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Il venditore ambulante e le vedove (5)

di Emilio Iodice

 

Tratto dal libro:
Attraverso il tempo e lo spazio: Cronache di Coraggio,
Speranza, Amore, Perseveranza e Leadership.
Storie per noi, i nostri figli e nipoti (in italiano)
Per la puntata precedente (4)

 

Nel 1934 il giro d’affari di Silvio era fiorente. Conosceva il Bronx come le sue tasche, sapeva dove andare nei vari quartieri per vendere le sue merci. Aveva trasformato un vecchio furgone Diamond T in uno speciale veicolo con una serie di porte verticali e orizzontali e aveva costruito degli scaffali per trasportare, esporre e conservare tutte le cose che vendeva, che ora andavano dai prodotti freschi allo scatolame. Era un negozio su ruote. Ora poteva servire i suoi clienti meglio e più rapidamente.
Vicino alla Grand Concourse nel Bronx, vicino alla Fordham University, c’era un altro quartiere italiano che avrebbe resistito fino al XXI secolo. Era delimitato dalla Arthur Ave e la East 187th Street. Era pieno di negozi. Gli immigrati entravano nel quartiere appena scesi dalla nave e vivevano per un po’ con i loro parenti, fin quando non diventavano indipendenti e si trasferivano. Silvio era molto conosciuto. Vendeva le sue merci lungo il perimetro di Little Italy a quelli che pensavano fosse troppo lontano camminare fino ai numerosi negozi e al grande mercato coperto che aveva una copiosa abbondanza di prodotti italiani. Gli affari erano vivaci in quell’area.
Anna aveva tre figlie di otto, dieci e dodici anni. Come la loro madre, avevano occhi neri come il carbone e carnagione olivastra. Andavano a scuola vicino al loro palazzo e impararono bene a leggere e scrivere in inglese. Parlavano un dialetto del siciliano. La più giovane aveva la Sindrome di Down. Era obbligata a stare a casa. Il sistema scolastico pubblico non sapeva come gestire studenti come lei negli anni ’30. Sua madre la istruì come meglio poteva.

