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Viaggio ai confini del confino

a cura di Fabio Lambertucci (rielaborazione di un articolo di Marco Bracconi) 

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Gentile Redazione di “Ponza racconta”,
vi propongo l’articolo “Viaggio ai confini del confino” del giornalista Marco Bracconi apparso sul “Venerdì di Repubblica” del 1° giugno 2018.
F. L.

Viaggio ai confini del confino
di Marco Bracconi 

Non solo Ponza o Ventotene. Sono tante le “isole” in cui il fascismo spediva gli oppositori. La storica Anna Foa, autrice de “Andar per i luoghi di confino” (Il Mulino, 2018) è tornata sulle loro tracce.

La storica Anna Foa

San Demetrio (L’Aquila)
“D’un tratto, intorno alle due del pomeriggio, l’uccellaccio atterrò e la folla cominciò a battere le mani: sono riusciti a liberare il duce nostro!”
Il volatile che il 12 settembre 1943 passa sopra la testa di Cesira Fiori è una cosiddetta “cicogna” un leggero velivolo tedesco. Ora che è ripartito, a bordo c’è anche un italiano, appena liberato dal rifugio sul Gran Sasso dove il maresciallo Pietro Badoglio, nuovo capo del governo, lo ha spedito dopo l’armistizio dell’8 settembre. Anche la maestra Cesira, una che era comunista che più comunista non si può, è tornata libera da poco. L’italiano a bordo dell’uccellaccio di nome fa Benito Mussolini e l’ha tenuta al confino per quasi dieci anni: Ponza, Ustica, Maratea e infine qui a San Demetrio, tremila anime piantate tra montagne lontane da tutto meno che dall’Aquila fascistissima. 

Fieseler Fi 156 C-1 “Storch”(Cicogna). (Museo Storico dell’Aeronautica Militare Italiana di Vigna di Valle, Bracciano, Roma.
Foto di Fabio Lambertucci)

Siamo venuti in Abruzzo con in mano il libro Andar per i luoghi di confino (Il Mulino, 2018) e in compagnia della sua autrice, la storica Anna Foa (Torino  1944) perché è un saggio ricco di Storia e di storie come quella della signora Fiori, che resterà nei luoghi della sua prigionia diventando per volontà del Comitato di Liberazione Nazionale, il primo sindaco del paese. Un libro-mappa che ci conduce di isola in isola ma anche negli angoli meno noti dell’entroterra, in quei borghi stabiliti dal potere come non-luoghi per tutti coloro che meritavano separazione, distanza o castigo.
Disegnare la rete dei luoghi del confino e dei relativi confinati significa anche lasciarsi dietro le spalle tanti luoghi comuni sul Ventennio” dice Anna Foa (*)Il primo di questi è il predicozzo sulla dittatura “dal cuore d’oro” che mandava gli oppositori “in vacanza” invece di destinarli ai forni crematori”.
Un fake cialtrone e infedele, costruito dalla propaganda fascista che Foa liquida usando le parole scritte dal filosofo e storico Carlo Rosselli (1899-1937, teorico del “socialismo liberale”, assassinato in Normandia assieme al fratello Nello da una formazione eversiva di destra francese) durante il confino a Lipari: – In una cella l’impossibilità di fuggire è evidente e il sacrificio più netto. Il confino è invece una cella senza muri, tutta cielo e mare: funzionano da muri le pattuglie dei militi.
Muri di “carne e ossa”, allora, perché il confino è ladrocinio di corpi sequestrati, radici estirpate a forza, arbitrio elevato a regola senza la sua eccezione: – Qui a San Demetrio, a pochi passi da questa casa dove abitò Cesira Fiori, arrivò un artigiano romano che si era macchiato della colpa di aver spostato un busto del duce in bagno, perché nel magazzino non c’era più posto. Si prese cinque anni di confino.
Alla fiera del grottesco che sempre si accompagna alla tragedia del totalitarismo si iscrive d’ufficio il confino affibbiato ad un tappezziere, reo di aver venduto sottocosto la mussolina (tessuto molto leggero) ma anche il divieto imposto al socialista Sandro Pertini (1896-1990, settimo presidente della Repubblica Italiana dal 1978 al 1985 – N.d.A.) durante il breve confino a Ponza di salutare per strada i suoi amici.
Ci sarebbe da ridere se il senso del ridicolo non depistasse dalla sostanza di una struttura di controllo capillare, soffocante e odiosa che il Ventennio distese lungo tutta la penisola, dalla Ventotene di Altiero Spinelli (1907-1986) e del Manifesto per l’Europa alle minuscole comunità rurali della Lucania (oggi Basilicata) di Carlo Levi (1902-1975) e del suo
Cristo si è fermato a Eboli (Einaudi, 1945).

Cartina con tutti i luoghi descritti nel volume

Come qui in Abruzzo, i gerarchi scelgono luoghi impervi o montagnosi, habitat chiusi e paesini isolati. Il confino, nelle loro intenzioni, dev’essere stato dell’anima, castrazione ambientale, perdita d’identità.
Mentre lasciamo San Demetrio, Foa ricorda: – con le leggi fascistissime del 1926 il regime dà il suo primo giro di vite mandando al confino i deputati decaduti e gli oppositori in genere, anche solo per sentito dire. Da lì in poi la dolente lista della violenza politica della purezza razziale -dal ’29 al ’43 saranno oltre 12mila persone- finirà per comprendere i confinati politici, i testimoni di Geova (all’epoca “Studenti biblici”) e gli omosessuali (vedi sul sito:Omofobia in camicia nera“) o i libici delle colonie, fino alla leggi razziali del 1938 (cfr. nel sito, ne : La storia raccontata dai film: Concorrenza sleale) e ai provvedimenti di internamento per gli ebrei.

