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Bologna quaranta anni dopo. Non bisogna dimenticare

di Sandro Vitiello

Il fascismo -quello storico e quello del dopoguerra- non si sono mai fatti problemi morali nell’uccidere o nel seminare menzogne, nel mettersi al servizio di potenze straniere o congreghe segrete del nostro paese.

Per loro l’ingovernabilità è stata sempre una opportunità per partecipare alle scelte della nazione.

Oggi, quaranta anni fa, i fascisti piazzarono una bomba alla stazione di Bologna.

Alle 10 e 26 di quel giorno un tremendo boato squarciò completamente il fabbricato e, quando i soccorsi arrivarono, si estrassero 85 morti dalle macerie e centinaia di feriti.

C’era una bambina di tre anni, c’era una signora di ottantasei, c’era tanta gente che partiva per le vacanze estive, dopo aver lavorato tutto l’anno.

Questi erano i morti e i feriti di quella strage.

Le indagini e i successivi processi hanno portato alla condanna di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti quali autori materiali.

In seguito sono stati condannati anche Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini.

Intorno e sopra di loro girava la peggiore feccia italiana: servizi segreti deviati, la banda della Magliana, la loggia P2 di Licio Gelli e altri personaggi legati al mondo neofascista al quale appartenevano i due condannati.

Perchè?

Che bisogno c’era di uccidere ancora così tanta gente innocente?

C’era stata piazza Fontana, la strage di Brescia, l’Italicus, la vicenda mai chiarita completamente dell’aereo caduto tra Ponza e Ustica e tanti altri fatti criminali eppure…

Eppure qualcuno sentì il bisogno di aggiungere altro lutto alla strategia della tensione che da almeno quindici anni destabilizzava la vicenda politica italiana.

Oggi si incominciano a vedere con chiarezza i contorni di quella vicenda, anche se i principali protagonisti ormai sono tutti morti.

Il nove gennaio di quest’anno al processo contro l’ex Nar (Nuclei armati rivoluzionari) Gilberto Cavallini, condannato all’ergastolo, stati individuati come mandanti e finanziatori della strage Licio Gelli, Umberto Ortolani, Umberto Federico D’Amato (per 20 anni al vertice dell’Ufficio affari riservati) e Mario Tedeschi (ex senatore missino e direttore de Il Borghese), tutti iscritti alla P2, non più perseguibili in quanto ormai defunti.

Le indagini avevano evidenziato che questo crimine è stato finanziato con i soldi della P2 di Licio Gelli, usciti dalle casse del banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Usato e poi impiccato sotto ad un ponte di Londra.

Quelli che venivano definiti gruppi spontanei dell’estrema destra, come i Nar, erano in realtà bande armate al servizio dell’eversione politica, quella di alto livello, che si incontrava nei salotti della loggia P2.

Cinque milioni di dollari in contanti, portati personalmente da Gelli a quelli che materialmente misero la bomba.

Questa era l’Italia di quegli anni e l’obiettivo era chiaro già da quel convegno di cui abbiamo parlato quando ho scritto di piazza Fontana.

L’obiettivo per questa gente era quello di tenere lontana la sinistra e le organizzazioni sindacali dal governo del paese.

Con tutti i mezzi, bombe comprese.

Come scrive oggi “Il Manifesto”:

«La strage è stata organizzata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei servizi segreti italiani, eseguita da terroristi fascisti».

Anche se sono passati quaranta anni noi non dimentichiamo.

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