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Quel 28 luglio del 1943

di Rosanna Conte

 

Sulla presenza di Mussolini a Ponza si è detto e scritto un po’ di tutto.

C’è stato chi ha offerto la propria versione ritagliando aspetti particolari di quei dieci giorni, rovistando fra i ricordi familiari, riportando racconti  ascoltati col rispetto dovuto a testimoni oculari, ricercando fra le memorie esposte in bella forma o anche tessendo pezzi di narrazioni e documenti in poco probabili patchwork.

Belli  i quattro pezzi scritti da Antonio Usai anni fa sul nostro sito (vedi qui e qui), non altrettanto è il servizio prodotto  qualche tempo dopo  dalla Marchetti per la CNN, tradotto in Italiano da Silverio Lamonica per Ponza racconta (vedi qui), che può essere considerato un esempio di come oggi sia la narrazione tout court, cioè l’invenzione letteraria, a prevalere sulla narrazione storiografica. Niente di illegittimo, purché si dichiari che la storiografia è altro. Restando nelle conoscenze scolastiche, basterebbe seguire le differenze fra vero e verosimile di manzoniana memoria, anche se oggi  il concetto di “vero” ottocentesco è pienamente superato.

Benito Mussolini

Ma, al di là di quanto accadde in quei dieci giorni a Ponza, credo che l’evento vada sottolineato perché collegato alla caduta della dittatura fascista, avvenuta per volontà del re e di un gruppo di fascisti che cercavano di salvare se stessi e il salvabile davanti all’avanzata degli alleati. La custodia del dittatore andava perseguita per avere una pedina interscambiabile nel contesto catastrofico, ormai ben chiaro, dell’esito della guerra. Bisognava nasconderlo ai tedeschi e condurlo, prigioniero, in qualche località segreta. Per questo fu scelta Ventotene dove poco era lo spazio e tutto sorvegliato,  ma il direttore della colonia, Marcello Guida, ne ravvisò l’inopportunità, vista la presenza di tanti confinati politici che avrebbero potuto reagire con violenza nei suoi confronti. Di conseguenza la Persefone, la Corvetta della classe Gabbiani su cui navigava il particolare convoglio, da Ventotene si diresse verso Ponza, dove arrivò alle 10 della mattina del 28 luglio 1943.

Testimone diretto della vicenda, oltre agli isolani che ebbero modo di incrociare Mussolini  circondato da carabinieri, fu Pietro Nenni che ne ha lasciato traccia in Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956.

E’ lui stesso a scrivere che il fatto gli chiarì le idee su quanto era successo la sera del 25 luglio 1943: Mussolini non aveva dato le dimissioni, come era stato comunicato al paese, altrimenti non sarebbe arrivato a Ponza con una nave militare e circondato dai reali carabinieri, ma era stato destituito.

Fra le 10 e le 11 di quella mattina, ci fu un andirivieni per mare  e per terra di ufficiali che si spostavano fra la nave e la capitaneria o, con l’unica auto presente sull’isola, verso Santa Maria.

La pensione Silvia ove soggiornò Mussolini

In questo lasso di tempo i testimoni oculari ebbero modo di  pensare un po’ di tutto, anche che a bordo della Persefone ci fossero cento tedeschi incaricati di  presidiare l’isola.

Poi, alle 11,  Nenni poté vedere  una barca con a bordo un civile e sei carabinieri staccarsi dalla corvetta e dirigersi verso Santa Maria.

Fu Zaniboni a riferirgli che quel civile era Mussolini  e il maresciallo Lambiase glielo confermò subito dopo. Avrebbe alloggiato in quella parte dell’isola, abbastanza lontano dalla zona riservata ai circa seicento internati,  nella stessa palazzina dove era stato nel suo periodo di confino ras Immerù, uno dei difensori dell’Etiopia dalla feroce aggressione colonialista del generale Graziani, lasciato  vivo durante le  stragi perpetrate dall’esercito italiano fra quelle popolazioni  per essere utilizzato come ostaggio per eventuali trattative future.

Nenni, a Ponza dal 3 giugno del 1943, era riuscito a passare dai Cameroni ad una stanza in affitto presso Marta Fadda, al Corso Umberto. E’ probabilmente dalla finestra di questa stanza che col cannocchiale ebbe modo di osservare Mussolini:[…] è anch’egli alla finestra, in maniche di camicia e si passa nervosamente il fazzoletto sulla fronte. E qui, i ricordi  di Nenni si dipanano sorretti dalle riflessioni sul diverso percorso di vita, lungo trent’anni, di due persone che erano state amiche.

La vista dalla camera ove stava Nenni

Dalle lotte comuni del 1911  contro la società borghese e la monarchia,   erano  approdati a condizioni ben diverse per le scelte che ognuno di loro aveva fatto. Mussolini, alleatosi successivamente con coloro che aveva considerato i suoi nemici, la monarchia e la grande borghesia, agraria e industriale,  poté godere di vent’anni di potenza, di orgoglio, di folli ambizioni e di sconfinati abusi di potere,  che per Nenni, invece,  furono anni di lotta, di miseria, di dolore, da carcere a esilio, da esilio a carcere, da una sconfitta all’altra, ma senza che l’umiliazione e la vergogna abbiano mai piegato la mia fronte.

