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Intorno ai fatti dell’8 settembre 1943 (seconda parte)

Proposto da Fabio Lambertucci

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Per la prima parte, leggi qui

La Sinistra e l’8 settembre: un’originale interpretazione del comandante partigiano e dirigente comunista
Antonello Trombadori

Antonello Trombadori

Ci risiamo con l'”astuzia della storia”?

“Sì chiamiamola pure “astuzia della storia”: ma è tanto astuta, questa storia che stiamo raccontando, che non sfuggì a quell’astutissimo uomo di Stato che era Stalin (1878-1953). Ma andiamo avanti. Cosa fa il Re, scappando in quel modo? Si salva la pelle, certamente. Ma soprattutto trasferisce in luogo sicuro i poteri dello Stato e garantisce la continuità della sovranità nazionale. In una situazione di sfascio totale, la monarchia che va al Sud salva se stessa, ma nello stesso tempo assicura le condizioni perché l’Italia sopravviva come Stato unitario alla sconfitta ristabilendo liberi rapporti internazionali.
Da questo momento in poi ci sarà un’Italia occupata dai tedeschi, con un governo Quisling in camicia nera al servizio dei tedeschi (per una visione più completa della Repubblica Sociale Italiana si consiglia la lettura de La Storia della Repubblica di Mussolini. Salò: il tempo dell’odio e della violenza (Mondadori, 1999) di Aurelio Lepre e La repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici, gli amministratori, i socializzatori (Garzanti, 1999) di Luigi Ganapini – NdC), e un’Italia libera sovrana, diretta da un governo che prepara il rovesciamento del fronte. Le pare poco? Le pare che tutto questo conterà poco, anche per la costituzione del Corpo dei volontari della Libertà? Già il 10 ottobre 1943, il filosofo Benedetto Croce (1866-1952) che pure fu subito inflessibile nel chiedere l’abdicazione di Vittorio Emanuele III, così limpidamente dettava: “E’ fatta legale la nostra guerra contro i tedeschi, perché è nella linea stessa segnata dall’unico governo che ora esiste in Italia, e che è quello che ha concluso l’armistizio con gli Alleati”.

D’accordo, ma l’esercito abbandonato a se stesso, le truppe allo sbando, il popolo italiano senza nessun punto di riferimento?

“Certo, c’è anche questo. Ma un mese più tardi, il 13 ottobre, ci sarà la dichiarazione di guerra, che costituirà un forte punto di riferimento sia per l’ufficiale che si trova al Sud, sia per chi si trova nell’Italia occupata. Di tutte queste cose non è che si possa fare strame: non si può pensare che la storia dell’Italia libera ricominci soltanto con la formazione del Cln (Comitato di liberazione nazionale) e poi con la fondazione della Repubblica. Guardi, io non ho alcuna pretesa di sostituirmi agli storici, ma non è forse ora di riconoscere il ruolo che loro spetti a gruppi e individui che molti considerano ancora come ciarpame e marginalità nella storia?”.

A chi sta alludendo?

“A quei membri del Gran Consiglio del fascismo che si ribellarono a Mussolini, al Re che lo fece arrestare e anche, ma per me non è una novità, al generale Carboni, la cui azione io interpreto in modo diverso sia dalla Sinistra antifascista che dai capi dell’Alto Comando che lo hanno condannato. Sia chiaro: non è che i firmatari dell’ordine del giorno “Grandi” si autoassolvono per questo dalla colpa di aver assecondato Mussolini fino al giorno prima. Però non si può dire: è caduto il fascismo, vittoria del popolo. Bisogna piuttosto ricordarsi che la caduta del fascismo è sancita da un atto preciso che si chiama “ordine del giorno Grandi”, frutto di una cospirazione dei capi fascisti all’interno del fascismo, che avrà poi una conclusione tragica e sanguinosa con le fucilazioni di Verona (l’11 gennaio 1944 vennero fucilati: il diplomatico Galeazzo Ciano, il maresciallo d’Italia Emilio De Bono, il sindacalista ed ex presidente della Confederazione Lavoratori industria Luciano Gottardi, l’ex segretario amministrativo del PNF ed ex ministro delle Poste Giovanni Marinelli e l’ex ministro dell’Agricoltura e Foreste Carlo Pareschi). Questo bisogna pur dirlo, se non si vuole cadere in una visione agiografica della Resistenza.
Coloro che il 25 luglio decidono di mettere Mussolini in minoranza vogliono soltanto togliere di mezzo un uomo ormai divenuto ingombrante? Mi pare una semplificazione assurda. I protagonisti del 25 luglio ben sapevano che chiudere con Mussolini voleva dire aprire una nuova pagina della storia d’Italia che non poteva non coincidere con la fine del fascismo, con la fine della guerra e anche, in una certa misura, con la fine di se stessi. Come può la cultura antifascista giudicare ancora l’azione di questi uomini come un accorgimento di pura opportunità? E’ impossibile che gente come Dino Grandi (1895-1988, ex Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, ex ministro di Grazia e Giustizia e degli Affari Esteri) o Giuseppe Bottai (1895-1959, ex ministro delle Corporazioni e dell’Educazione Nazionale), come Galeazzo Ciano (1903-1944, ex ministro degli Affari Esteri) e Giuseppe Bastianini (1889-1961, sottosegretario agli Affari Esteri) e Alfredo De Marsico (1888-1985, ministro di Grazia e Giustizia) non avesse in qualche misura soppesato la gravità, e la portata storica, di quell’atto”.

