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Il poker rivisitato

di Sandro Russo

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Sono stato in gioventù – negli anni universitari di cui cinque alla Casa dello Studente – un accanito giocatore di poker… Di notte giocavo, di giorno dormivo. Non fate la domanda banale: Ma quando studiavi? Risposta: Una settimana-due prima degli esami! E comunque non era sempre così. Come per altre mie “fisse” il poker andava a periodi; ad una immersione totale seguivano lunghi distacchi…

Per non dire che i miei amici migliori, in gioventù, li ho conosciuti a un tavolo di poker: vero banco di prova di molti aspetti del carattere di una persona. Come ancora conservo con affetto il ricordo di interminabili sedute di poker nella storica residenza di via dei Monti di Pietralata, dove sono passati tutti i ponzesi residenti a Roma negli anni tra i ’70 e gli ’80. Tra gli abitué Isidoro Feola, Gennaro Di Fazio, Antonio Balzano…

Credo fu allora che sentii per la prima volta un termine tutto ponzese… Appena distribuite le carte, il primo giocatore di mano può scegliere di aprire “al buio” senza vedere le carte, raddoppiando la posta. Può seguire il “controbuio” con le stesse modalità di raddoppio. Infine, estremo rischio, è previsto un contro-controbuio, in americano over. Ovviamente gli autori delle aperture al buio hanno diritto all’ultimo rilancio, in sequenza.
Non mi ricordo di preciso chi c’era al tavolo quella volta (occasionalmente si giocava anche in cinque); mi pare Silverio ’i Mariettine…
Sentì: BuioControbuio… e si inserì con Oshcura tromba, che da quel momento venne ufficialmente inserito nel nostro lessico amicale.

Questa (troppo lunga?) premessa per spiegare perché mi ha molto interessato l’articolo che segue, di Riccardo Luna, da la Repubblica di qualche settimana fa.

Maria Konnikova ha fatto uno studio molto approfondito sull’Intelligenza Artificiale applicata al poker

Cosa ci rivela della vita una intelligenza artificiale che gioca a poker
di Riccardo Luna

Per capire dove è arrivata l’intelligenza artificiale, e dove forse non arriverà mai, dovete conoscere Maria Konnikova: è nata a Mosca 36 anni fa, quando ne aveva quattro la famiglia, ebrea, è emigrata negli Stati Uniti; lei ha preso una laurea in psicologia ad Harvard e poi un master alla Columbia. Durante gli studi si imbatte nelle ricerche di John von Neumann, un leggendario matematico morto nel 1957, che fra le altre cose aveva detto che il gioco del poker è perfetto per capire come funziona la nostra capacità di prendere decisioni. Matematica più psicologia. Il mix perfetto per addestrare l’intelligenza artificiale.

La Konnikova decide di provare di persona: quattro anni fa, senza sapere neanche quante carte ci fossero in un mazzo, inizia a studiare; due anni dopo diventa una campionessa. Ma il punto non è il gioco, è lo studio. Incontra un informatico della Carnegie Mellon, Tuomas Sandholm, che nel frattempo ha costruito tre programmi di intelligenza artificiale per vincere a poker. Il primo si chiama Claudico, e non è arrivato a battere i più forti. E’ andata molto meglio con Libratus che nell’uno contro uno si è rivelato fortissimo.

Ha alla base alcuni strumenti di psicologia non banali: uno analizza gli errori più comuni che fa l’avversario, un altro cerca di capire come veniamo percepiti per mettere in campo contromisure; ma il più importante è un algoritmo che serve a calcolare il rimpianto, più alto è il rimpianto per una mossa non fatta maggiori sono le probabilità di farla in seguito. L’obiettivo del professore della Carnegie Mellon però non è costruire il giocatore di poker perfetto ma una intelligenza artificiale democratica, alla portata di tutti, che consenta a chiunque di prendere le migliori decisioni, eliminando errori di calcolo e pregiudizi dettati dalle emozioni. Come pokerista Libratus si è rivelato imbattibile ma con dei limiti: il più evidente è che può giocare con un solo avversario per volta; limite che non avrà il prossimo giocatore artificiale, Pluribus.
Ma ci sono altri limiti, ancora più importanti dal punto di vista dell’intelligenza artificiale.
Uno è proprio nella natura del poker che è un gioco a somma zero, dove uno vince e uno perde. Ma la vita non è sempre un gioco a somma zero, anzi: alcune cose non prevedono la sconfitta dell’altro per vincere.  Molte cose implicano la collaborazione di tutti per vincere assieme. Un modello di decisione che prevede solo la sconfitta altrui è fallato in partenza.
L’altro limite riguarda le emozioni, la capacità umana di fare scelte irrazionali, coraggiose, imprevedibili. Magari ingannando l’avversario con un bluff. In un recente test, racconta la Konnikova nel suo ultimo libro, i software di riconoscimento facciale del bluff hanno fallito miseramente. C’è un elemento umano che le macchine non riescono a capire. Ci sono più cose nella vita, conclude la Konnikova, di quelle che possiamo scrivere in un algoritmo. Non è una critica degli algoritmi, dirlo: è un inno alla vita.

[Da la Repubblica dell’11 agosto 2020]

2 commenti per Il poker rivisitato

  • Silverio Guarino

    Al poker sono arrivato dopo, quando al “buio” seguiva un prudente e codardo “me ne fujo”, foriero di ridotte perdite, quando si giocava “al 10%”…

    P.S. ‘A Sandro… ma a chi vuoi far credere che studiavi solo le due settimane prima degli esami?

  • Sandro Russo

    Così come è arrivato tardi per il poker così Silverio è entrato tardi nella mia vita universitaria, e nulla può dire degli anni alla Casa dello Studente (mi ero iscritto a Medicina nel ’65); di come ho fatto le mie prove di vita di Bohème: la scoperta della città da spaurito provinciale, l’autonomia, il ’68 che mi travolse, più che convincermi, la musica, l’impegno…
    Alla Casa dello Studente lo studio era sport agonistico, finalizzato ad ottenere il voto più alto per “restare dentro”. Poi c’erano i secchioni (quasi tutti quelli di ingegneria) e quelli dalla memoria prodigiosa… Per dire, un certo Fiorillo preparò l’esame di Farmacologia (uno spauracchio per l’epoca) in 15 giorni esatti. Noi più comuni avevamo quel record come obbiettivo. Si studiava e si ripeteva a ciclo continuo, intervallando lo studio con le pause per mangiare, seguite dal “giro del condannato” intorno alla Casa dello Studente. Si dormiva il minimo indispensabile. Dopo l’esame si faceva un’urina molto carica con cui (dicevamo), si pisciava tutto quel che avevamo appiccicato.
    Ho sempre sostenuto che diventare un bravo medico non dipende dallo studio degli anni dell’università, ma da come si vivono gli anni successivi alla Laurea, dall’ambiente più o meno stimolante che si frequenta da allora in poi.

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