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La notte delle patatine fritte (2)

di Emilio Iodice

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La scuola dei ragazzi si trovava vicino casa. Emilio frequentava la 3a classe e Ralph stava per finire l’8a. Entrambi andavano alla Scuola elementare di Nostra Signora della Pietà. Ralph si sarebbe poi iscritto alla Scuola Superiore Professionale del Bronx per diventare uno dei migliori meccanici del mondo. Emilio avrebbe studiato presso una scuola privata gestita dai Fratelli Maristi e in seguito in un’università di Gesuiti. Entrambi i fratelli avrebbero lavorato sodo per farsi un’istruzione. Per Emilio, il fratello era un idolo, lo ammirava e rispettava e gli voleva molto bene.

Dopo scuola i ragazzi ritornavano a casa, dove spesso erano da soli, e avevano imparato a provvedere a se stessi seguendo però regole severe… ma non sempre. Una di queste era di non cucinare, perché era pericoloso.

Il caseggiato poteva prendere fuoco con facilità, le condutture del gas erano vecchie, le pareti erano realizzate con una struttura portante in legno, chiuse con muratura ed intonaco che presentavano grossi buchi di aria. Ai soffitti erano fissate con i chiodi delle lamine di stagno. I pavimenti erano ricoperti di linoleum altamente infiammabile. I tubi del gas nell’edificio spesso perdevano. L’impianto elettrico era vecchio di decenni. Le uscite di sicurezza erano arrugginite e la loro resistenza non era mai stata testata.

I ragazzi vivevano contemporaneamente in Italia e in America. Little Ponza era un microcosmo dell’isola, annidata al centro della Grande Mela. La loro casa era tipicamente italiana. Parlavano napoletano, seguivano le tradizioni del Vecchio Mondo e onoravano valori quali la famiglia, Dio e la patria. Mangiavano cibo italiano secondo la tradizione di Ponza, spesso si trattava degli stessi piatti semplici, giorno dopo giorno, poiché Lucia aveva poco tempo da dedicare alla creazione di pietanze nuove. Erano squisiti ma diversi da quelli che mangiavano i bambini americani a scuola e nel vicinato.

A loro piacevano gli hot dog con la senape e i crauti, i popcorn, le patatine fritte, il roast beef con la maionese, il pollo fritto, elaborate torte di compleanno decorate con un mucchio di panna montata e ciliegie, bibite, hamburger e, soprattutto, patate fritte con il ketchup. In quelle rare occasioni in cui Emilio e Ralph assaggiavano qualcosa di tipico della cucina americana, si trasformavano e diventavano, all’improvviso, le Piccole Canaglie, i Boy Scout, GI Joe e una qualunque delle fantastiche celebrità del teatro e del cinema che avevano catturato la loro immaginazione. All’improvviso, si sentivano americani.

Nessuno di quei piatti era presente sulle tavole degli abitanti del caseggiato o nelle case delle loro famiglie, dei parenti e degli amici, che provenivano tutti dallo stesso posto in Italia. Quegli immigranti restavano attaccati alle loro usanze, come si abbraccia una fede e disdegnavano molto ciò che vedevano nel Nuovo Mondo. L’America era ricca ma piena di tentazioni. L’Italia era povera ma era una terra di santi e peccatori, artisti, poeti, filosofi e re che vivevano secondo valori e virtù.

Il cibo faceva parte della vita italiana, era un’estensione della famiglia e veniva trattato con cura e amore al pari del produrre e del bere il vino. Sembrava che gli americani, bevessero per sentirsi euforici e volare con la mente verso qualche luogo immaginario. Gli italiani consideravano il vino un elemento sacro della loro alimentazione e lo facevano con amore servendolo con delicatezza per accompagnare e onorare un pasto. Cucinare era un’arte e una scienza, mangiare era un atto religioso e speciale.