Le leggi razziali furono promulgate il 17 novembre 1938

Per trovare la casa di confino di uno di questi, tra l’altro tra i più illustri, bisogna inoltrarsi nelle valli che si avvicinano al Teramano e arrivare a Pizzoli, dove Leone Ginzburg (1909-1944) fu obbligato a soggiornare, dal 1940, divenendo il paradigma di una repressione che colpisce da ogni lato e declinandosi in più tempi: prima arrestato in quanto antifascista, poi internato al confino come ebreo. Il portone del palazzetto di Inverno in Abruzzo (scritto a Roma nel 1944 e pubblicato sul settimo numero della rivista “Aretusa”. Il racconto aprirà nel 1962 la raccolta “Le piccole virtù”), l’esilio narrato nel bel libro di Natalia Ginzburg (1916-1991), è sbarrato. Un signore un po’ eccentrico che gestisce la vicina galleria d’arte estrae magicamente una chiave dalla tasca e apre la via che porta alla biblioteca lasciata dai Ginzburg al paese. Sull’altro lato il balconcino della casa dove entrambi vissero quello che Natalia definirà più avanti “il periodo più bello della mia vita”.
Non certo perché si stava in vacanza – spiega Anna Foa – ma per l’ebbrezza del far parte di un momento pregnante della Storia, essere complici in famiglia e nella lotta, preparando quella che sarebbe stata l’Italia a venire.
E’ una spinta ad appartenere sottovalutata dal fascismo e che finirà per diventare nemesi, visto che gli intellettuali e i militanti politici allontanati utilizzeranno gli anni o i mesi del confino per confrontarsi, elaborare e strutturare le dinamiche attraverso le quali si formerà la classe dirigente nel Dopoguerra. Una nemesi che prende plasticamente forma a Ponza nei (pochi) giorni dell’estate del ’43, quando il confino tocca al deposto Mussolini a poche strade di distanza dalla casa dove è ancora costretto il leader socialista Pietro Nenni (1891-1980): nel 1911, in un’altra Italia, i compagni Pietro e Benito erano stati nella stessa cella a scontare la condanna per le proteste contro l’intervento italiano in Libia (cfr. “Nenni e Mussolini prigionieri a Ponza nel luglio ’43“).

Diversa ma non meno significativa la nemesi che porta il nome di Amerigo Dùmini (1894-1967), il capo della squadraccia fascista che uccise il deputato socialista Giacomo Matteotti (1885-1924), al quale i gerarchi, timorosi di essere ricattati, impongono un confino di lusso, con casa pagata e adeguato stipendio. Gli altri, i pericolosi scudieri della libertà, azionisti o comunisti, cattolici o socialisti, se la devono cavare da soli. Nel paesino molisano come alle Tremiti o a Ventotene, se non si hanno mezzi per una pigione si finisce in camerate in cui affacciarsi alla finestra la sera per ascoltare le notizie radio che filtrano dalle case vicine. Liberi di non essere liberi, dunque, sottoposti al prepotere delle autorità locali, esiliati dal mondo ma non da loro stessi, se è vero che l’esperienza del confino significa per l’élite antifascista mescolarsi al popolo, quello vero, i contadini e gli operai, i braccianti e gli analfabeti.

E’ l’eterogenesi dei fini più clamorosa della strategia del confino fascista – dice Foa – perché quel contatto diretto fu il modo con cui le teorie si sposarono con la dura realtà delle comunità locali. Il confino che, nella testa dei fascisti voleva equivalere alla morte civile, diventa paradossalmente una straordinaria occasione di impegno civile e un modo per far incontrare classi e mondi diversi“. Vale per i cenacoli di Giustizia e Libertà a Ventotene come per i pastori della Basilicata narrati da Levi, funziona nelle isole come nei borghi disperatamente poveri di Molise, Sardegna e Calabria.
Ovunque, tra l’altro, i confinati fanno opera di proselitismo, conquistando alla causa larghe fette di popolazione. La casa abitata dai Ginzburg a Pizzoli diventerà forse un museo, e – dovrebbero diventarlo le tante che hanno ospitato gli uomini e le donne che il regime credeva di disinnescare trapiantandole lontano da casa, fuori di sé, alla giusta distanza dal Potere.
A maggior ragione dovrebbero esserlo i campi collettivi che Andar per i luoghi di confino racconta seguendo il tempo della Storia che accelera verso la guerra. Casoli ancora in Abruzzo, o Ferramonti in Calabria, dove i sentierini sterrati e le baracche somigliano, per fortuna non fino in fondo, a quelli dove il lavoro rendeva liberi.
– Facile –
dice Anna Foa, dare la colpa all’alleato nazista: – Il progressivo inasprimento delle forme di confino e di internamento non si deve ad un ordine di Berlino; Mussolini era da sempre affascinato dalla questione razziale.
Scendiamo da Pizzoli che ancora piove, fascismo ladro.
Uno spietato ladro di vite, amori, famiglie, anche se la storia del confino ci insegna che c’è una cosa che non si può depredare.
Cosa, professoressa Foa?
La forza travolgente del pensiero umano.

 

Note
(*)
– Anna Foa  è stata mia docente di Storia moderna alla Sapienza nel 1994 (nota di Fabio Lambertucci).

 

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