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Perché al Referendum voto NO. Una riforma dello Stato partendo dai Comuni

di Giuseppe Mazzella di Rurillo

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La Riforma dello Stato: prima di tutto: riformare i Comuni con il processo delle “Fusioni”

La prima reazione è stata di votare SI al Referendum per la riduzione dei parlamentari sic et simpliciter senza che venga allegata alcuna altra modifica istituzionale come avrebbe potuto essere l’abolizione del Senato ed istituire il sistema “monocamerale” come esiste in molti altre Nazioni del mondo; eleggere direttamente il Presidente della Repubblica con voto popolare come fanno i francesi; abolire le Province ed avere solo due livelli di potere locale (Regioni e Comuni); consacrare in Costituzione il sistema elettorale della “proporzionale pura” come è esistito in Italia per circa 50 anni; istituire la “fiducia costruttiva” cioè un Governo cade solo se c’è pronto un altro Governo come in Germania; cambiare l’art. 75 della Costituzione sul Referendum ed istituire il Referendum deliberativo come all’art. 11 della Costituzione della V Repubblica francese voluta dal generale De Gaulle con il potere del popolo di approvare una legge come in Francia, un potere di “democrazia diretta” solo del Capo dello Stato mentre al popolo sovrano ci sta solo la “democrazia indiretta”; dare una nuova dimensione territoriale ai Comuni portando il minimo a 20mila abitanti ed eliminando i Comuni-polvere perché abbiamo bisogno di Comuni che siano rappresentativi di un unico “Comprensorio economico e sociale”.
Sono tutte riforme costituzionali che suscitano il mio interesse perché non credo che la Costituzione italiana non sia perfettibile. Non è una Bibbia.
I francesi sono alla Quinta Repubblica con cinque differenti “modelli di Repubblica” dal 1789 (la Terza Repubblica che va dal 1870 al 1940 non ebbe una Costituzione ma una serie di “ leggi costituzionali”, la Quarta Repubblica “parlamentare” durò dal 1946 al 1958; la Quinta Repubblica voluta da De Gaulle con un sistema “semipresidenziale” dura dal 1958 ma ha avuto almeno 12 modifiche costituzionali fra le quali l’elezione diretta del Presidente e la riduzione del mandato da 7 a 5 anni).

“Voto SI – ho pensato – per una sfida al M5S. Questi “riformatori” che non conoscono lo Stato e la difficile gestione di una Democrazia Repubblicana e che hanno fatto della lotta alla “Casta” la loro ragione di esistenza come se non fosse necessario creare delle “ poltrone” nel governare la vita pubblica. Hanno il più alto numero di deputati e senatori – circa 300 – scelti con un click – ma sono un “movimento” non un “partito”, si dicono “né di destra né di sinistra” e non hanno una “Teoria Economica”. Hanno fatto un Governo prima con la Lega e lo hanno chiamato “Governo del cambiamento”. Poi ne hanno fatto un altro con il PD ed hanno scelto un professore universitario senza colore politico per dirigere sia l’uno che l’altro.
Non ci saranno elezioni anticipate perché 300 parlamentari non vogliono andare a casa. Ricattano il PD che con tutti i suoi limiti oggi è il principale partito costituzionale. Ma voto SI. Vediamo cosa sono capaci di fare”.

Ma poi è prevalso un senso di responsabilità. Non si può fare una riforma di semplice riduzione dei parlamentari senza unirla alle altre riforme. Se voto SI mi adeguo alla demagogia populista.
Noi in Italia abbiamo “abusato” dello strumento del Referendum ma non siamo stati capaci di approvare significative modifiche costituzionali per il miglior funzionamento della Repubblica! Abbiamo votato per circa 50 anni con il sistema della “proporzionale pura” ma da “tangentopoli” in poi abbiamo cambiato almeno tre leggi elettorali, orrende con nomi orrendi, fino a “Porcellum”!
Fino al 1974 – il Referendum per l’ abolizione del divorzio – non abbiamo fatto Referendum abrogativi o confermativi. Poi con Pannella e Segni abbiamo fatto decine di Referendum che hanno fatto perdere forza a questo strumento eccezionale di “democrazia diretta”.