La famiglia riunita attorno ad un tavolo per consumare il pasto, era considerato un momento solenne ed essere in ritardo e non mangiare tutto ciò che veniva servito indicava mancanza di rispetto. Gli ospiti avevano bisogno di alcuni secondi per mostrare soddisfazione e apprezzamento. Il pranzo era un’occasione per comunicare, sollevare questioni e imparare a conoscersi.
Si pranzava a mezzogiorno e si cenava quando tornava a casa il capofamiglia. Faceva eccezione la domenica. Secondo la consuetudine, a pranzo si mangiava la pasta con il sugo di pomodoro, fatto con le salsicce, pezzetti di carne e minuscole fettine arrotolate e farcite con prezzemolo e aglio, seguiva un’insalata verde condita con sale, olio d’oliva e aceto. Il dessert era rappresentato da frutta fresca e dolci italiani. Dopo pranzo Silvio schiacciava un pisolino e Lucia rigovernava. I ragazzi facevano visita ai parenti. Zia Angelina aveva sempre pronto un pezzo di cioccolata da regalare e un mucchio di bibite analcoliche.
Le discussioni vertevano sulla scuola, la chiesa e la famiglia. I rituali dei pasti e le tradizioni si ripetevano sempre uguali settimana dopo settimana e anno dopo anno e facevano parte del DNA italiano. Essi creavano un profondo legame tra persone che vivevano insieme in un clima in cui al primo posto vi erano gli affetti e in cui ci si aiutava l’un l’altro per sopravvivere. Nessuno era solo.

In un nevoso pomeriggio d’inverno, Ralph decise di fare le patatine fritte. La prospettiva di assaggiare questo frutto proibito eccitava Emilio. I ragazzi sapevano che era vietato ma valeva la pena rischiare.
Lucia e Silvio erano al negozio e non sarebbero tornati prima di tarda sera, per cui avevano un sacco di tempo per cucinarle, mangiare e far sparire le tracce. Emilio aveva il compito di tagliare le patate, facendo attenzione a formare delle fettine che fossero della misura e consistenza giuste. Ralph riempì d’olio una pentola e attese con ansia che raggiungesse la giusta temperatura. Il ketchup era pronto al centro del tavolo assieme al sale e al pepe. I ragazzi si prepararono per la festa.

Ralph era lo chef. Tuffò accuratamente i pezzi di patata nell’olio bollente e li osservò mentre galleggiavano e friggevano, assumendo le tonalità del giallo e del marrone. Li collocò su un piatto grande con della carta per far assorbire l’olio. A poco a poco una terrina gigante si riempì di due libbre di patatine. L’edificio si impregnò dell’odore dell’olio e delle patate. La cucina era piena di fumo e i ragazzi aprirono la finestra per far cambiare aria.

Si sedettero per gustare il loro banchetto con l’acquolina in bocca. Emilio si era messo davanti un tovagliolo per evitare di macchiare la divisa scolastica. Ralph ne aveva messo uno a scacchi attorno al collo come fosse una sciarpa. Ai ragazzi era stato insegnato di non mangiare mai con le mani per cui si armarono di coltello e forchetta come antichi guerrieri sul punto di andare in battaglia. Versarono un mucchio di ketchup, sale e pepe sul loro pasto proibito e immersero le forchette nelle patatine pronti a gustarsele. Erano squisite, un’esperienza unica e i fratelli erano felici. All’improvviso, accadde l’imprevisto.

Emilio udì un rumore e smise di mangiare. Dal corridoio gli giunse un suono familiare. “Ralphie, mi sembra di sentire dei passi che si avvicinano a casa” esclamò. “Non preoccuparti”, rispose Ralph con la bocca piena di patatine fritte. Emilio corse alla porta e l’aprì. In fondo al corridoio c’erano Lucia e Silvio con i cappotti bagnati di neve e ghiaccio e trasportavano casse di cibo. A causa del tempo, avevano chiuso prima il negozio. Erano stanchi e camminavano con passo lento, ma in pochi minuti sarebbero arrivati in cucina.

I ragazzi furono presi dal panico, si strapparono di dosso i tovaglioli, li nascosero ed entrarono in azione. Ralph gettò l’olio nel gabinetto e nascose la padella nell’armadio della biancheria assieme agli utensili usati e ad altre prove della loro colpevolezza. Emilio pulì la tavola e nascose il ketchup sotto il lavello della cucina accanto al veleno per gli scarafaggi. Ralph prese la terrina che conteneva le patate fritte senza sapere cosa farne e la porse di forza ad Emilio.

“Prendi, buttale dalla finestra”, gli disse. Ralph corse in camera da letto sbattendo la porta dietro di sé. Emilio reggeva la pesante terrina non sapendo cosa fare. Corse alla finestra, era buio. La neve che cadeva stava imbiancando i tetti e i marciapiedi. Guardò in basso, sotto c’erano delle persone che spalavano la neve nei vicoli e lui si trovava tre piani sopra di loro. Doveva agire in fretta.

