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Intorno ai fatti dell’8 settembre 1943 (prima parte)

Proposto da Fabio Lambertucci

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La Sinistra e l’8 settembre: un’originale interpretazione del comandante partigiano e dirigente comunista Antonello Trombadori

In occasione del 77° anniversario dell’8 settembre 1943, vorrei proporre un’intervista del giornalista Pierluigi Battista al comandante partigiano e dirigente storico del Partito Comunista Italiano – passato poi nel 1993 al Partito Socialista (*) – Antonello Trombadori (Roma 1917 – Roma 1993), apparsa su Storia Illustrata, supplemento al numero 2013 del 7 maggio 1989 del settimanale “Epoca!” (A. Mondadori Editore, pubblicato tra il 1950 e il 1997). A cura del giornalista Pierluigi Battista (1955; attualmente al Corriere della Sera).

Il titolo è: “Il Re è fuggito, viva il Re”.
Sottotitolo: “Fu solo per viltà che Vittorio Emanuele III fuggì a Pescara? O non fu anche un gesto di responsabilità? Un capo partigiano e dirigente storico del Pci, chiede: rivediamo quel giudizio”.

Otto settembre 1943: la fuga del Re a Pescara all’indomani dell’armistizio con gli anglo-americani, la data della vergogna e dell’ignominia nazionale. I nostri automatismi mentali e persino i nostri modi di dire ci inducono inesorabilmente a legare quella data a quella valutazione morale. Un giudizio implacabile nel quale si ritrovano tutti: chi ha vissuto personalmente i giorni della disfatta della monarchia sabauda, e chi, più tardi, ne ha letto sui manuali scolastici.
Eppure, al di là delle dispute storiografiche, un tarlo ha scavato nel chiuso delle coscienze, lungo tutto il dopoguerra. E perdipiù in forme drammatiche e sofferte proprio dove meno ce lo aspetteremmo: nella Sinistra, e in particolare nel Partito comunista.
Ne è testimonianza esplicita l’intervista ad Antonello Trombadori, comandante partigiano e dirigente comunista poco incline all’ortodossia di partito, che apre questo servizio sull’8 settembre. Ma anche i documenti inediti che pubblichiamo qui di seguito esprimono, senza la pretesa di dare risposte, una medesima problematicità: non fu l’8 settembre, oltre che “la data della vergogna”, anche l’avvio caotico, tumultuoso, non privo di venature grottesche di un processo di riscossa nazionale?

Uno dei punti più discussi nel Pci – persino tra compagni, come Trombadori e Giorgio Amendola (1907-1980, comunista dal 1929, dalla fine d’ottobre 1943 capo dei GAP, Gruppi Azione Patriottica, centrale di Roma), legati da un vincolo solidissimo di militanza e amicizia – è stato quello delle responsabilità del generale Giacomo Carboni (1889-1973) (**) nella “mancata difesa di Roma”.
E la polemica, come documentiamo di seguito, ha persino dato luogo in una occasione, nel 1965, dopo la pubblicazione del libro dello storico e giornalista comunista Ruggero Zangrandi (1915-1970) 1943: 25 luglio-8 settembre (Feltrinelli, 1964), all’intervento “moderatore” di Alessandro Natta (1918-2001, dirigente Pci e segretario dal 1984 al 1988).

Zangrandi aveva messo sotto accusa, con una asprezza senza precedenti, tutto il comportamento della monarchia e dei vertici dell’esercito nel periodo cruciale che va dal 25 luglio all’8 settembre 1943. E nel Pci fu subito discussione accesa.

Lettera del 1973 di Antonello Trombadori a Giorgio Amendola sul caso Carboni e lettera del Pci del 26 ottobre 1965 a Trombadori per indire una riunione per discutere sempre del caso Carboni (cliccare per ingrandire).

Un’inquietudine rivelatrice di altri e più pressanti dubbi: quale fu, effettivamente, il ruolo giocato da Vittorio Emanuele III di Savoia (1869-1947) nei quarantacinque giorni successivi alla caduta del fascismo? Si può dire che quella parte della classe dirigente che mise in minoranza Benito Mussolini (1883-1945) il 25 luglio abbia contribuito, consapevolmente o no, all’avvio della liberazione dell’Italia? Che cosa rappresentano quegli eventi, nella sensibilità della Sinistra italiana? E infine: quanto costa, in termini di identità politica, la revisione di giudizi storici tanto radicati nella coscienza nazionale?

Un po’ per paura, un po’ per dovere
«Non assolvo la monarchia, però…» Antonello Trombadori racconta quarant’anni di polemiche nel Pci.

Lei, Antonello Trombadori (dalla fine d’ottobre del 1943 comandante dei GAP di Roma con il nome di battaglia “Giacomo”, decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare), l’8 settembre lo ha vissuto da un punto d’osservazione molto particolare. E’ così?