Il governatore ed il podestà

Abbiamo fatto di peggio negli enti locali Con l’elezione diretta del Presidente della Regione e l’elezione diretta del sindaco, abbiamo istituito un “presidenzialismo” che è diventato un “cesarismo” a livello locale nelle 20 Regioni che si sono considerate – con la riforma del titolo V della Costituzione – dei mini-Stati. Il Presidente della Giunta è stato – vox populi – chiamato “Governatore” e nei 7904 Comuni italiani il sindaco si è sentito e si comporta come un “Podestà” marginalizzando il ruolo del Consiglio Comunale ridotto a ratifica ex post delle decisioni del “Podestà”. E’ stata anche adottata una leggina di forte riduzione del numero dei Consigli Comunali delle grandi città e dei piccoli paesi.
Il Consiglio Comunale di Napoli è passato da 80 a 40 Consiglieri. Il Consiglio della Città di Ischia (20mila abitanti) è passato da 30 a 20 e così via. Il risultato è stato una partecipazione ancora più bassa dei Cittadini alla vita pubblica!

Il disastro dello “svuotamento” delle province ed i comuni “poveri”
Il peggio continua: è stata approvata nel 2014 la leggina Del Rio per “svuotare” le Province e farne enti di secondo livello ad elezione indiretta. Una “riformetta” solo per togliere il gettone di presenza ai consiglieri!
Un disastro anche con l’istituzione delle 9 o 10 Città Metropolitane ridotte ad “uffici distaccati” dei maxi-Comuni. In questo quadro degli enti locali lo Stato e le Regioni non hanno adottato provvedimenti di riordino dei Comuni eliminando i “Comuni polvere”. Le Fusioni fra Comuni – ce ne sono state una cinquantina – sono avvenute su base “volontaria” perché le realtà economiche omogenee hanno ritenuto saggiamente di unire le forze per affrontare meglio i gravosi problemi che ricadano sugli Enti Locali che non hanno risorse finanziare per rispondere adeguatamente alle domande di servizi che chiede la Cittadinanza. In questi giorni stiamo sperimentando sulla nostra pelle il dramma della Scuola al tempo del Covid-19. Mancano solo in Campania almeno 200 aule. L’edilizia scolastica della scuola dell’obbligo è competenza dei Comuni; ma ci sono Comuni “ricchi” e Comuni “poveri”. Ancora una volta si vedono le “diseguaglianze” sociali ed economiche tra Nord e Sud e nello stesso Sud!

Perché voto NO
In questo contesto – politico, economico, sociale, istituzionale – il “trasformismo” del M5S ed la sua scarsa “cultura di Governo o di ciò che Galli della Loggia in un articolo sul Corriere della Sera ritiene di “assoluta necessità che per fare politica si sia in possesso di qualche non indegna scolarizzazione, di qualche lettura e di qualche idea non presa in prestito da Topolino, ci impone un Referendum NON di riforma dello Stato e di Riforme Costituzionali che sono necessarie, ma di diminuire il numero dei Parlamentari dopo che in questa legislatura abbiamo assistito ad un “cambio di casacche” MAI visto nella Storia della Repubblica con deputati e senatori transitati da un “partito” all’altro o al “Gruppo Misto” ed addirittura dalla nascita di partiti come quello di Renzi e Calenda non passati per una votazione popolare ma solo per manovre di vertice. Così un cittadino che ha votato con quella orribile legge elettorale un deputato di “sinistra” se lo trova a “destra”!

Il PD con il suo “trasformismo” subisce tutto questo e lo subisce anche l’ex-Libero e Uguali che raggruppa almeno tre partitini dell’ex-sinistra.
NON è stata approvata una legge elettorale giusta come può essere solo una legge proporzionale – corretta o pura – ed è stato un grave errore dei Padri Costituenti (erano Uomini e Donne ma non era Dio Padre che dettava il Decalogo a Mosè!) non inserire la legge elettorale proporzionale in Costituzione.

Per questi motivi io voto NO al Referendum del 20 settembre.
Attendo una Riforma seria della Costituzione – per passare formalmente alla Terza Repubblica – ed attendo una seria Riforma delle Regioni e degli Enti Locali.
Attendo una nuova legge elettorale proporzionale.
Spero nella ripresa economica e sociale di “salvezza civile” perché l’epidemia del Covid-19 è stata, e tuttora è, devastante.

L’appello del nuovo Primo Ministro francese Jean Castex è drammatico: “Lo Stato non può tenere indefinitamente l’economia nelle sue braccia”.
Come dire: lo Stato non può andare avanti con “sussidi” per tutti. Se non affrontiamo la crisi, si rischia il crollo dell’economia mondiale. Il crollo di una civiltà.
Di speranza vorrei vivere. Non morire.

Casamicciola, 9 settembre 2020
Giuseppe Mazzella, giornalista, direttore de IL CONTINENTE


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