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C’è dell’azzurro in Normandia (seconda parte)

di Annalisa Gaudenzi

Per la prima parte, leggi qui

La sera, tardissimo, recuperiamo al centro di Valognes un alberghetto sparuto, affacciato su una piazza sgombrissima di tutto. Pensiamo: Mamma mia, che desolazione! Invece, a cena, facciamo amicizia con una ilare famiglia di normanni: papà, mamma e due figlie, dolci e vivaci. Alla fine vengono coinvolti pure il cuoco e la cameriera: sono tutti gasati dal nostro essere italiani e noi altrettanto per l’apprezzamento locale (non ci capita spesso, da parte dei parigini). Condividiamo aneddoti e storielle, barzellette pure e scherziamo sulla reciproca politica. Dopo il commiato, a me viene lo scrupolo di leggere un mezzo foglio A4, appiccicato ramingo su un palo. E per fortuna! Perché è la comunicazione che l’indomani, alle 6:00, inizia il mercato annuale, un vide grenier (letteralmente svuota soffitte – NdR) di proporzioni notevoli. Ecco spiegato il deserto di auto! Spostiamo al volo la famigerata rossa e la mattina seguente ci gustiamo une brocante (*) assai meritevole, comprando una gallina di ceramica dipinta, due magnifici alari in ferro (con Marianne a decoro) e cibo in quantità, buonissimo, il tutto chiacchierando amabilmente coi venditori, quasi tutti principalmente agricoltori e allevatori del posto.

Rinvigoriti dall’ambiente vispo, conquistiamo dopo una manciata di chilometri la meta più seducente: l’Île Tatihou. Che io – con la mia solita abilità a storpiare – chiamo Tahiti. È invece un nome vichingo, come d’altronde quello del paesino molto grazioso (Saint -Vaast-la-Hougue), da cui si parte per raggiungerla. E si può: o scarpinare per circa 40 minuti, in galoche, approfittando della bassa marea e di un ambiente un po’ lunare, oppure utilizzare un barchino anfibio, buffo ma assai comodo.

Arrivati là, da fare ce n’è perché non è che l’isoletta sia esattamente passata inosservata. Tanto per cominciare dai volatili, che qua transitano al sicuro, in una varietà di ben 150 specie. E poi dall’Architettura (militare nello specifico), che in questo avamposto sulla Manica ha attecchito dal XVII secolo fino al Mur de l’Atlantique. Sobria ed elegante la Tour Vauban del 1694 è patrimonio UNESCO.

Molte le vicende storiche e gli eventi importanti, capitati su questa terra e su questo mare. E si intrecciano con quelle, minori e malinconiche, di coloro che l’hanno abitata per tutt’altre ragioni: i giovani del Centro di rieducazione, qua confinati.
C’è voglia di raccontare un po’ tutto e così, per chi vuole ascoltare: una visita al pregevole Musée Maritime, dotato di installazioni, mostre e soprattutto corsi originalissimi per i più piccini.

Gli ampi cieli di Normandia. La tour Vauban (dal nome dell’ingegnere, architetto militare) è in fondo, sulla sinistra della foto

Abbandoniamo l’isola nostro malgrado e per la notte approdiamo in un quello che all’esterno si presenta come un tipicissimo chalet svizzero (ex casino di caccia, dépendance di un superbo castello privato, nei paraggi), mentre all’interno squaderna puro stile marocchino, per volontà dei neo proprietari, francesissimi con la passione per il Maghreb. Restiamo un po’ interdetti: come se ci trovassimo nell’outback australiano e ci imbattessimo in una isba russa, per ritrovarci a dormire in un letto da pascià. Poco male, in fondo.

La mattina seguente, avendo ancora gran voglia di Normandia, ci rituffiamo a rinfrancarci a Barfleur, mitissimo paesino di ostricai, con case e casette in pietra, chiesa in legno e pietra, barche in legno. Il posto ideale dove ritirarsi a vivere, se si ama la pace.

Panoramica e pietà lignea nella chiesa di Barfeur

A seguire Cherbourg, porto famoso per le navi di emigranti verso le Americhe, in tempi in cui erano gli Europei a cercare il pane, ma frequentatissimo oggi per la Cité de la Mer (acquario e museo marittimo). La Città del Mare è spaziosa, interattiva, moderna, rimodernata recentemente e – coup de théâtre – ospita uno dei sottomarini nucleari Redoutable (classe Temibile – NdR), che – previa lunghissima fila – è possibile visitare anche all’interno.
Esperienza “incontournable”, imperdibile, la guida in cuffia assicura. E difatti lo è. Addentrarsi nei suoi meandri è appassionante, perché – come recita ancora la voce registrata – è «frutto di eccezionale ingegneria». Poi però, con altrettanta enfasi, sottolinea: «È un mezzo navale, carico di 16 missili a testata nucleare, con gittata 3.000 km, in grado di distruggere in pochi secondi…».
Oddio! Costruzione, distruzione…

