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C’è dell’azzurro in Normandia (prima parte)

di Annalisa Gaudenzi

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Questo agosto, con mio marito, ci diciamo che la Normandia non può più attendere. Covid o non Covid.
Da Parigi (dove abitiamo) si parte armati di una gran sete di evasione, senza guide tradizionali e una poco avventurosa (ma economica) Nuova Fiat 500, che i noleggiatori ci assegnano rossa brillante, convinti di far contenti noi italiani.

Prima tappa Jumieges, che io continuo scherzosamente a chiamare Jumangi, traviata dal più noto film hollywodiano. Ma – al suo cospetto – lo stupore mi zittisce.
È un complesso monastico abbandonato, dove il bianco grigio della pietra fa stacco sul verde vivido dei prati, da scampagnata, e su un cielo per scrivere pensieri.
Si gira in un’ora, godendosi gli alti fusti e la storia delle rovine, il che fa riflettere – quasi inevitabilmente – su quanto l’essere umano sia capace di costruire meraviglie e poi altrettanto di distruggerle.

Da lì rotta per Rouen, che i francesi costipano molto, sicché la pronuncia somiglia molto a “Roà”. Città densissima. Di gente, di commerci, di arte. Ma non solo.

La Cattedrale di Rouen illuminata durante lo spettacolo notturno

La sera, mentre ci troviamo seduti in una piazza affollata di orchestrine e bistrot, risate e gourmet, il mio sguardo finisce sotto una volta monumentale, buia, sporca, dove riparano pure disgraziati e reietti. Intravedo delle lettere, cubitali, piantate nel marmo. Ne sono attratta. E comincio a rincorrerle, dietro le colonne, e finalmente, quasi per magia, la scritta si compone: «Oh Jeanne, sans sépulcre et sans portrait, toi qui savait que le tombeau des héros est le coeur des vivants».
“Oh Giovanna, senza sepolcro e senza ritratto, tu che sapevi che la tomba degli eroi è il cuore dei viventi”.
Giovanna d’Arco, l’eroina prima osannata dai cattolici come liberatrice dagli oppressori inglesi, poi tradita dai suoi stessi compagni. E venduta ai nemici. Fino a che, nel 1431, a soli 19 anni, viene arsa viva. Là, esattamente là, proprio in quel punto.

Foto Rouen. Una scritta dedicata a Giovanna d’Arco

Mi sorge una domanda: tanta incuria nei confronti di un luogo così mitico denota disinteresse?
Sbaglio. E di grosso. Ed è la stessa Cattedrale di Rouen a darmi lezione: proiettato sulla sua facciata (la più alta di Francia e forse la più bella) uno spettacolo magnifico!

Trenta minuti di coloratissimi cambi d’abito, ottenuti grazie ad un sapiente gioco di illuminazione, assai calibrato, che ci fa balzare dentro epoche diverse e ambienti fatati, con la musica giusta a sottolinearlo.
Il video che propongo dà un’idea, ma non rende giustizia, si perde infatti il senso di “gigantesco” che trasmette la cattedrale, specie se si combina con la luna (magari piena) che sbuca al suo fianco. E noi al cospetto… esserini.

Con le dovute eccezioni, però! Tipo Giovanna d’Arco, a cui la kermesse (scopro) è dedicata, mostrando sul finale un collage di donne, moderne, tradizionali, anziane, bambine, francesi, straniere, che dicono sorridendo «Io sono Jeanne» o «Io anche sono Jeanne!», oppure «Noi pure siamo Jeannes». Perché Giovanna è un modo di essere. È lo spirito, è la libertà della Donna, è il suo coraggio, in qualsiasi secolo o latitudine.

Video da Youtube – Proiezione sulla facciata della Cattedrale di Rouen dell’agosto 2020

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La mattina, via presto a Le Havre, motivati ad assaporare un patrimonio UNESCO, riconosciuto per via dell’eccezionale architettura e urbanistica del Dopoguerra. Sinceramente, non ne usciamo particolarmente entusiasti, anche se in effetti la città pulsa di razionale e di una sua bellezza onesta e offre un porto estesissimo (sull’estuario della Senna), che movimenta migliaia di container, fasciati da un vento onnipresente.

Foto Le Havre… non ne ho

Attraversiamo rapidi il Pont de Normandie (60 metri di altezza, opera dai molteplici record ingegneristici) e giungiamo all’altro capo, ossia a Honfleur, che è agli antipodi non solo logistici. Si conserva infatti bel paesino di pescatori, dove una chiesetta in legno – chissà come sopravvissuta agli incendi – mantiene salda la memoria di una vita rude ma non avara. Meta privilegiata degli appassionati di ostriche (e champagne, ma anche ottimo vino e saporitissimo sidro), il conto a fine serata giunge abbastanza esoso, ma d’altronde i pescatori si sono trasformati nel frattempo quasi tutti in agguerriti ristoratori.

Statue nella chiesa di Hornfleur

Il meteo ci supporta gagliardo e ci dirigiamo spensierati verso Étretat e le sue incantevoli falesie. In verità, non sono facili da guadagnare o almeno da dove ci siamo ostinati noi, seguendo fiduciosi una comitiva di danesi. Una scarpinata sotto il sole cocente (eh sì, capita pure là, in estate) e soprattutto inondati dalla polvere di una mietitrebbia, che sembra corra apposta pur di ritrovarsi al nostro fianco. Niente! Almeno 3 giri ci siamo sorbiti, finché, finalmente, eccole! Appaiono loro: gigantesche e imperturbabili, a strapiombo, bellissime, immerse nel blu, con spiagge punzecchiate di rari turisti. Il Signor Vento anche qua non demorde (beh, si vede che ha molti messaggi da portare, in Normandia…).

