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foto-0003 e-07 h-23 20 prove-con-giancarlo-nicotra Idraulica antica: galleria drenante

La hija de un ladrón, di Belén Funes

di Lorenza del Tosto

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Al primo sguardo di questa entusiastica recensione di Lorenza, quando ho letto di isole dove vanno i film dimenticati dalle distribuzioni, ho pensato che fosse perfetto per Ponzaracconta.
Poi il racconto va in tutt’altra direzione, ma le cine-dritte della nostra amica sono sempre originali e non si possono perdere.
S. R.

Deve esserci un’isola, forse un arcipelago, pensiamo uscendo dal cinema Farnese, dove approdano i film bellissimi che non trovano una distribuzione. Isole lussureggianti piene di sentieri e di ampie radure, di climi variegati e di suoni naturali adatti al pensiero, al sogno, e ai progetti di vita. Perché ci è venuto il sospetto, quasi la certezza, mentre percorriamo, in compagnia dei nostri amici, le stradette accanto a Campo dei Fiori che il Covid ha provveduto a svuotare, che i film non distribuiti sono quelli che ti fanno fermare a pensare, e magari a progettare un pezzetto di vita migliore. Sì, deve esistere questo arcipelago generoso dove speriamo sbarchi il film che abbiamo appena visto nell’ambito del 13° Festival del cinema spagnolo e latinoamericano: La hija de un ladrón di Belén Funes.
In patria ha vinto il Premio Goya Miglior Opera Prima. E la presentatrice al Farnese ha avvisato il pubblico, in un suo personalissimo slancio di malinconia, che “purtroppo molti autori che vincono il premio per l’opera prima, poi non riescono ad andare avanti.” Speriamo davvero non sia il caso di Belén Funes.

La hija de un ladrón non è commerciale” dice uno dei nostri amici all’uscita, scuotendo la testa. “Non avrà una distribuzione. La gente non vuole vedere un rapporto così duro tra padre e figlia”.
A noi è sembrato stupendo, uno di quei film che continua a crescere dentro e non riusciamo a levarci dagli occhi la protagonista: Sara la giovanissima ragazza madre interpretata da Greta Fernández (Concha de Oro come Migliore Attrice al Festival di San Sebastián), figlia, anche nella realtà, dell’attore che interpreta il ruolo del padre: Eduard Fernández.

Ci sfilano davanti agli occhi i loro momenti insieme: seduti al bar uno di fronte all’altra, a mangiare un panino in silenzio, o nella cucina di lei dove il padre prepara una camomilla. La paura della figlia per il male, anche fisico, che il padre ha provocato a lei e al fratellino e insieme il suo bisogno di credere che quel male non ci sia mai stato. Gli occhi di Sara che vedono chi è il padre: la sua miseria, il suo fallimento umano, la sua pochezza, il pericolo che comporta la sua vicinanza, eppure quel suo vedere, quel suo capire non riescono ad estirpare l’affetto e il bisogno di una vita normale.
Non a caso a chiunque le chieda: chi sei? Lei risponde: una ragazza normale, per cui è possibile una vita di famiglia, una vita insieme dove si può contare ognuno sull’aiuto dell’altro.
Il film non racconta gli antefatti, non si sente in dovere di spiegare nulla. Eppure nella danza meravigliosa dei gesti e degli sguardi, nei dialoghi essiccati che dicono tutto, nella relazione della ragazza con il suo piccolo bebè, con il fratello che vive in un centro di accoglienza, e con chiunque incontra, noi capiamo tutta la storia, non c’è bisogno di sapere quando sono intervenuti gli assistenti sociali, perché i protagonisti, che vivono nella periferia di Barcellona, parlano castigliano e non catalano e quale rapporto lega Sara al ragazzo con cui ha avuto un figlio.
“Ma perché dici che non troverà una distribuzione?”, ci accaniamo a chiedere all’amico che continua a scuotere la testa.


Il sapore che lascia il film, la sensazione che proviamo adesso, nelle strade del centro dove si accendono le luci calde delle sere d’autunno, non è disperazione, piuttosto un senso di riscatto, un invito alla tenacia e al coraggio, se la famiglia non ha funzionato, si va avanti lo stesso: c’è un senso immenso di solidarietà e di amicizia tra colleghi, tra coinquiline occasionali, tra ex amanti. Se qualcuno ti fa male puoi allontanarlo, senza smettere di amarlo e di perdonarlo. La vita è un’avventura difficile ma meravigliosa, e attorno troverai sempre gente disposta ad aiutarti, tu metticela tutta, apri il tuo cuore e proteggilo dall’amarezza.
Un invito che allarga il cuore e lo fa ballare, lo libera dalla paura e dal sospetto che ci vengono iniettati come un virus ogni giorno.

Stupenda la scena finale durante il processo con cui Sara chiede la custodia del fratello. Quando l’avvocato donna che difende il padre le chiede, domanda di rito: “Cosa pensa di poter dare a suo fratello?”, Sara ci inchioda alla poltrona con una tensione dentro, un’ansia nel cuore, perché non parla, vorrebbe dire la parola amore, ma le si riempiono solo gli occhi di lacrime e resta in silenzio. Anche questo capiamo senza che nessuno ce lo dica.

“Possibile che l’emozione pura sia troppo intensa, troppo tutto, perché la gente voglia vederla?” Continuiamo a chiedere, ma i nostri amici ora hanno smesso di ascoltarci e parlano tra loro davanti ad un bicchiere di vino.
Non ci resta che sperare che ne ”L’Arcipelago dei film mai distribuiti” a La hija de un ladrón, ai suoi gesti, ai suoi occhi, al suo coraggio, sia assegnata un’isola d’onore, piena di approdi per spettatori disposti a correre il rischio di sentirsi dentro un pezzetto di vita migliore.

1 commento per La hija de un ladrón, di Belén Funes

  • Annalisa Gaudenzi

    Recensione affascinante: cercherò questo film!
    Ma voi, di Ponza Racconta, se partite per un’escursione all’Arcipelago dei film mai distribuiti, per favore non lasciatemi a terra…

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