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0024-024 2009-07-19_12-33-04 k2-23 v5-3a vb-24a Una delle volti delle camere delle grotte di Pilato

Il venditore ambulante e le vedove (2)

di Emilio Iodice

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Tratto dal libro:
Attraverso il tempo e lo spazio: Cronache di Coraggio,
Speranza, Amore, Perseveranza e Leadership.
Storie per noi, i nostri figli e nipoti (in italiano)

Il quartiere era il rifugio di migliaia di immigrati dall’isola di Ponza, dove Silvio era nato e cresciuto. Lo avevano stabilito a New York, la città delle città.

Little Sicily, Little Naples, Little Odessa, Little Shanghai e Little Dublin crescevano sulle rive dell’Hudson. I coloni stavano creando un’enclave di consuetudini e alimenti mentre imparavano e mantenevano la fede in una delle aree metropolitane più grandi della terra. Si poteva andare in ogni parte della città e trovare masse che parlavano dialetti di lingue in via d’estinzione e ascoltare lingue moderne che andavano da una parte all’altra della terra. Non esisteva nessun posto come il “melting pot” di New York con i suoi infiniti quartieri etnici. Silvio visse e prosperò in uno di questi.

Little Ponza brulicava come un alveare di italiani che venivano da un’isola che prendeva il nome da Pontius Pilatus (Ponzio Pilato). Aveva governato sul piccolo arcipelago prima di recarsi in Palestina e diventare un simbolo di intolleranza e indifferenza.
La linea di demarcazione di Little Ponza nel South Bronx era Morris Ave, la strada principale del quartiere. La comunità si estendeva per diverse miglia in varie direzioni da oltre la East 149th Street, arrivando vicino allo Yankee Stadium e dal 3rd Avenue Bridge fino alla East 138th Street. Era la frontiera di Manhattan. Era un’area ampia e movimentata in costante crescita, mutazione e reinvenzione, ma soprattutto, ospitava persone che venivano da Ponza e parlavano un dialetto del napoletano. Erano principalmente pescatori e contadini, si trovavano in America per sopravvivere e garantire una vita migliore ai loro figli. La popolazione di Little Ponza era grande quanto quella di una piccola città degli USA.

Silvio iniziò il suo viaggio americano recandosi al Bronx Terminal Market che si trovava vicino a dove viveva. Era il posto che nutriva una parte di New York che era più ampia di Boston. Qui, a sedici anni, contrattò per affittare un cavallo e un carro e comprò sacchi di patate e cipolle e cesti di frutta e verdura. Comprò tutto a credito, con la sua parola e la promessa di restituire il doppio dell’affitto e del prezzo di quello che aveva comprato. I grossisti erano affascinati da questo ragazzo. Indossava lo stesso cappello nero, la stessa maglietta bianca, gli stessi pantaloni grigi e gli stessi stivali che aveva indossato durante il suo viaggio attraverso l’oceano. Era audace, ambizioso e determinato. Silvio aveva un piano. Conosceva i suoi obiettivi e come raggiungerli. Vedevano successo, onestà e sicurezza nei suoi occhi. Avrebbe dimostrato che non si sbagliavano.
Alla fine della settimana tornò al mercato. Pagò i suoi conti. Diede agli uomini che avevano creduto in lui quello che aveva promesso. Venne a crearsi uno speciale senso di fiducia che sarebbe durato mezzo secolo.

Cominciò la sua vita nel Nuovo Mondo come venditore ambulante. Guidava il suo carro nelle aree italiane ed ebree della Grande Mela. Silvio arrivava in un quartiere e fermava il suo carro. Cantava, con la sua tonante voce napoletana, di quello che aveva da vendere quel giorno. Alle patate, cipolle, frutta e verdura, cominciò ad aggiungere olio di oliva, formaggio e praticamente qualsiasi cosa che il suo cavallo potesse trasportare.
Li trasportava insieme a bilance, borse e bottiglie d’acqua e, talvolta, qualche gallone di vino e bottiglie di champagne fatte nelle cantine di Little Ponza. Questi erano per clienti speciali. C’era il proibizionismo ed era difficile per gli italiani vivere senza il loro vino. Talvolta un poliziotto o due, che erano amici, passeggiavano per assaggiare un po’ dell’“acqua santa” di Silvio.
Gli edifici erano costruiti l’uno vicino all’altro e sembrava che si sostenessero a vicenda. Sembravano decorati con cuscini, lenzuola, copriletto e vestiti umidi appesi alle finestre e alle scale antincendio. Tende colorate proteggevano le facciate dei negozi da sole e pioggia, ombrelli coprivano carretti e chioschi di hot dog.

 

I clienti uscivano dai palazzi. Avevano cesti di vimini e pentolame da riempire. Alcuni calavano una corda con un secchio.

Altri aspettavano che uno dei tanti ragazzi che lavoravano per Silvio portasse su per le scale e nelle case una cassetta di legno piena di merci. In ogni caso, pagavano e ringraziavano il giovane che portava loro il cibo di cui avevano bisogno al prezzo più basso possibile. Silvio dava da mangiare a centinaia di persone ogni mese. A volte guadagnava bene. A volte no. Alcuni clienti pagavano. Molti non potevano.

[E. Iodice. Il venditore ambulante e le vedove (2) – Continua]

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