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‘The Duke’, da Venezia nelle sale

di Lorenza del Tosto

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Ai tempi d’oro del gruppo e del Magazine della scuola Mag-O, Lorenza aveva su Omero – Scuola di Scrittura in Roma, palestra di formazione per molti di noi – una sua rubrica dal titolo “Lost in translation”, in cui riversava in forma di scrittura la sua esperienza di traduttrice da inglese e spagnolo ai vari Festival in giro per il mondo e delle interviste cui partecipava con i più famosi registi e attori…
Questa è l’intervista del 5 settembre 2020 da Venezia 77 per la presentazione di The Duke, che presto vedremo nelle sale.
S. Russo

“Finalmente una bella commedia!” Con un grido di allegria la giornalista si accomoda al tavolo dove siedono Roger Michell e Nicky Bentham, regista e produttrice di The Duke, presentato fuori concorso al 77° Festival di Venezia e distribuito in Italia dalla Bim. Dirò ai miei genitori che è ora di tornare al cinema.” A tenerli lontani, a quanto pare, non è la minaccia del virus ma l’assenza di film insieme leggeri e profondi, di personaggi convinti, come il protagonista di The Duke, che il mondo, con l’impegno di tutti, può essere un mondo migliore.

La storia è molto inglese, di un tipo di Inghilterra di cui Brexit e Covid sembrano aver sfocato il ricordo: Kempton Bunton, eccentrico idealista di Newcastle, nel nord dell’Inghilterra, nel 1961 rubò il Ritratto del Duca di Wellington di Francisco Goya dalla National Gallery di Londra e chiese come riscatto l’esenzione dal pagamento del canone TV per i veterani di guerra.
“Una storia incredibile e io non ne sapevo nulla.” Esclama la giornalista stupita.
“Né io né nessun altro la conosceva” risponde Nicky Bentham seduta a bordo piscina del bellissimo Hotel Hungaria al Lido di Venezia “All’epoca aveva fatto scalpore: l’unico furto nella storia della National Gallery. Il quadro è sparito per quattro anni, credevano fosse opera della mafia italiana. Il governo inglese non ne è uscito bene e ha messo tutto a tacere.” Incredibile potere del potere.
“Ma è anche una storia sul lutto, sul modo di affrontare la perdita di un figlio”.

Roger Michell, regista, tra gli altri, di Notting Hill, annuisce in silenzio. Abbandonato sul sedile, osserva il mondo attorno con un’ironia gigiona negli occhi che lo accompagna da ieri, da quando è arrivato al Lido e si è presentato alle interviste TV in compagnia di Jim Broadbent, l’attore protagonista nel ruolo di Kempton Bunton.
Entrambi non più nel fiore degli anni, se ne stavano allegri, storditi dal fervore della vita dell’Hotel Hungaria dove, nel rispetto del distanziamento sociale, con una nota eccentrica in linea con il film, letti sontuosi sono disposti, qua e là, nella terrazza a modo di grandi sedute. Fa una certa impressione sedercisi con noncuranza, sebbene l’invito sia chiaro: far convivere il pensiero della malattia con quello della socialità. Se virus deve esserci, prendiamo le nostre cautele, ma restiamo insieme. 

Ieri, seduti affiancati davanti alle telecamere, regista e attore osservavano le reazioni entusiaste dei giornalisti dopo la prima proiezione pubblica del film finito di girare a febbraio e montato durante il Covid. “Un tempismo perfetto” diceva Roger Michell “Gli studi del montaggio erano deserti, ci andavo in bicicletta, eravamo solo io e il montatore”.
E da questa pace forzata è uscito un montaggio curatissimo, che intreccia i tanti risvolti del film con un ritmo perfetto di pathos e commedia condito dall’uso dello split screen delle Ealing comedies, le commedie di satira sociale degli anni ’60 a cui il film si ispira. D’altronde sono tanti i film arrivati a Venezia freschi di montaggio, pane appena sfornato, per approfittare della breve finestra di vita e di contatto umano offerta dal Festival.

Ieri davanti alle telecamere e oggi con la stampa scritta, Roger Michell sembra più un osservatore che un intervistato, come se queste non fossero interviste ma le prove di uno spettacolo allestito per lui.
Cosa è che osserva? Ci chiedevamo ieri ed è adesso, seduti a bordo piscina, che d’un tratto, capiamo: come un mago demiurgo osserva il potere del suo film di sconfiggere l’oblio: in questi tempi di morte, Kempton Bunton è tornato a vivere. Quando la giornalista, a intervista conclusa, si alza sorridendo e dice. “È stato bello conoscere una persona così gentile. È bella la gentilezza”, non è al regista né alla produttrice, pur gentilissima, che si riferisce né a Jim Broadbent che, con i suoi modi pacati e lo sguardo stupito alla Stanlio, è dovuto ripartire e ha lasciato il Lido. La persona gentile è Kempton Bunton che è uscito dallo schermo e ora è qui con noi: basterà voltarsi e lo vedremo agitare il suo striscione e lo sentiremo profferire i suoi discorsi in nome di un mondo più giusto.

Per questo sorride gigione Roger Michell. Per la voce che ha dato ad un uomo che aveva un grande bisogno di esprimersi e ora ha finalmente il pubblico che ha sempre cercato, grazie alla magia collettiva di produttrice, sceneggiatori, attori e regista: la magia collettiva del cinema.