Non era un periodo facile per adulti con disabilità, ancor meno per i bambini. La figlia di Anna, Claudia, veniva chiamata “mongoloide”. Era devastante vivere in un mondo di pena e intolleranza. Le famiglie sembravano rimanere ferite permanentemente nel caso di un bambino con tali difficoltà. È in questi anni che i medici iniziarono a credere che coloro che avevano la Sindrome di Down avessero un difetto genetico. Questo divenne la base per confinarli in istituto. Anna e suo marito Carlo non presero neanche in considerazione un tale destino per la loro figlia. Le famiglie italiane non permettevano mai che uno dei loro venisse segregato, se potevano evitarlo. Le cure venivano prestate a casa. Era un affare di famiglia.
Il marito di Anna, Carlo, era siciliano. Era basso e tarchiato, con una folta barba nera e tantissimi capelli che sembravano estendersi dal suo scalpo alla sua schiena, le sue braccia e il suo petto. Carlo e Anna arrivavano da un’arida città fuori Palermo. Non c’erano strade né acqua corrente, senza parlare dell’elettricità. Gli abitanti vivevano di agricoltura di sussistenza e mezzadria. Era impossibile sopravvivere con delle grandi famiglie con una media di cinque o sette bambini ognuna.
Una volta che ebbero raggiunto le coste dell’America e che si furono stabiliti, iniziarono a inviare denaro in Sicilia. Rimanevano anche vicino ai loro parenti e compatrioti nel Bronx. In cinque anni di vita nel Nuovo Mondo, finirono per sostenere un’enorme famiglia allargata da Palermo a New York. I siciliani erano stati tra i primi ad arrivare con l’ondata di italiani nell’ultima parte del XIX secolo e i primi tre decenni del XX.
Carlo era nel settore delle costruzioni e aveva un buon lavoro. Lavorava per una società di servizi che allacciava e posava linee elettriche e di gas naturale nella città e riparava quelle vecchie. Era un lavoro stabile ma che pagava meno di quelli nel campo della compravendita immobiliare. Era anche pericoloso. Le linee di gas avevano spesso delle fuoriuscite. Dovevano essere riparate immediatamente. Non era facile individuarle. Le tubature a volte si trovavano sotto terra o nei tunnel fognari. A volte erano sotterrate nelle strade, vicino ai marciapiedi. In ogni caso, i lavoratori dovevano scavare cautamente fino a trovare la linea e la perdita. Una scintilla, una sigaretta accesa poteva causare un’esplosione che poteva innescare una reazione a catena. Era raro, ma accadeva. Le infrastrutture della città erano vecchie e pericolose
L’inverno del 1933 fu rigido. Il Natale fu bianco, la città fu ricoperta da una coltre di neve. Si accumulava sulle strade e sui marciapiedi, ovunque. Il ghiaccio era così spesso che ci sarebbero voluti i caldi giorni di aprile dell’anno seguente per scioglierlo. Il Bronx era già famoso per le sue buche. Alcune sembravano dei piccoli crateri lunari che esponevano le infrastrutture della città. Con il disgelo, le strade si riempirono di ruscelli di acqua e le aperture diventarono sempre più ampie.
Era così anche una mattina di primavera, quando la squadra delle utenze ricevette l’allarme di una perdita in una conduttura del gas. Carlo e parecchi altri uomini si recarono sul posto. L’odore era forte. La prima cosa da fare era chiudere la valvola centrale della zona. Impediva al gas di circolare e anche agli abitanti degli edifici circostanti di cucinare o utilizzare il riscaldamento.
Per esporre la linea, i lavoratori scavarono un grande solco nella strada sotto il marciapiede dove credevano che ci fosse la giuntura danneggiata. Il suolo era pesante e umido. Carlo era solo. Era circa un metro e mezzo sotto il livello della strada. Inseriva dei lunghi tronchi di legno sotto i lembi di cemento lungo il canale per impedirgli di muoversi. Il terreno sul quale poggiavano i tronchi era scivoloso, fangoso e cedevole.
Carlo sentì muoversi il terreno lungo i lati della buca. Un rombo di terra e pietre in movimento riecheggiò e rimbombò per gli angoli del fossato. I sostegni di legno si incurvarono, cedettero e si spezzarono come stuzzicadenti. All’improvviso, una larga parte del marciapiede di cemento si inclinò e scivolò nel fosso, portando con sé cumuli di rocce e terreno. La placca era spessa trenta centimetri e lunga tre metri. Pesava quasi una tonnellata. Nel giro di pochi secondi Carlo venne sepolto. Terra, fango e pietre coprivano la sua faccia e il suo corpo. Il marciapiede pesava su lui con il peso di un elefante. Venne schiacciato. Per pochi, disperati momenti urlò chiedendo aiuto. Poi ci fu il silenzio. Nel tempo che i suoi colleghi riuscirono a far leva sul pezzo di marciapiedi e di detriti, era morto. Aveva 33 anni.

Anna era a casa. Fu un alto poliziotto irlandese a bussare alla sua porta e Claudia ad aprire. Questa si spaventò per l’uniforme e chiamò sua madre nel suo pesante dialetto siciliano. Anna si stava asciugando le mani sul grembiule. Diventò pallida mentre si avvicinava alla porta. Il poliziotto le disse cosa era successo. Non riusciva a capirlo. Chiamò un vicino perché li aiutasse. Immaginava qualcosa di terribile. In pochi minuti seppe. Svenne.
I giorni seguenti furono una serie di shock e confusione. Anna era in trance. Le sue figlie pensavano che avrebbero perso anche lei. Silvio seppe di Carlo il giorno seguente. Era appena stato nel loro quartiere e venduto ad Anna una cassetta di fragole fresche e alcune piante di basilico da mettere sulle scale antincendio. Le cattive notizie circolavano velocemente nella comunità italiana. Tornò quella sera per porgere le sue condoglianze e per offrire aiuto. La famiglia aveva qualche risparmio. Era sufficiente solo per coprire i costi del funerale. In pochi mesi, Anna divenne indigente.
Silvio ora aiutava una dozzina di famiglie nelle aree italiane ed ebree del Bronx con cibo gratis e vestiti. Aveva creato una rete di persone che si aiutavano tra di loro. Vennero in aiuto anche degli enti caritativi. Delle famiglie ricche che Silvio conosceva in posti come Scarsdale e Bronxville davano lavoro come giardinieri ai ragazzi e come sarte a donne e ragazze. Riusciva sempre ad avere libri scolastici gratis e penne, matite e moltissimi pastelli. Claudia voleva particolarmente bene a Silvio. Le portava fiori e caramelle. Si sentiva speciale. Pensava che anche lui lo fosse.
Con il passare degli anni, Silvio realizzò il suo sogno. Voleva un negozio nel North Bronx. Finalmente ne aveva trovato uno. Era il 1935. Suo padre e suo fratello erano con lui. I tre lavorarono per renderlo un successo. Un anno dopo, Silvio sposò Lucia. Nel 1939 nacque Ralph, il suo primo figlio. Gli anni ’30 furono anni difficili per Silvio e la sua famiglia, ma era tempo di progresso e, più di tutto, di opportunità per aiutare gli altri. Continuò a dare da mangiare a chi aveva bisogno di aiuto e ad assistere famiglie affinché potessero farcela in America.