Davanti a lui c’era una lunga corda per il bucato e un pannello rosso di legno era inchiodato al muro direttamente sotto la finestra. Appesa all’asse vi era un porta mollette di tela pesante, con un’apertura ovale al centro, sorretta da una gruccia per vestiti incastrata nel tessuto rosso a strisce e appesa sul bancale della finestra. La borsa era lì da sempre, era piena di buchi ma sembrava ancora resistente.
Emilio non poteva gettare la terrina nel vuoto. Prima di tutto, perché era peccato sprecare il cibo; in secondo luogo, perché poteva far male a qualcuno; e terzo, ed era la cosa più importante, aveva impiegato tre ore a pelare la patate e non aveva intenzione di rinunciare a ciò per il cui piacere aveva aspettato tanto.

Emilio infilò con attenzione la terrina dentro il sacco delle mollette. Non fu un’impresa facile. La collocò in modo tale che non cadesse, ritenendo che sarebbe stata al sicuro, almeno per la notte e che, in questo modo, le preziose patatine fossero protette. L’aria della notte avrebbe, inoltre, agito come un frigorifero. Al mattino, al via libera, avrebbe potuto recuperare il suo tesoro. Quando chiuse la finestra, sentì girare la chiave nella serratura della porta di casa. Emilio si precipitò al tavolo in cucina e aprì un libro. Silvio e Lucia entrarono.

Ralph fece credere che stava facendo i compiti in camera da letto. Lucia posò la cassetta contenente il cibo sul tavolo e annusò l’aria nella stanza. “Ralphie, hai cucinato qualcosa?” chiese a voce alta. Non seguì alcuna risposta. “Devono essere i vicini,” disse a Silvio. Emilio sembrava sprofondato nel suo libro, che però era al rovescio. I genitori non lo notarono e si apprestarono a preparare la tavola per la cena.

Emilio sussurrò al fratello dove aveva nascosto le patatine. I ragazzi erano soddisfatti di loro stessi e durante tutta la cena si lanciarono occhiatine e si scambiavano scherzi. Dovevano solo aspettare il mattino seguente, poi avrebbero potuto recuperare il loro prezioso bottino, lasciarlo scongelare e mangiarlo dopo la scuola. Nessuno se ne sarebbe accorto. Nessuno avrebbe saputo cosa avevano combinato e dove avevano riposto l’oggetto della loro colpa. Si sentivano furbi e al sicuro, i loro genitori non si erano accorti di nulla. Tuttavia, anche i piani meglio congegnati possono mostrare qualche pecca.

Dopo cena, Lucia si mise a rassettare, mentre i ragazzi guardavano la televisione nel piccolo soggiorno, dove c’era un divano, la TV e un telefono, tutto ciò che poteva entrarci. Silvio si ritirò in camera da letto. Lucia lavò i piatti, pulì e passò lo straccio sul pavimento della cucina e iniziò a mettere a mollo alcuni indumenti. Li lavava a mano in una bacinella grigia, li sfregava con il sapone e li risciacquava a fondo. Anche se fuori faceva freddo, decise di metterli a stendere, così non avrebbe dovuto lavarli il mattino successivo e li avrebbe trovati asciutti per la sera quando tornava dal negozio.

Emilio si rese conto di cosa stava accadendo. “Ralphie, mamma sta facendo il bucato e penso che lo voglia stendere fuori,” disse. “Cosa?” esclamò Ralph. Emilio corse in cucina e si piazzò davanti alla finestra. Lucia aveva in mano degli indumenti e si stava avviando anche lei verso la finestra. “Mamma, fa troppo freddo per stendere il bucato,” disse il ragazzino. “Scansati, per favore,” insisté Lucia. Emilio non si mosse. “Per piacere, fatti da parte,” ripeté lei. Il ragazzino si mise a braccia conserte senza spostarsi. La madre lo tirò su di peso e lo mise su una sedia. “Adesso stai buono,” gli ordinò.
Emilio osservò con la bocca spalancata quello che sarebbe successo subito dopo.
Lei aprì la finestra, l’aria della notte era frizzante. Splendeva la luna e le stelle abbellivano il cielo sopra il South Bronx. La neve ricopriva i tetti dei palazzi vicini come una spessa coltre bianca. Dall’appartamento arrivava luce sufficiente per vedere la corda del bucato. Lucia raschiò via la neve dal davanzale e vi appoggiò i vestiti bagnati, quindi si aggrappò alla corda per arrivare a prendere il sacco delle mollette. Lo aprì, era buio e riusciva a malapena a vedere qualcosa.