In tempi in cui la rassegnazione sembra regnare sovrana, i giornalisti accorrono per avere notizie di questo novello Robin Hood: un autodidatta che, in un mondo di miseria e ignoranza, quale era il nord povero dell’Inghilterra degli anni ’60, dove gli swinging ’60s sarebbero arrivati molto più tardi, conosce Shakespeare, Dostoevskij e Cechov. Un idealista incapace di tenersi un lavoro per la disperazione di sua moglie Dorothy, una magnifica Helen Mirren, con cui ha avuto tre figli. Ma la più grande è morta in un incidente di bicicletta che lui, il padre, le ha regalato. Dorothy si ammazza di lavoro, come donna delle pulizie, per non affrontare il dolore. Kempton, invece, affronta il lutto scrivendo commedie che manda regolarmente alla BBC, mucchi e mucchi di commedie che non verranno mai realizzate, e scrive diari dove riversa la sua esistenza e le sue battaglie. Ora i diari, che nessuno ha letto, e le commedie, che nessuno ha realizzato, sono alla base del film .

Roger Michell stesso è sorpreso dalle reazioni di entusiasmo suscitate dal suo Kempton. Dall’aura che il suo cinema gli ha conferito. “Attenzione con la nostalgia” dice ridendo “erano tempi duri, nelle case si moriva di freddo, Kempton è una cara persona ma non è certo un santo, un adorabile mascalzone magari, sua moglie doveva rompersi la schiena per mandare avanti la famiglia, pontificava e aveva sempre da dire su tutto, abbiamo trovato il giusto equilibrio tra il buffone e l’idealista”. Ricorda che anche in Italia, nell’arte del Rinascimento, nell’arte veneziana, ci sono stati grandi attacchi al potere, la protesta non è solo arte britannica, ma poi lascia fare e ascolta ammirato i commenti, i rimandi e le reminiscenze che l’eccentrico Kempton risveglia nelle menti vivide dei giovani giornalisti.

Annuisce, ammirato dalla sua arguzia, quando una giovane giornalista afferma che il testo dei magnifici sceneggiatori risente di Beckett, di Vladimiro ed Estragone, i due personaggi dell’eterna attesa di Godot. E che è indubbio che nel personaggio di Dorothy ci siano influenze della Sonja dello Zio Vanya di Checov.
Helen Mirren ha interpretato a teatro il personaggio dimesso di Sonja, ma sullo schermo questo è un ruolo davvero insolito per lei.
“Non la spaventava mostrarsi povera e vecchia, con le unghie rovinate, a sfregare bagni in una sorta di nevrosi, per scacciare il ricordo della figlia morta. Ha fatto il possibile per farci dimenticare i suoi ruoli da regina” – dice Roger Michell e ridendo aggiunge “Solo una volta è venuta a trovarla la sorella sul set e le ha detto: “sei sta bravissima: un’interpretazione regale” e io stavo per ucciderla, ma si sa le sorelle trovano sempre questi modi sottili per colpire e affondare.”

“Su Dorothy avevamo poco materiale, ma gli sceneggiatori hanno fatto una ricerca stupenda” racconta Nicky Bentham la produttrice alta, sorridente, riservata, “la cercatrice d’oro che ha trovato la pepita preziosa di questa storia” l’ha presentata Roger Michell. E sarebbe interessante davvero che una volta, alle interviste, partecipassero anche loro: gli sceneggiatori geniali e sempre dimenticati.

Comunque un giorno Nicky ha ricevuto una mail dal nipote di Kempton, il figlio di suo figlio. Poche righe in cui riassumeva la storia, ipotizzando che potesse essere di un qualche interesse per un film. “Sembrava una storia troppo bella per essere vera “ sorride Nicky “e invece non solo era vera, ma la famiglia aveva tutti gli scritti di Kempton, da mettere a disposizione. E in tribunale erano conservati i resoconti del suo processo. C’era fin troppo materiale.”

Si sono divertiti a ricreare gli anni ’60 nell’Inghilterra settentrionale e il terribile accento inglese del nord che tanto spaventa gli attori. Perché, come spiegano regista e produttrice, anche i grandi attori hanno paura, anzi più sono grandi più hanno paura: sul set tutti sanno che sono strapagati e gli tengono gli occhi addosso: “vediamo se li vali davvero i soldi che chiedi”. Hanno paura i grandi attori e vogliono che il regista li aiuti. Eccome.

A interviste finite, Roger Michell sorbendo l’aperitivo tra i letti sontuosi disseminati qua e là, osserva i giornalisti che si allontanano. Le opere di Kempton non sono mai state realizzate, sua figlia è morta a 18 anni, ma non è a questo che i giornalisti pensano, lutto e fallimento riscattati dalla forza potente della storia.

Grazie al cinema, che il Covid non ha ucciso, Kempton Bunton è tornato a vivere pieno di energia e di possibilità. A noi sembra di vederlo tra i letti sontuosi e la facciata coloratissima dell’Hotel Hungaria, ci strizza l’occhio intento a scrivere lo striscione della sua nuova causa per un mondo migliore (l’indipendenza della BBC che il Governo inglese, stufo delle critiche, vorrebbe privatizzare?).
Kempton ci strizza l’occhio: gli idealisti hanno lunga vita, più lunga dei cinici e dei pessimisti. È arrivato anche il Covid a ricordarci quanto dipendiamo gli uni dagli altri e di sicuro Kempton Bunton non vorrà mollare proprio adesso.

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