Riusciva anche a mostrare devozione al suo Santo, San Silverio. Finanziò una sua statua nella chiesa locale di Little Ponza, costruì un altare speciale in suo onore, organizzava processioni, novene, messe ed eventi per raccontare la storia del Papa dimenticato. Credeva che il Santo avesse poteri speciali. Per lui, aveva fatto miracoli. Silvio sentiva che lo aveva salvato quando era naufragato prima di partire per l’America. Poteva raccontare per filo e per segno di altri incontri miracolosi del suo santo patrono con amici e parenti dell’isola.
Quelli che venivano da Ponza pensavano fosse il loro protettore. Silverio li proteggeva dal male, in particolare nel Nuovo Mondo. Era un posto straniero pieno di estranei. Non conoscevano né la lingua, né le usanze. Cadevano vittime di imbrogli, frodi, maltrattati o venivano, quantomeno, fraintesi. Silvio non faceva eccezione.
Gli italiani portarono molte competenze in America. Aiutarono a costruirla e a decorarla. Erano artigiani e artisti. Uno dei migliori clienti di Silvio era uno scultore di nome Lorenzo. Silvio lo chiamava “Il Maestro”, per rispetto delle sue capacità. Comprava la migliore frutta e verdura e non si preoccupava mai del prezzo. Voleva frutti rossi freschi, anche fuori stagione, e chiedeva che le migliori ciliegie e albicocche che arrivavano al mercato fossero consegnate a casa sua. Silvio faceva del suo meglio per accontentarlo.
Lorenzo contribuì a creare parte dell’arte più rilevante del paese. I suoi affreschi e sculture erano in edifici pubblici e privati da Boston fino alla capitale. Nessuno di essi portava il suo nome scritto. Era un artista dietro le scene che lavorava per gli altri. Veniva dal Piemonte, nel nord Italia. Era ben istruito e parlava una forma raffinata di italiano. Lorenzo era alto, molto bello, con i bei lineamenti di una stella del cinema. Era magro e in forma, l’immagine della salute e del vigore. Faceva attenzione a quel che mangiava, faceva regolarmente esercizio, non fumava mai ed era molto esigente sul suo aspetto. Lo scultore era poco più che cinquantenne. Aveva un sorriso spontaneo ma un atteggiamento arrogante. Amava andare a caccia di selvaggina di grandi e piccole dimensioni, ma la sua passione era la sua arte.

Al Maestro non piaceva vivere in America o con gli americani, li considerava ignoranti e maleducati. Criticava facilmente. Era venuto per fare soldi. L’Italia era piena di artisti come lui. Nel Nuovo Mondo la sua abilità era apprezzata. Poteva vivere bene, sostenere la sua famiglia e andare in Italia due volte all’anno. I suoi figli erano andati alla facoltà di medicina a New York e ora esercitavano a Manhattan. Lorenzo credeva nella sua famiglia e in se stesso, e questo era tutto.
Sebbene fosse un fiero ateo, Silvio lo convinse a creare una statua alta mezzo metro di San Silverio da regalare agli immigrati di Ponza durante la festa per il loro santo patrono il 20 giugno. Lo scultore ne fece tre dozzine. Erano stati creati con degli stampi di gesso che dipinse con i colori papali, il rosso acceso e l’oro. Silvio si accordò con un prete perché le benedicesse. Erano sacre.
Le effigi erano bellissime ma costose per i connazionali della classe lavorativa di Silvio, ma lui non riuscì a convincere lo scultore a ridurne il prezzo. Lorenzo riuscì a venderne solo qualcuna durante la festa. Quando sei mesi furono passati e ne ebbe vendute solo una dozzina, l’artista era furioso. Silvio si offrì di comprare il resto, ma Lorenzo era sopraffatto dalla rabbia. Maledisse Dio, Silvio, la gente di Ponza e, più di tutti, San Silverio.
Silvio arrivò alla casa dello scultore una domenica mattina di dicembre. Faceva freddo, ma c’era il sole. L’artista viveva a cinque isolati dal suo negozio nel Bronx. Aveva una bella casa unifamiliare; era recintata con degli alti pali di legno che assicuravano la privacy. Le finestre erano decorate con fioriere in pietra con immagini di cani da caccia e cacciatori che lo scultore stesso aveva scolpito.
Silvio aveva una cassa piena di frutta e verdura per sua moglie, Maria. Anche lei veniva dal nord dell’Italia e parlava un italiano perfetto. I settentrionali spesso guardavano con sdegno i meridionali, ma li tolleravano perché avevano bisogno dei loro servizi. Vedevano quelli che venivano dal sud dell’Italia come contadini e pescatori che sapevano a malapena scrivere il loro nome. Erano poveri, illetterati, ma non erano stupidi. Come Silvio, erano intelligenti, perspicaci e dei gran lavoratori. Amavano la vita e tutto quello che rappresentava. Credevano in Dio, la famiglia e il paese.

