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Buccaneer

di Silverio Guarino

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Penso che si scrivesse così, Buccaneer: era la marca di un motore fuoribordo da 40 cavalli che entusiasmò un’estate della nostra prima gioventù.
Era di proprietà del papà di Mimmo Anella, il nipote napoletano di zio Dario Coppa e di zia Ester, figlio della sorella di zia Ester, se non ricordo male.

Fiero delle performance di questo motore marino, lo aveva fatto arrivare a Ponza e lo aveva fatto montare su uno scafo di legno, leggero e slanciato, poco più di 4 metri con prua elegante e quadro di poppa squadrato.
In realtà lo usava solo Mimmo e con lui, insieme a qualche altro avventuroso compagno di viaggio, scorrazzavamo per le acque di Ponza, lasciando alle nostre spalle una perfetta scia di schiuma bianca e frizzante, come la nostra pelle al sole.
20-25 nodi? Forse qualcosa in meno, ma a noi sembrava di andare in jet e catturavamo così gli sguardi (solo gli sguardi… in attesa di altre conquiste) delle nostre coetanee che lanciavano gridolini di gioia al nostro passaggio.
Fino a quando…

Era la volta di andare con il Buccaneer a Palmarola.
Con il pieno di benzina e con due taniche di riserva (il fuoribordo “ciucciava” niente male), eccoci alla conquista della isola dei sogni.
Non ricordo quanti fossimo a bordo; non più di quattro sicuramente e tutti maschietti; alla guida del volante il grande Mimmo con i suoi capelli a spazzola al vento e noi bene aggrappati allo scafo che solcava come un razzo quelle acque lisce e limpide.

Ad un certo punto, mentre eravamo a metà strada ecco che ci imbattiamo in un’onda anomala generata da chissà quale grande nave da crociera o da trasporto che era rimasta nascosta a tutti; il motoscafo ci entra completamente dentro con Mimmo che non riesce più a comandare la rotta. Per alcuni interminabili secondi siamo stati schiavi all’interno di questo nuovo vortice animalesco che il mare aveva creato improvvisamente davanti a noi.

Riducendo rapidamente la velocità del mezzo e aspettando che la turbolenza passasse, ritornava la calma attorno a noi. Il mare era perfettamente, completamente e nuovamente calmo come prima e il viaggio poteva continuare.

Il viaggio continuò, con il motore che prudentemente spingeva a metà della sua potenza, così come al ritorno, facendo durare la traversata molto più del previsto.
Noi rimanemmo ammutoliti per il resto della giornata e non tornammo mai più sull’argomento per il resto dei giorni di quella estate.
Così come pure il motoscafo e il Buccaneer, che rimasero in banchina fino al rientro a Napoli di Mimmo. Senza essere più usati. Almeno da noi.

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