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Una data da non dimenticare: 14 agosto 1861

di Paolo Mennuni

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Agosto è sempre stato il mese delle feste, a cominciare dalla più antica del mondo occidentale: la Feria Augusti, il nostro Ferragosto. Nell’antico mondo agricolo si festeggiava prevalentemente d’estate vuoi perché le giornate lunghe e la temperatura calda consentivano alle persone di trattenersi più a lungo all’aperto e di poter così socializzare; ma si festeggiava anche perché, a messi raccolte, la pausa estiva, in attesa delle nuove pratiche colturali, liberava gli uomini dagli impegni delle coltivazioni e dalla cura dei terreni. In più, la vendita di parte del raccolto, se questo era stato buono, dava anche un po’ di tranquillità ai contadini predisponendoli agli incontri ed ai festeggiamenti.

Però, per noi italiani, in agosto ci sono altre ricorrenze non liete.
Ricordiamo il 12 agosto, anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema (leggi qui), ed il 23, anniversario della strage di Fucecchio, ma i momenti dolorosi non si fermano al mese di agosto: ce e sono stati prima e dopo e, purtroppo, non soltanto per mano dei nazisti; ma mi voglio soffermare sul mese di agosto perché è nel mese di agosto che c’è una data che gli italiani non dovrebbero assolutamente dimenticare e che dovrebbe essere celebrata con il dovuto rispetto per le vittime e con altrettanto dovuta l’esecrazione per chi la compì e come la compì! Questa data andrebbe riconsiderata per le implicazioni in essa contenute e che potrebbe fornire gli elementi per rivisitare seriamente, ed una volte per tutte, la Nostra Storia.
È il 14 agosto del 1861 quando i bersaglieri del generale Enrico Cialdini assalgono, nottetempo, gli abitati di Pontelandolfo e Casalduni incendiando i borghi e bersagliando tutti quelli che, sorpresi nel sonno, tentano di uscire dalle case in fiamme precipitandosi in strada in cerca di scampo. Molto attivo in questa “meritoria” operazione risultò il tenente colonnello Pier Eleonoro Negri che non era nemmeno piemontese, ma veneto e che, passato agli ordini del Re di Sardegna voleva evidentemente acquisire “meriti”.


Il generale Enrico Cialdini che ordinò di riportare l’ordine a Pontelandolfo e Casalduni

Una testimonianza diretta del fatto ce la fornisce Carlo Malgolfo, valtellinese, bersagliere del battaglione di circa quattrocento uomini che fecero irruzione, quella notte, in Pontelandolfo: “Al mattino di mercoledì, giorno 14, riceviamo l’ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi e di incendiarlo. Di fatti un po’ prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi. Entriamo nel paese, subito abbiamo cominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4500 abitanti. Quale desolazione, non si poteva stare d’introno per il gran calore e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa”.

Questa scarna descrizione, forse una pagina di diario o una corrispondenza vergata da un soldato piemontese è sufficiente a riassumere lo spirito che ha informato la tanto celebrata “Unità d’Italia”. L’epopea del Risorgimento si riassume in una rappresaglia ed un saccheggio da parte di “italiani”, a loro volta massacrati da marce forzate, a carico di altri “italiani” che, per gli artefici della rappresaglia non avevano diritto d cittadinanza. Ricordiamo tutti l’emblematica frase pronunciata da Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani..!” intendendo così che si doveva piemontesizzare il Sud. Comunque il soldato piemontese è riuscito, nella sua memoria, ad includere un’espressione di quasi comprensione quando definisce gli abitanti di Pontelandolfo “poveri diavoli”, espressione che non deve essere minimamente passata per la mente di Cialdini o di Negri.

Il racconto di Malgolfo continua così: “uccisero bambini, giovani, vecchi, donne e fanciulle, molte di esse dapprima stuprate. Molti soldati si impossessarono di danaro, oro ed altri oggetti di valore. Profanarono anche la Chiesa Madre rubando i doni votivi e finanche la corona d’oro della Madonna. Poi il paese dopo la mattanza fu dato alle fiamme, facendo abbrustolire i morti e quanti, ancora feriti o infermi, nelle proprie case imploravano vanamente e cristianamente aiuto!”.

Naturalmente sull’episodio calò immediatamente la censura per cui non si ha un bilancio esatto delle vittime né delle cause di decessi. Su molti certificati di morte, redatti in seguito, penne “pietose” hanno apposto: “perito nell’incendio della propria casa”! né gli episodi, come altri analoghi verificatisi in quel periodo, furono mai evidenziati o ricordati nei libri di storia. Ufficialmente furono “contati” soltanto tredici vittime di un’operazione di “polizia”, come la chiamano ancora i negazionisti. Naturalmente alla censura sabauda che taceva “per carità di patria” si è poi aggiunta quella fascista che, essendosi il regime impossessato “dell’epopea risorgimentale”, come di ogni altro episodio glorioso, vero o falso che fosse, della storia d’Italia, non poteva tollerare dubbi o zone oscure della nostra storia recente. La cosa più grave, però, resta il fatto che ancor oggi di questi episodi se ne parli quasi sottovoce e le cerimonie ufficiali restino circoscritte alle cronache locali.

Il 2 settembre successivo il deputato lombardo Giuseppe Ferrari così denunciò i parlamento la devastazione di Pontelandolfo: “Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare di fatto con gli occhi miei. Ma io non potrò mai esprimere i sentimenti che mi agitarono in presenza di quella città incendiata. Mi avanzo, con pochi amici, e non vedo alcuno; pochi paesani ci guardano incerti, sopravviene il sindaco… A destra, a sinistra, le mira erano vuote e annerite, si era dato fuoco ai mobili ammucchiati nelle stanze terrene e la fiamma aveva divorato il tetto, dalle finestre si vedeva il cielo. Qua e là incontravasi un mucchio di sassi crollati; poi mi fu vietato di proseguire; gli edifici puntellati rischiavano di crollare ad ogni istante”.

Nel 1920, in piena era sabauda, Antonio Gramsci ebbe il coraggio di affermare: “Lo Stato italiano si è caratterizzato come una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

I briganti Cosimo Giordano (primo a sinistra), Carlo Sartore e Francesco Guerra (da Wikipedia)

Più tardi, in occasione del 150° anniversario dell’Unità, Giuliano Amato, rivolto ai cittadini di Pontelandolfo, ha dichiarato: “A nome del Presidente della Repubblica Italiana vi chiedo scusa per quanto qui è successo e che è stato relegato ai margini dei libri di scuola”. Ora, a parte che non ho ancora visto, personalmente, un libro di scuola che faccia cenno a fatti del genere, trovo estremamente ridicola e riduttiva la formula del “chiedere scusa”, come quando si urta inavvertitamente una persona, per fati atroci e per i quali Sarebbe più opportuno e conveniente chiedere “perdono”.


Bibliografia

– G. B. Guerri “Il sangue del Sud”. Ed. Mondadori 2017;
– A. Ciano “I Savoia ed il massacro del Sud”. AliRibelli2011; Ed. 2019:
– D. Mack Smith. “Storia d’Italia dal 1861 al 1997”; 2008 – Ed. Laterza;
– I fatti di Pontelandolfo e CasalduniWikipedia 2020

Monumento in memoria della strage compiuta a Casalduni dal regio esercito italiano nel 1861. Nella rappresentazione della penisola italica, è presente un buco proprio nel punto in cui sorge il paese sannita.

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