Silvio, fermandosi nel vialetto di accesso principale di Lorenzo, udì uno scoppiettio arrivare dal cortile sul retro. Sembrava come se qualcuno stesse stappando delle bottiglie di Champagne. Silvio la sapeva più lunga. Stava succedendo qualcosa di terribile. Era allarmato. Camminò silenziosamente verso il retro della casa. Suo figlio Ralph era con lui. Aveva quattro anni e mezzo. Strinse forte la sua mano. Silvio rimase vicino alle mura dell’edificio mentre voltava silenziosamente l’angolo per posare il suo sguardo su qualcosa che non avrebbe potuto immaginare neanche nei suoi peggiori incubi.
Seguendo il suono nefasto, vide qualcosa che non avrebbe mai potuto dimenticare. Sul prato, lo scultore era a circa cinque metri da una fila di oggetti dai colori sgargianti. Erano le statue invendute di San Silverio. Erano poggiate su delle scatole di fronte a un gruppo di alberi. Aveva un fucile, una carabina simile a quelle usate durante la Seconda Guerra Mondiale. Come un tiratore scelto, stava in piedi dritto, prendeva la mira e sparava a una dopo l’altra. Le stava distruggendo, Silvio ne era sconvolto. “Fermo!”, urlò allo scultore. Il piemontese abbassò la sua arma.
Si girò verso Silvio con il fuoco negli occhi. “Sono stanco del tuo Santo, della tua gente e del tuo Dio”, disse. Indicò le statue: “Questa roba è buona solo come bersaglio”, urlò. “Fermo!”, gridò Silvio. “Non puoi farlo. È un sacrilegio. Ti pagherò quanto vorrai ma, per favore, fermati”, pregò con le lacrime agli occhi. L’artista lo guardò freddamente. Girò la sua testa, alzò il suo fucile e prese la mira verso il cuore di ogni effigie. Lampi rossi di fuoco e nuvole di fumo esplosero dal fucile. L’aria era satura della puzza di zolfo ardente, il suono era assordante.
Le statue esplosero, facendo volare pezzi in tutte le direzioni. In pochi minuti erano un mucchio di gesso, e Silvio era sotto shock. Lo scultore abbassò la sua arma, guardò con orgoglio a ciò che aveva fatto. “Questo è terribile”, disse Silvio. “Hai disonorato me e, più di tutti, lui”, disse con gli occhi pieni di lacrime e rabbia. “Non mi interessa né del tuo Santo né di te”, replicò lo scultore. Silvio lo fissò.
“È buono, gentile e caritatevole. Fa miracoli. Silverio era un eroe e un martire. È vicino a Dio, ma quando qualcuno offende lui o la sua gente, morde”, disse Silvio. “Fai attenzione, morde, e morde forte”, disse serrando i denti. Silvio non era una persona che minacciava, eppure si sentì obbligato a dire queste parole come se a parlare fosse qualcun altro. Sembrava che un potere e una forza si fossero impossessati di lui. Stava tremando.
Lo scultore rise di lui. Alzò la sua arma puntandola verso Silvio. “Vattene dal mio cortile”, disse. “Non voglio più vedere te o qualcuno della tua specie”, disse l’artista con arroganza. Allo stesso tempo, Ralph aveva raccolto rapidamente le uniche parti delle effigi che erano rimaste intatte, le teste. Silvio le mise in una scatola. Erano reliquie di quel terribile mattino. Silvio entrò nel suo furgone. Lo scultore stava in piedi sulla porta con la sua arma sotto braccio. Rise così forte che Silvio riuscì a sentirlo fino a un isolato di distanza mentre si allontanava.

[E. Iodice. Il venditore ambulante e le vedove (4) – Continua]

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