“Sì, è così. Quel pomeriggio mi trovavo a Roma, in una stanza del Grand Hotel, assieme a Luigi “Gallo” Longo (1900-1980, dirigente comunista, segretario del Pci dal 1964 al 1972), allo scrittore Felice Dessì (monarchico, ex confinato politico, uomo di fiducia del generale Carboni), al principe Raimondo Lanza di Trabia (1915-1954), ufficiale d’ordinanza del generale Giacomo Carboni, commissario del Servizio informazioni militare (Sim) e comandante del Corpo d’Arma motocorazzato (Cam), e al figlio di quest’ultimo, il capitano Guido Carboni (che cadrà nella Guerra di Liberazione sul fronte di Ravenna), che allora si faceva passare per capitano Guidi. Longo e io eravamo lì perché, grazie alla rete di contatti messa in piedi da Giuseppe Di Vittorio (1892-1957, dirigente Pci, dal 1945 alla morte segretario della CGIL), dovevamo accordarci con il Sim per la consegna a noi di armi in vista di un’iniziativa popolare antitedesca, in concomitanza con la dichiarazione di armistizio. Pensi che cosa singolare! Un responsabile dell’Alto Comando era deciso a fornire un certo quantitativo di armi – moschetti, fucili mitragliatori, munizioni, bombe a mano e pistole – per armare squadre popolari, per dare vita, assieme ai comunisti, a un’azione di commandos piuttosto audace”.

Chi rappresentavate in quel momento?

“Rappresentavamo soltanto il Partito comunista italiano. Tutti i tentativi compiuti da Carboni con altri antifascisti erano falliti a causa del rifiuto pregiudiziale, ad esempio di Emilio Lussu (1890-1975, partito d’Azione), di trattare con ufficiali monarchici. Avevamo preparato le squadre, individuato i depositi e progettato il tipo d’azione che avremmo dovuto compiere con la collaborazione del Genio minatori per far saltare in aria un paio d’alberghi dove erano acquartierati i comandi tedeschi. Ma non se ne fece nulla: all’uscita del Grand Hotel, udimmo alla radio il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio (1871-1956) che annunciava l’armistizio, e invece eravamo convinti di avere qualche giorno in più a disposizione. Il generale Dwight Eisenhower (1890-1969, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo e poi in Europa e futuro presidente degli Stati Uniti dal 1953 al 1961) indotto a diffidare della confusa condotta degli italiani, e che in cuor suo non era molto favorevole a un nostro concorso attivo alla cacciata dei tedeschi da Roma, anticipò di quattro giorni l’annuncio della resa. Ma questa è storia nota”.

Senta Trombadori, sulla figura del generale Carboni grava l’accusa della “mancata difesa di Roma”. Il documento conclusivo della commissione militare d’inchiesta istituita per acclarare le circostanze della resa di Roma recita così: “Non c’è altro esempio di così vile comportamento davanti al nemico in tutta la storia della nostra patria”. E non è superfluo ricordare che il documento è firmato anche dal comunista Mario Palermo (1898-1985). Lei invece ha sempre avuto una posizione molto diversa, diciamo pure di difesa del generale Carboni. Le domando: non sarà che il suo giudizio sia condizionato dalla disponibilità manifestata da Carboni nei vostri confronti nei dintorni dell’8 settembre?

“No, non è così. Tanto è vero che io non do un giudizio che assolve il generale Carboni. Non ne faccio un eroe. Ne faccio però un uomo che, nello spaventoso sconcerto che derivò dall’allontanamento del Re e dello Stato Maggiore verso Pescara, ebbe un ineluttabile momento di perplessità. Anche perché, come è noto, gli ordini che gli erano stati dati erano tutt’altro che precisi.
Invece tutti – monarchici, antifascisti, Alleati – per ragioni diverse ma convergenti, hanno fatto di Carboni, il capro espiatorio.
Qualcuno, in seguito, iniziò a rivedere questa posizione: come lo storico Gaetano Salvemini (1873-1957) che su questi temi pubblicò un molto problematico saggio a puntate sulla rivista Il Ponte di Piero Calamandrei (1889-1956, partito d’Azione), nel 1952.
Ma torniamo a noi. Lo sa che cosa mi ha sempre spinto ad assumere una posizione contraria a quella ancor oggi diffusa e che peraltro fu condivisa anche dal mio grande amico e maestro Giorgio Amendola? Il fatto che anche dietro quel giudizio così ingiusto e falso si cela la grande contraddizione della sistemazione storiografico-politica dell’8 settembre”.

Si può spiegare meglio?