Emilio corse in camera sua e si buttò sotto il letto, Ralph era steso sul divano paralizzato dalla paura. Lucia infilò lentamente la mano nel sacco cercando una molletta. All’improvviso, avvertì qualcosa di appiccicoso e molle, sgradevole al tatto. Fece un balzo e il suo primo pensiero fu che qualche animale vi fosse morto dentro e stesse imputridendo. Lentamente afferrò una manciata di patatine e tolse con circospezione la mano, guardò le patatine, e sentì l’odore del ketchup.
“Ah, ah,” esclamò a voce alta. I ragazzi la udirono e si rannicchiarono ancora di più nei loro nascondigli. Ralph prese in considerazione l’idea di scappare da casa. Emilio pensò di cercarsi dei nuovi genitori. Entrambi presero in esame l’idea del suicidio.

Lucia tirò fuori dalla sacca la terrina. L’odore del ketchup la nauseava. Pensò quale fosse la cosa migliore da fare. Se lo avesse detto a Silvio, sarebbe andato su tutte le furie e avrebbe punito severamente i ragazzi, soprattutto Ralph e lei voleva proteggerli. Non aveva intenzione di fare una scenata o di rivelare al marito l’accaduto. In ogni caso, la colpa sarebbe stata attribuita a lei per non averli tirati su bene e comunque i ragazzi avrebbe ricevuto un duro castigo.
Prese la terrina delle patatine, la coprì con un panno di lino e la mise in un angolo riposto nel frigorifero, sapendo che i ragazzi l’avrebbero trovata il giorno dopo. Il mattino seguente, Silvio si recò al porto e Lucia al negozio. I ragazzi aspettarono che i genitori uscissero da casa.

Dopo scuola, tirarono fuori la terrina, si guardarono e si sedettero a riflettere. I fratelli avevano imparato due lezioni.
Erano consapevoli che infrangere le regole implicava rischi e conseguenze, non solo per loro ma anche per gli altri. Soprattutto scoprirono qualcosa di più profondo: l’amore di Lucia non li avrebbe mai abbandonati.
Si resero conto che non esisteva nulla di più grande dell’amore di una madre per i suoi figli. Lucia sarebbe morta per loro, li avrebbe protetti dal male e li avrebbe riempiti di un amore senza riserve, sempre.    

Una madre capisce ciò che un figlio non dice (Proverbio ebraico)

Chi è corso in mio aiuto quando sono caduta, o ha baciato il posto per renderlo sicuro? …Mia madre (Ann Taylor)

L’amore di una madre è il velo di una tenue luce tra il cuore e il Padre celeste (Samuel Taylor Coleridge)

Colui che perde la madre, perde un’anima pura che lo benedice e lo protegge costantemente (Kahlil Gibran)

Una madre ama i propri figli anche quando essi meno lo meritano (Kate Samperi, “Madri”)

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[La notte delle patatine fritte (2) – Fine]

 

3 commenti per La notte delle patatine fritte (2)

  • silveria aroma

    …sul finale mi hai commosso!
    Hai raccontato la tua storia che è anche la nostra storia, hai ricordato il sacrificio di tanti italiani – e di tanti ponzesi – che armati di coraggio e buona volontà, morsi dalla nostalgia, sono stati capaci di risollevare con le loro braccia la sorte di intere comunità.
    L’uso che hai della parola è talmente delicato da rendere anche gli scarafaggi meno tenebrosi. La gentilezza, caro Emilio, è cosa rara di questi tempi. Grazie per quella che ci doni.

  • Emilio Iodice

    Grazie Silveria. Tanti saluti, Emilio

    La gentilezza, il sacrificio di sé e la generosità non sono il possesso esclusivo di nessuna razza o religione. Mahatma Gandhi.

    Niente è così forte come la gentilezza, niente è così gentile come la vera forza. San Francesco di Sales.

    Non c’è niente di più forte al mondo della gentilezza. Han Suyin.

  • Maddalena Del Ponte (Maddy)

    Conosco Emilio da qualche anno. Lui e sua moglie Teresa sono miei grandi fans e non si perdono una mia serata quando mi capita di cantare.
    Questa volta sono io a complimentarmi con te, Emilio. Il tuo pezzo è semplicemente stupendo e ha messo in moto la mia immaginazione… quasi riuscivo a vedere gli ambienti, i luoghi… a sentire i profumi (in questo caso la puzza di fritto!); essendo poi stata ben tre volte in America ho inquadrato benissimo il luogo dove sei vissuto, ho visitato la chiesa di Nostra Signora della Pietà a Morris Ave., e molti ponzesi che ho incontrato mi hanno raccontato più o meno gli stessi scenari e le stesse avventure una volta messo piede nel Bronx. Grazie Emilio… tu mi dici sempre che quando mi senti cantare la mia voce ti emoziona… Questa volta lo dico io a te… grazie… il tuo racconto mi ha fatto emozionare.

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