All’uscita dalla full immersion, ho bisogno d’aria e con molto sollievo ci dirigiamo verso Auderville, la punta del Cotentin, la Normandia più selvaggia. Qua ci accoglie puntuale il Signor Vento, ma pure innumerevoli bovini, ruminanti placidi sui prati, quindi muretti ordinati a divisorio tra campi, due asini attivi e raglianti e naturalmente lui, il mare. Il Signor Mare. Nel quale potremo innalzare (o immergere) sommergibili strapotenti quanto ci pare, ma lui, se vorrà, ci soverchierà, sempre.
E, per non dimenticarlo, i saggi aderenti della locale associazione di soccorso marino hanno allestito (in un faro dismesso) una raccolta di testimonianze relative ai naufragi. La mostra è gratis e allora per sostenerli è bene acquistare al loro banchetto. Ecco qua la nostra borsa, perché, in fondo, l’umorismo ci salva sempre!

A questo punto, appagati da tanta natura (e simpatia) normanna, ci diciamo pronti per la meta più ambita: Mont Saint Michel.Sì, questa è un’esperienza davvero incontournable! Ed è come ce l’aspettavamo: lo spettacolo è magico, al punto che il suo charme non viene scalfito neppure dalla valanga di turisti che inonda questo cocuzzolo perennemente. Altro che alta marea! E si sopporta tutto: camminare per qualche chilometro sotto al sole, salire le viuzze appese (accaldatissimi!), comprare souvenir a prezzi fuori mercato, fare due ore di attesa per poter accedere ai luoghi sacri, tutto, perché alla fine? Sì. Ne vale la pena.

Tutto questo è bellissimo. Ma – a mio modesto parere – lo è infinitamente di più tornare con calma al barrage, cioè alla diga che è di fronte, a meno di 2 km. E mettersi lì – senza alcuna fretta – e sorseggiarsi il cambio di luce, mangiando un panino, osservando uno stormo che passa, e poi toh! Ma l’acqua lì prima non c’era, vero? Masticare un altro boccone e respirare quell’odore appena salmastro, poi bere per sete e gusto e rimirare il cielo. Quella stella, qual è? Ah, sì, mi sembra… Cercare pure un appoggio per la schiena, perché di andarsene non se ne parla, fare amicizia con gli altri viandanti, con cui condividi la fortuna di stare là quella sera… Poi farsi sfiorare dal Vento (sì, lui), un po’ di brividi, allora le coppie si stringono, baci, abbracci e tutti però tornano subito a guardare, perché non te ne stacchi, è magnetico Mont Saint Michel

Intanto è giunto pure il turno del tramonto e, quando si diffonde ancor di più, cambiano totalmente le prospettive, le proporzioni, la cattedrale sembra immensa e allora incantati a sorbirla, non vorresti finisse mai, ma non è possibile, il tempo scorre, correttamente, fluentemente e perciò giunge pure la notte. Le luci umane allora prendono un breve sopravvento, ma è riscatto di poco: tutto intorno domina sempre lei, la Signora Natura.
Eccolo, eccolo ogni tanto un posto dove l’uomo ha costruito senza distruggere, senza necessariamente distruggere i suoi simili e il creato. Sì, c’è. C’è.

 

Note

Tutte le foto di Francesco Chiaravalloti

(*) – Brocante – Mercatino dell’usato e delle antichità

***

Appendice del 24 ottobre (cfr. Commento di Sandro Russo)

La mappa della Francia con la denominazione aggiornata delle regioni (cliccare per ingrandire)

 

1 commento per C’è dell’azzurro in Normandia (seconda parte)

  • Sandro Russo

    C’è chi li odia… Io li amo molto i reportage di viaggi.
    In particolare questo in Normandia, in due puntate di Annalisa Gaudenzi.
    L’ho letto come la prosecuzione, per interposta persona, di quello mio in Bretagna, di qualche anno fa (estate 2016) [digitare – Un altro mare – in “Cerca nel sito”, in frontespizio: tre puntate).
    Se trovassimo un volontario per l’Hauts-de-France avremmo completato la Francia del Nord Ovest (le regioni francesi sono state recentemente rinominate – tra il 2015 e il 2018 – e penso che come a me, a molti non siano chiare; per gli incerti, riporto una mappa il fondo all’articolo di base).
    Tornando ai racconti di viaggio sono interessato e curioso di cosa attrae lo sguardo del reporter, dal momento che deve isolare, in tutto quel che vede, gli aspetti salienti. Perciò apprezzo anche “i doppioni”, cioè lo stesso viaggio raccontato da persone diverse. E la lettura racconta molto di chi scrive: interessi prevalenti, posizione etico politica, gusti e abitudini, letture pregresse.
    Il racconto di Annalisa era intrigante già dal titolo. A chi non ha ricordato la famosa frase “C’è del marcio in Danimarca” dell’Amleto di Shakespeare?

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