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Caro Duce…

di Fabio Lambertucci

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“Quando scrivere una lettera a Mussolini?” – si chiedeva il Corriere della Sera in un elzeviro del 3 novembre 1936.
“In un’ora triste della vita” – rispondeva – “Quando ci si guarda attorno e non si sa più a chi rivolgersi, ci si ricorda che c’è Lui. Chi, se non Lui, può provvedere?”.

Al duce, infatti, i corrispondenti non mancarono mai e dal ’22 al ’43, nella sua ventennale carriera di dittatore, ricevette solo dall’Italia oltre mezzo milione di lettere e moltissime furono quelle di donne. Contadine e operaie, impiegate e contesse, suore e prostitute, borsaneriste e spose, vedove e maestrine, bambine e centenarie lo tempestarono di missive. Il record della costanza, comunque, lo stabilì una casalinga di Bologna, M.T.B., che fra il ’37 e il ’43 gli spedì 848 lettere, una ogni tre giorni, durante sette anni consecutivi.

La segreteria particolare del duce, una elefantiaca organizzazione che giunse ad avere un centinaio di dipendenti, era incaricata di leggere, vagliare, smistare, protocollare e segnalare tutta quella montagna di carta. In larghissima parte si trattava di richieste di posti di lavoro e di raccomandazioni ma parecchie erano le lettere che rivelavano presunti scandali, ruberie di regime, sopraffazioni, abusi o invocavano giustizia. Più numerose ancora le richieste di sussidi. La segreteria, che istituzionalmente distribuiva molto denaro (durante un viaggio del duce in Romagna nel ’39, elargì donazioni per quasi sei milioni di lire), rispondeva di solito inviando, tramite le prefetture, 50 o 100 lire, oppure con una delle tre tipiche forme di sussidio adottate dal ’34 al ’42: un pacco-dono o un sacco di farina o una macchina per cucire Necchi.

L’interesse di queste lettere di donne italiane al duce, raccolte e curate dal giornalista Giorgio Boatti (Zinasco, 1948) nel volume Caro Duce. Lettere di donne italiane a Mussolini, 1922-1943 (Rizzoli, 1989) arricchito da una prefazione della celebre giornalista e scrittrice Camilla Cederna (Milano, 1911-1997), va al di là del dato statistico e del documento.
Specchi rivelatori di autentiche esperienze, le implorazioni, le suppliche, le doglianze, gli avvertimenti, gli appelli (e persino lo sfogo di Michela C. di Siena, che trascurata da un marito “freddo come un canapo” si offre esplicitamente a Mussolini); sono l’obiettivo impietoso che scava e scruta nella condizione umana di un’Italia provinciale e rurale.
Dentro c’è di tutto: una vedova di guerra vanta la morte del marito come titolo per ottenere un sussidio, una ventenne chiede di poter andare a combattere, una ragazza-madre invoca le nozze riparatrici, una cameriera implora di essere scagionata dall’accusa di furto, una bambina vuole che sia il duce a impartirle la prima comunione, un’altra vedova pretende che le vengano restituiti i soldi prestati dal marito per finanziare la marcia su Roma, un’aspirante poetessa invia una incredibile lode che inizia: “Mussolini di nome Benito/ dove sei ito, dove sei ito?…”.

Il pregio dell’epistolario è proprio nel comporre una storia patria tridimensionale (di costume, di mentalità e di cultura) e nel disegnare un aspetto della condizione femminile sotto il fascismo e, soprattutto, nel mostrare come le donne italiane videro Mussolini nella coatta realtà del quotidiano e fra loro ci sono anche quelle poche che, coraggiosamente, gli rimproverarono i disastri della guerra mondiale.

 

 

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