Le falesie di Étretat

Ripartiamo e attraversiamo serrati Deauville, meta chic dei parigini, sorvolandola, perché di coste iper costruite ne abbiamo a iosa pure noi, in Italia, quindi raggiungiamo Caen (stesso discorso sulla pronuncia di Rouen), per scoprire il suo magnifico castello, un maniero possentissimo, da dove i duchi normanni intraprendevano battaglie ardite mentre oggi è occupato da famigliole col passeggino, da corse col cane, da combriccole di adolescenti.

Château de Caen

Dopo cena non incontriamo quella che si direbbe “bella gente”, piuttosto molta droga, e così – mentre mio marito si carica le valigie e sale in albergo – mi capita una curiosa avventura.… Eh sì! Sto infatti industriandomi a parcheggiare il nostro bolide rosso (l’italica 500), che dal mio finestrino abbassato sento grasse risate e musica alta. Mi volto: un’auto piena di ragazzotti che mi fissa e annuisce. Io raggelo: si sono piazzati talmente rasenti che la mia portiera è bloccata. In quei pochi secondi maledico (dentro di me) di tutto, finché loro mi sfottono per la mia manifesta imbranataggine in fatto di retromarcia e ripartono allegrotti. Che potere la suggestione!

I tre giorni che seguono rappresentano il clou per mio marito: i luoghi dello Sbarco e della II Guerra Mondiale. Se pure per voi è così, sappiate che qua potrete sbizzarrirvi (io non amo la guerra e non riesco ad esaltarmi di fronte alle sue molteplici varianti, comprese quelle di formidabile ingegno). In ogni caso, ci sono ambienti, guide, percorsi, filmati, musei, reperti, associazioni locali e internazionali, che conservano e tramandano con estrema precisione la mappatura esatta degli eventi e tutto quanto occorra per non dimenticare.

Qualche nome: Omaha, Utah, Arromanches, Juno, Bayeux, Sainte-Mère-Église (a proposito: leggete la storia vera, quella vera!, del paracadutista (*).

Sainte-Mère-Église. Il monumento al paracadutista

Comunque l’atmosfera in questi ambienti non è plumbea, nonostante la drammaticità incontrovertibile di ciò che narrano. Ci sono ovunque chioschi e gente che si ristora, altri in comitiva, chi in bici, chi in moto, molti genitori coi bimbi rosei e pieni di vita.
Diversa – profondamente – è la sensazione che provo ai numerosi cimiteri di guerra.

Certamente spicca quello americano, a Colleville-sur-Mer, immenso, con croci immacolate, di un marmo luminosissimo, dove entri e segui i percorsi, in silenziosa, copiosa fila indiana, dove migliaia di tombe sembrano senza fine, a cui non ci si abitua e non si deve abituare, dove riposano i nostri eroi, quelli che ci hanno portato la libertà. Quelli cui va l’onore e la gloria. E a noi il dovere di ricordarli.

Cimitero di guerra di Colleville

E degli altri, dei nemici, invece… che dire?
A La Cambe, allora. E lo strazio prende una forma diversa. Se la guerra è follia, questa è l’apoteosi della follia.
Innanzitutto il luogo non si affaccia su un mare illimitato come l’altro, ma su una provinciale con echi di frenate e motori. Questo porta ad accedere spediti e lo si fa attraverso un porticato cupo, cupo come un’espiazione, mentre di fronte si apre un prato altrettanto cupo. E qua, sì, ci sono loro, i nazisti.
Le stesse croci, d’altronde, non danno adito ad equivoci: sono nere. Come il peccato. E sono piantate a grappoli, di cinque insieme, come se le anime in pena avessero bisogno di tenersi strette, nell’oscurità, nell’inferno dove molti hanno loro augurato di finire.
Ma siccome a La Cambe nessuna tomba è protetta da cordoli, per pietà mi avvicino e le sfioro, con le dita o con le idee, e scopro chi le abita: tanti, tanti davvero sono nati nel 1924, ’25, ’26, finanche ’27. Quindi: morti a 17 anni. A diciassette anni. Per cosa, poi? Per quale ratio o beneficio?
La suggestione. Che potere…

Cimitero tedesco di La Cambe

Tutte le foto di Francesco Chiaravalloti (monsieur Sciaravlotì), eccetto Château de Caen (packshot-fotolia)

(*) – Durante l’operazione Overlord, il soldato John Steele rimase impigliato con il paracadute al campanile della Chiesa di questo piccolo borgo. L’episodio, ripreso nel film “Il giorno più lungo”,  rese celebre il paracadutista. E’ un film di guerra del 1962 (The Longest Day), basato sull’omonimo saggio storico del 1959 di Cornelius Ryan sullo sbarco in Normandia. Prodotto da Darryl F. Zanuck fu girato da vari registi di nazionalità inglese, americana e tedesca (N.d R.)


[C’è dell’azzurro in Normandia (1) – Continua]

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