I suoi ricordi lo rimandano all’ultimo colloquio avuto con l’incipiente dittatore:

Al suo sogno orgoglioso e dissennato di una rivoluzione socialista, fatta contro i socialisti e la classe operaia, io rispondevo allora: “Tu puoi vincere, ma per la reazione e al suo servizio” Al suo nietzschiano disprezzo della massa, opponevo l’umile ma gioioso sentimento di essere qualcosa e qualcuno soltanto come elemento di questa massa e della sua avanguardia proletaria. Io avevo trovato la via da lui smarrita.

Nenni aveva letto bene la distorsione avvenuta nelle idee di Mussolini, una distorsione che lo spingeva a prendere il potere per il potere trasformando anche  la politica da cosa seria, in farsa e impostura.

La sua caduta era stata salutata con gioia dalla stessa massa che l’aveva applaudito a Piazza Venezia nel 1936, inizio dell’avventura coloniale, e il 10 giugno 1940, quando fece il discorso sulla dichiarazione di guerra, e come naturale chiusura della suddetta farsa,  per le strade ci furono falò  delle sue immagini e delle tessere fasciste.

Con amarezza Nenni chiude il diario di quel 28 luglio con questa riflessione:

La guerra continua a lato della Germania e non può continuare che come guerra antinazista di liberazione. E sotto mutati   emblemi e mutate maschere continua anche il fascismo, malgrado la caccia a qualche gerarca e a qualche squadrista, malgrado i falò dei giornali fascisti e il sacco delle sedi littorie

E scriverà qualche giorno dopo, il 4 agosto, quando giunto il telegramma che lo rendeva libero decise di partire subito, senza ascoltare il consiglio di Zaniboni e del duca Camerini di aspettare sull’isola gli anglo-americani: Per me il problema non è quello di attendere gli anglo-americani, che anzi vedrei volentieri restare lontani dal nostro paese, ma di concorrere con ogni energia e organizzare le forze popolari per la lotta nazionale di liberazione contro i nazisti e contro il fascismo che non è distrutto con la caduta di Mussolini e finché restano in piedi la monarchia, lo stato Maggiore e gli interessi industriali agrari e finanziari, di cui il fascismo è stato per venti anni la sovrastruttura politica

Pietro Nenni

La lotta, quindi, non si poteva fermare davanti alla caduta del dittatore, perché le forze e le dinamiche che avevano condotto gli italiani ad un regime che li aveva privati della libertà, continuavano ad essere ben vive, camuffate, ma sempre presenti.

E’ questa una considerazione che, mutata mutandis, può essere valida ancora oggi. Non si  sta parlando di fascismo che ritorna, ma di forze antidemocratiche che, pur di agire senza lacci e laccioli, pur di incrementare il proprio potere economico, sono pronte più che mai a cavalcare i torbidi sentimenti di chi ha gravi difficoltà socio-economiche, non ha una guida e si lascia irretire dalle grandi performance dei politici senza accorgersi di fare non gli interessi propri, ma quelli di chi ha già il potere economico e mira a diventarne il gestore assoluto.

I politici desiderosi di  glorie ed onori  si prestano sempre volentieri a fare da paravento. A Mussolini è andata bene per venti anni ed è stato destituito solo perché la sua politica bellica aveva portato l’Italia sull’orlo del baratro.

Noi non sappiamo cosa potrebbe succedere perché la storia non si ripete mai: il tempo che passa e depone esperienze e novità su condizioni che possono assimilarsi a quelle di una volta, trasforma anche l’individuo.

Tuttavia, anche se le situazioni sono inedite, ci sono permanenze nell’animo umano che non scompaiono e sono quelle che ci possono dare indicazioni.

La paura, l’egoismo, l’indifferenza sappiamo che interagiscono sempre negativamente con la fame, l’incertezza, la miseria e l’ignoranza, danneggiando i più deboli.

Quando queste componenti aumentano enormemente in una società per la sua crisi economica, morale e politica,  possono spingere gli individui a vendere le propria dignità di persona libera in cambio dell’illusione di una sicurezza che nella realtà non esiste.

E’ quanto successe agli italiani stretti nella morsa della crisi del primo dopoguerra i quali, per riavere la libertà e la sicurezza, dovettero versare, venti anni dopo, fiumi di sangue.

La partenza del duce da Ponza avvenne nella notte fra il 6 e il 7 agosto col cacciatorpediniere Pantera.

Nella memoria di mia madre, allora ventisettenne, quella partenza era rimasta assimilata al rumore cupo di passi cadenzati che rimbombavano per le strade vuote dell’isola. Dal balcone, a cui era accorsa per vedere cosa stesse succedendo, poté rendersi conto della condizione di prigioniero di Mussolini: un nugolo di carabinieri lo circondava mentre si recava all’imbarco.

La fuga per sottrarlo all’alleato tedesco era iniziata, ma il duce non sarebbe stato più libero neanche dopo la liberazione, avvenuta il 12 settembre a Campo Imperatore ad opera di paracadutisti tedeschi e alcune SS.

Mussolini a Campo Imperatore

La sottomissione degli italiani della repubblica di Salò, il nuovo stato fantoccio di Mussolini, ai nazisti diede luogo, stando al loro fianco, alla perpetrazione di stragi di altri italiani segnando pagine ancora più buie delle precedenti nella storia italiana.

Se alziamo gli occhi da Ponza, possiamo, pertanto, renderci conto che i dieci giorni di Mussolini sulla nostra isola, al di là degli aneddoti presenti nella memoria locale, costituiscono la cupa fine di una dittatura e l’inizio del periodo più sanguinario e fratricida del popolo italiano.

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