiò nome in Anniversario della Vittoria, assumendo quindi una denominazione caratterizzata da un forte richiamo alla potenza militare dell’Italia, mentre dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1949, il significato della festa è tornato quello originale, ridiventando la celebrazione delle forze armate italiane e del completamento dell’Unità d’Italia; Infatti, con la vittoria nella prima guerra mondiale, l’Italia completò l’unità nazionale, iniziata con il Risorgimento, con l’annessione di Trieste e Trento.

    Il 2 giugno invece è la Festa della Repubblica Italiana istituita per ricordare la nascita della Repubblica Italiana. Si festeggia ogni anno il 2 giugno, data del referendum istituzionale del 1946.

    Il fatto è che insieme a tante altre cose che stanno cambiando in una manciata di anni – tra il disgusto e la preoccupazione di noi illusi, convinti della barbarie della guerra (di tutte le guerre) -, anche l’importanza degli eserciti nazionali si sta rivalutando.

    Propongo ai Lettori un articolo da la Repubblica di ieri l’altro, 2 novembre 2020, che riporta l’inizio – anche nella pacifica (?) Italia – di una nuova corsa agli armamenti, associata ad un incremento degli organici e delle spese militari, appena temperati dai nuovi obiettivi della sicurezza e della difesa (terrorismo, ordine pubblico, sanità, etc).

    In file .pdf in fondo all’articolo di base

  • Sandro Russo

    Nel commento di ieri sera sul 4 novembre, ho dimenticato una cosa importante.
    Agli accenti di sdegno civile e umano espressi da Sandro Vitiello nel suo articolo – “Chi erano quei morti? Erano poveri contadini o erano i primi operai delle fabbriche, era gente mandata a combattere una guerra non sua, contro un nemico che non conosceva.” – posso/devo aggiungere una nota personale.
    Non ho conosciuto mio nonno.
    Mio padre (del 1912) era rimasto orfano a sei anni perché il padre – mio nonno, Antonio Marino Russo – era morto durante “quella” guerra, a San Michele al Carso, dissanguato; non lo avevano raccolto prima di altri feriti, perché sembrava meno grave (così raccontò alla famiglia, anni dopo, un suo commilitone). Lasciava mia nonna Alessandra (Sandrella, da cui il mio nome) di 26 anni e tre figli. Mia nonna non si sposò più; sopravvissero con la proprietà che il nonno aveva lasciato (delle vigne e una cantina). Ai tempi in cui mio padre era giovane la famiglia riforniva di vino i monaci del monastero di Montecassino.

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