“Constato una cosa: non si può, da una parte, accusare il fascismo e la monarchia di aver portato l’Italia alla catastrofe, di aver intrapreso una guerra con forze armate sempre meno in grado di combattere, e, dall’altra, pretendere che quelle stesse forze armate, quello stesso colosso dai piedi d’argilla, in virtù dello Spirito Santo, a battersi con forza ed efficacia contro l’esercito tedesco. Se non si collocano i comportamenti di tutti i protagonisti nello sfacelo dell’Italia sconfitta, dell’Italia piagata e inginocchiata, di un esercito a pezzi, di una coscienza nazionale umiliata e disperata allora non si capirà mai perché quelli furono i giorni del “Tutti a casa” – per il film, leggi qui – e non del “tutti al fronte”. E di chi fu la colpa di tutto questo? Della sola monarchia e del solo Alto Comando che non prepararono efficacemente il rovesciamento del fronte durante i 45 giorni? No, il giudizio è troppo sommario, troppo agitatorio, troppo superficiale. Qualcuno mi deve spiegare come era possibile preparare un rovesciamento del fronte alla luce del sole, con i tedeschi in casa. Ma non credo che qualcuno riuscirà a spiegarmelo”.

Sarà superficiale, quel giudizio. Ma che dire, allora, della fuga ignominiosa del Re e di tutto lo Stato Maggiore?

“Senta, voglio esser chiaro. Io certo non assolvo minimamente la monarchia e tengo ben presente che il 28 ottobre 1922 (dopo “La marcia su Roma” – NdR – per il film: leggi qui) anziché dichiarare lo stato d’assedio, il Re dette via libera ai fascisti, né attenuo le sue imperdonabili colpe con l’entrata in guerra. Aggiungo che anch’io ho condiviso per un certo tempo l’idea che la monarchia e lo Stato Maggiore siano scappati in modo indecoroso, abbandonando l’Italia a se stessa nelle condizioni peggiori. Però, la riflessione sulla vicenda di Carboni a Roma mi ha indotto a rileggere quegli avvenimenti in termini meno schematici. E di rileggerli tutti legati tra loro, scanditi dalle tre date che, tutte insieme e certo non nella piena consapevolezza degli stessi protagonisti circa l’ineluttabile conseguenza dei fatti, formano il disegno unitario dell’inizio della riscossa: il 25 luglio, l’8 settembre e il 13 ottobre, data in cui il governo di Badoglio dichiara guerra alla Germania”.

E qual è la trama, il disegno che lei ha ricostruito?

“Il disegno è la progressiva separazione dei destini dell’Italia in quanto Stato nazionale sovrano da quelli del fascismo. Certo, la cosiddetta “fuga di Pescara” presenta dei tratti persino vergognosi: ma guarda un po’, a questo gruppo di fuggiaschi che scappano a gambe levate la storia dà l’incarico di assolvere un compito d’importanza decisiva per le sorti d’Italia”.

Note

(*) – Dal 1976, anno in cui Bettino Craxi diventa segretario del Partito Socialista Italiano, Trombadori inizia una graduale riflessione che lo porterà nel 1993 a dichiararsi “non più comunista” ed a votare PSI (NdR)

(**) – Nota di Fabio Lambertucci:
Il generale Giacomo Carboni, come scrive lo storico militare Giovanni Cecini (Roma 1979) nel suo saggio I generali di Mussolini (Newton Compton, 2016, pag. 544), nel dopoguerra aderì al Partito comunista italiano. Ne divenne consulente per i Servizi segreti militari e fu contrario all’adesione dell’Italia alla NATO e al trattato C.E.D. Scrisse alcuni libri in sua difesa. Altri di politica militare: uno di questi è L’Italia nella politica militare mondiale (Parenti, Firenze, 1954) che contiene anche sue rivelazioni sulla fatidica notte dell’8 settembre 1943 a Roma.
Qui sotto è raffigurata la copertina della copia di mia proprietà con la dedica autografa di Carboni ad Amerigo Terenzi (1909-1984), noto editore comunista de l’Unità, Paese Sera e cofondatore dell’agenzia giornalistica “ANSA”.

Il capo del Sim generale Giacomo Carboni

L’editore comunista Amerigo Terenzi (1909-1984)


Le memorie dell’8 settembre sul sito: 

  • L’8 settembre del ’43dell’8 settembre 2018, proposto da Sandro Russo: “Ho un posto di riguardo nella mia memoria per l’8 settembre del ’43 per essere una data che mio padre (1912 – 1991) qualche volta citava; una delle poche cose sfuggite al suo completo riserbo sui fatti della seconda guerra mondiale cui aveva partecipato da soldato semplice (“fante”, diceva lui) in Italia e in Abissinia. La parte di cui – per quanto raramente – parlava, fu il suo ritorno a casa, appunto “dopo l’8 settembre” (…).

  • Il mio 8 settembredel 10 settembre 2018, di Rinaldo Fiore, relativo ai bombardamenti di varie città Italiane (tra cui Frascati, proprio l’8 settembre) messi in atto dagli anglo-americani nei giorni successivi all’armistizio di Cassibile, per “forzare” Badoglio a renderlo pubblico.
  • La storia raccontata dai film (10). La memoria dell’8 settembre nel cinema – di Gianni Sarro (oltre ai film già citati)

[Intorno ai fatti dell’8 settembre del ’43 (1) – Continua]
(in due puntate)

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