Insomma, anche quegli uomini assolvettero una funzione storica indipendentemente dalla loro volontà. Ancora una volta l'”astuzia della storia”?

“Guardiamo i fatti. Anzi, la catena coerente dei fatti che scaturiscono dal 25 luglio. Sin dalle ore successive si assiste a un’esplosione popolare che legittima ciò che era appena accaduto: segno che quei gerarchi avevano intercettato e in qualche modo interpretato il messaggio che veniva dalla nazione contro la guerra. Poi Badoglio dichiara: “La guerra continua” e intanto ci si avvia all’armistizio. Mussolini va a conferire dal Re, ma il Re gli oppone nientemeno che la legittimità costituzionale del voto del Gran Consiglio: fa arrestare lo sconfitto e nomina il governo che libera gli antifascisti dalle galere e dal confino. Dove voglio arrivare? Voglio dire una cosa che non mi sembra scontata: e cioè che la prima vera data periodizzante, la vera rottura della continuità è rappresentata dal 25 luglio”.

Il generale Giuseppe Castellano (in primo piano), il generale Francesco Rossi (in borghese)
e il maresciallo Pietro Badoglio a Brindisi nel settembre 1943

Comincia qui la Resistenza?

“Teniamo ben nette le distinzioni. Però è solo l’insieme dei fatti che ho descritto che dà luogo alla Resistenza. Non dico che il sangue dei firmatari dell’ordine del giorno Grandi fucilati a Verona sia stato versato per la causa della libertà. Ma sicuramente neanche per la causa fascista. Anzi, esso fa risaltare ancor più tragicamente la natura antinazionale della Repubblica di Salò”.

Le pare che queste sue affermazioni faranno felici i cultori del mito della Resistenza come principio della rigenerazione nazionale?

“Questo non lo so. Non capisco, però, perché anche da parte comunista ci si intestardisca in un atteggiamento mentale che si preclude, a mio avviso, la comprensione piena della politica di Palmiro Togliatti (1893-1964, segretario del Pci dal 1926 al 1934 e dal 1938 alla morte) e della svolta di Salerno del 1944. Certo, non c’è dubbio che i protagonisti della nuova Italia siano coloro che hanno tenuto duro per vent’anni e che formeranno il quadro politico della rinascita nazionale. Ma gli attori decisivi di quei giorni-chiave sono i membri del Gran Consiglio che mettono Mussolini in minoranza e il Re. Dobbiamo rimettere tutte le figure al loro posto: questa è la mia tesi”.

E perché gli italiani riluttano tanto ad accettarla, questa tesi?

“Forse perché gli italiani sono fatti così. Le rispondo con un apologo di San Bernardino: vedendo andare un asino con un giovane in groppa e un vecchio dietro a piedi la gente disse: “Che vergogna, il giovane cavalca e il vecchio arranca”. Allora il giovane scese e montò il vecchio e la gente disse: “Che vergogna, un uomo manda a piedi un povero ragazzo”. Montarono ambedue in groppa, il giovane e il vecchio, e l’indignazione fu unanime: “Quel povero asino, che gli tocca sopportare”. E quando il giovane e il vecchio scesero dalla cavalcatura, allora, – e questi sono commenti miei – il genio italiano, impotente, dileggiatore e subalterno, esplose: “Guarda quei due imbecilli, hanno l’asino e vanno a piedi!”. E qui c’è una risposta; non solo per i fatti del 25 luglio e dell’8 settembre”.

Seguono numerose foto di quei giorni del ’43

Le foto della “battaglia di Roma” del settembre 1943 sono tratte da questo libro-documento
e sono state donate al Museo Storico di Roma (cliccare per ingrandire)


9 settembre. Camionette blindate ‘sahariane’…

10 settembre. Sulla via Ostiense…

11 settembre. I tedeschi padroni dell’EIAR

11 settembre. Iniziano i contatti tra gli ufficiali…

11 settembre. Soldati della P.A.I…

11 settembre. Soldati italiani schierati con i tedeschi…

12 settembre 1943 – Soldati delle truppe d’assalto tedesche sorvegliano alcuni militari italiani rastrellati nelle vie della Capitale

12 settembre. La seconda Divisione parà dei tedeschi…

Prigionieri italiani…


13 settembre. Alcuni soldati italiani hanno scelto di combattere coi tedeschi…

13 settembre – Unità tedesche attraversano Porta del Popolo…


13 settembre – Carri armati tedeschi a Piazza del Popolo

14 settembre – Divisioni tedesche a Largo di S. Susanna


Un ufficiale delle SS a colloquio con ufficiali italiani

 

[Intorno ai fatti dell’8 settembre del ’43 (2) – Fine]

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